Il Vangelo della Domenica
XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
(Mt 15,21-38)
“Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro». Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele». Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». «E’ vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell'istante sua figlia fu guarita” .
L’episodio evangelico di questa domenica è ambientato geograficamente nell’odierno Libano, dalle parti dei territori di Tiro e di Sidone. Attualmente Tiro è chiamata Sur perché, dopo varie vicissitudini storiche, l’antica Tiro venne distrutta nel 1292 dai musulmani e ricostruita successivamente con il nome attuale di Sur. Sidone, invece, in libanese Sayda o Saida, è una città di circa 50.000 abitanti. Ed è in questo territorio dell’odierno Libano che si affaccia Gesù durante il suo ministero pubblico. L’episodio raccontato da Matteo è presente solo nel testo parallelo di Marco . Il che va spiegato, con tutta probabilità, col fatto che “Il vangelo di Marco è una delle due fonti che sta alla base della tradizione sinottica” , cioè quella che ha in comune i Vangeli di Marco, Matteo, e Luca.
Gesù lascia la regione del mar di Galilea per andare nel territorio di Tiro e di Sidone. Non è un lungo viaggio, il suo, perché il Libano è poco lontano dalla Galilea. Forse perché invitato da qualcuno, o perché vuole allentare un po’ le tensioni con le autorità religiose ebraiche, o forse perché animato dal desiderio di conoscere le Terre a nord di Israele, insieme con i suoi discepoli, Gesù si dirige verso il territorio di Tiro e Sidone, nell’odierno Libano. Ma non è chiaro, nei racconti evangelici, se il luogo dove si reca si trovi dentro o fuori i sacri confini di Israele. Il testo evangelico ci dice che Egli entra in una casa, ma vuole che nessuno lo sappia. La sua fama, infatti, lo ha preceduto anche qui. Del resto il Vangelo di Marco racconta che tra la folla che segue Gesù c’è anche gente che proviene da Tiro e da Sidone . Una donna cananea viene a sapere che il Maestro di Nazaret si trova in questo luogo. Al contrario del testo parallelo di Marco che parla di una donna siro-fenicia, Matteo definisce la sua appartenenza religiosa al popolo dei pagani . Appartenente a un'altra razza e a un'altra religione, l’anonima donna cananea ha una figlia “tormentata da un demonio”.
L’amore di una mamma è quello più simile all’amore di Dio, e può raggiungere dimensioni di assoluto eroismo, fino a donare anche la propria vita per i figli. La donna raccoglie tutte le sue forze di donna profondamente colpita nell’affetto più caro, e corre da lui: Gesù. Entra nella riservatezza della casa che lo ha accolto, e forse il suo stesso entrare nel luogo dove c’è il Rabbi di Galilea avviene con una certa irruenza. Il suo è un impulso istintivo, materno, non trattenuto da alcuna prudenza comportamentale. Ma è l’amore che la sospinge. Ed è l’amore che le permetterà di vincere il cuore di Gesù di Nazareth.
Finalmente si trova di fronte a Lui. Gridando verso di Lui, esclama: “Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio”. Invoca pietà chiamandolo prima Signore, in greco Kyrie, e poi Figlio di Davide. Un titolo messianico che nel presente Vangelo di Matteo (e in misura minore anche negli altri due vangeli di Marco e Luca) è associato in modo particolare al potere che ha Gesù di compiere miracoli . Gesù è un ebreo e per ogni ebreo è proibito dalla legge entrare in contatto con una persona di altra religione o razza. Inoltre, lui sa di essere stato inviato per “le pecore perdute della casa di Israele” . Gesù non le rivolge neppure una parola. La donna non demorde e continua la sua straziante litania fatta di invocazioni ininterrotte, mentre lui continua a restare in silenzio. È duro, qui, il Signore. Perfino i discepoli restano sorpresi dal suo silenzio, chiedendogli di rispondere alla donna, almeno per non sentirla più gridare in quel modo: “Esaudiscila, vedi come ci grida dietro”. Finalmente Gesù interrompe il suo silenzio, dicendo: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele”. Un pensiero già espresso in precedenza, quando ai suoi discepoli aveva detto: “Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d'Israele” . Gesù usa il passivo divino: “Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele”. Ciò sta a significare che il soggetto dell’azione del verbo è il Padre Celeste. È come se Gesù dicesse: “Il Padre non vuole che io dia ascolto a questa donna, poiché Egli mi ha inviato solamente per le pecore perdute di Israele!”. In fondo, per lo stesso motivo, i farisei evitavano i contatti con i pagani. Dio è il Dio del popolo di Israele, e il suo primo interlocutore è storicamente Israele. In questa prima parte della sua predicazione del Messia è lecito pensare che Gesù pensi a Israele come al destinatario privilegiato delle sue parole e delle sue opere. Tuttavia la donna insiste con la sua preghiera che si fa sempre più pressante ed invadente. Dio accetta anche la nostra audacia, la nostra invadenza, la nostra quasi violenza . Tra lui e noi non ci sono barriere. “Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!»”. Di fronte all’insistenza ripetuta della donna, Gesù risponde con un terzo rifiuto, presentato in forma parabolica: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». Nessuna madre toglierebbe il pane ai propri figli per darlo ai cagnolini. Questo avviene oggi. Anzi succede nel nostro mondo opulento occidentale: si tralascia di dare da mangiare al povero o al misero che si trova all’angolo della strada, oppure che è nascosto nella sua casa celando dignitosamente la sua miseria, per comprare cibi costosi per i propri cani e per altri animali domestici. Sono le incongruenze della società contemporanea. Mentre da una parte si assiste ormai passivamente alla strage degli innocenti, causata dai milioni di aborti praticati in tutto il mondo e specialmente in quello occidentale, dall’altra ci si preoccupa della salute del proprio cagnolino, del gatto, del canarino, o di qualche altro animaletto domestico. Ma torniamo al vangelo partendo proprio dal presupposto che al tempo di Gesù i valori sono chiari e ben definiti: prima vengono i figli; poi il prossimo, e poi i cagnolini. Prostrata ai piedi di Gesù, la donna non cede. Una donna disperata, forse. Certamente questa è l’ultima spiaggia per lei che replica subito alle dure parole del Maestro di Nazareth: “Sì, Signore, ma anche i cagnolini sotto la tavola mangiano delle briciole dei figli”.
Che fede!
NEL CUORE DI DIO: LA MISTICA.
Diciamoci la verità: quanti di noi, dopo la risposta di Gesù, si sarebbero rialzati dalla polvere e da quello stato di umiliante situazione davanti ad un forestiero, anche se preceduto dalla fama di guaritore, e si sarebbero allontanati definitivamente, mettendo da parte finanche l’amore per il proprio figlio o la propria figlia con la possibilità remota di una sua guarigione? Ma la donna non lo ha fatto. Ha sollevato il suo sguardo verso di Lui ed ha, forse, letto qualcosa di nuovo, di vero, di straordinariamente bello e amorevole nei suoi occhi. Ha visto la bontà celata dietro il suo sguardo duro e severo. È rimasta distesa per terra, col capo nella polvere, alzando nuovamente il suo sguardo verso di Lui, riconoscendo il Bene immenso presente nella Sua persona. E allora ha emesso l’ultimo lamento, prima della resa: “Anche i cagnolini sotto la tavola mangiano delle briciole dei figli”. Non c’è bisogno d’altro per smuovere il cuore di Cristo. Con la sua fede totale e profondamente umile, la donna cananea ha fatto breccia in lui. “Donna, grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri”. E da quell’istante sua figlia è guarita. Ma torniamo a ripensare alla prima reazione di Gesù nei confronti della cananea. Per un certo periodo della sua missione pubblica, forse veramente è convinto dell’assoluta priorità del suo popolo come primo destinatario del suo annuncio di salvezza. Il suo primo pensiero è stato per la gente d’Israele. Poi, però, dietro le pressanti invocazioni della donna pagana, e forse confrontando anche la sua fede con quella fredda che giunge finanche al rifiuto da parte dei farisei, degli scribi e di molti del suo popolo, Gesù osserva che anche i pagani devono essere messi in condizione di accogliere la Parola del Regno. Ed il modo migliore per farlo è quello di mostrare il dito della presenza di Dio. Il provvidenziale ricorso a Gesù, da parte della donna pagana, apre un nuovo orizzonte nella sua missione unica ed irripetibile. E non è difficile intuire che anche il pensiero umano di Gesù si evolva attraverso le sue vicissitudini umane e gli incontri con la gente non ebrea. E allora, l’intervento della donna e la sua pressante ed invadente richiesta di grazia, apre a Gesù di Nazareth il cuore verso il mondo dei Goim . È questa la denominazione generica con la quale vengono indicati gli stranieri, cioè i popoli pagani; la stessa terra di Gesù, la Galilea, è chiamata con disprezzo dai Giudei Galil hag-goyim, il che vuol dire “distretto delle genti o circondario dei pagani”, a causa della numerosa presenza di stranieri in varie località e soprattutto nel territorio adiacente della Decapoli. Nella stessa Sefforis, dove sicuramente Gesù ha lavorato col papà Giuseppe, risiedono molti pagani e, quindi, si tratta di stranieri. Tuttavia, questo confronto di Gesù con gente di altre razze e popoli, se da una parte lo ha predisposto a dialogare ed a confrontarsi, dall’altra lo ha mantenuto fedele alle antiche regole dell’Alleanza racchiuse nella Torah. Ora, però, l’incontro con la donna cananea lo ha portato ad un’apertura universale del suo messaggio di salvezza. Ora ha veramente pensato che il Regno di Dio non sia priorità del popolo di Israele ma aperto a tutti. Del resto, già l’incontro con il centurione di Cafarnao gli aveva fatto riconoscere come la fede dei pagani possa essere addirittura più grande di quella degli ebrei. Vi ricordate quando Gesù ha detto: “In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande” ? Che cos’è la fede? È una fiducia grande e sicura in qualcuno o qualcosa. Spesso si crede senza avere prove certe o visibili. La parola viene dal latino fides, che vuol dire lealtà, patto e fiducia tra le persone. Un santo frate cappuccino dei nostri tempi, che io conosco abbastanza bene, in confessione mi esortò a rivolgermi a Gesù con queste tre parole: “Gesù mi fido di te, confido in te, mi affido a te”. Queste parole sono un atto di profondo abbandono e preghiera che richiama la celebre devozione a Gesù Misericordioso (“Gesù, confido in te”). Più ci troviamo in difficoltà, più possiamo sentire tutta la dolcezza e la tenerezza del Figlio di Dio incarnato. Voglio chiudere questa riflessione con un riferimento alla mistica di San Bernardo di Chiaravalle, al quale è molto caro l’amore verso la santa umanità di Cristo, nella quale si trova il punto di congiunzione tra la miseria umana e la misericordia di Dio. L’episodio evangelico di questa domenica esprime chiaramente questo punto di contatto tra la debolezza umana e l’amore compassionevole di Dio e del suo Figlio Gesù. Quando Bernardo vuole parlarci del cuore umano e del Cuore di Gesù si richiama alla Sacra Scrittura e, in modo particolare, si basa sul testo del primo comandamento enunciato nel Deuteronomio e confermato da Gesù: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze» . Questa formula contiene per Bernardo tutto un programma di crescita spirituale. “O cristiano – dice Bernardo nel sermone XX -, impara da Cristo come devi amare Cristo. Impara ad amare con tenerezza, ad amare con prudenza, ad amare con fortezza: con tenerezza, affinché le attrazioni, con prudenza, affinché le seduzioni, con fortezza, affinché le persecuzioni non ci strappino dall’amore del Signore. Se non vuoi lasciarti attrarre dalla gloria del mondo o dai piaceri della carne, che Cristo, la sapienza stessa, sia per te più amabile di tutte queste cose; se non vuoi lasciarti sedurre dallo spirito della menzogna e dell’errore, che Cristo, la verità stessa, sia la tua luce; se non vuoi essere soggiogato dalle avversità, che Cristo, la potenza stessa di Dio, sia il tuo sostegno” . Amen! Maranatha! Vieni Signore! Non tardare!
[1] Mt 15,21-28.
[2] Cfr. Mc 7,24-30.
[3] Michele Mazzeo, I vangeli sinottici, introduzione e percorsi tematici, Paoline Editoriale Libri, Figlie di San Paolo, 2001, 63.
[4] Cfr. Mc 3,8.
[5] Cfr. Wolfgang Trilling, ,Vangelo secondo Matteo, Commenti spirituali del Nuovo Testamento, Città Nuova Editrice, ottobre 2001, 276.
[6] Cfr. Armando J. Levoratti, Nuovo Commentario Biblico, I Vangeli, Borla/Città Nuova, 2005, 477.
[7] Cfr. Mt 10,5-6.
[8] Cfr.Mt 10,5-6.
[9] Cfr. Mt 11,12.
[10]
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[11] Mt 8,10.
[12] Dt 6,5; Mt 22,37-38; Mc 12,30.
[13] Bernardo da Chiaravalle, Sermone XX, in, Sermoni sul Cantico dei Cantici, Scelti e tradotti da Giovanni Bacchini, Introduzione di Giovanni Bacchini, Edizioni Ares, Milano, 2022.

