Le Domande fondamentali della fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore del mondo
Il libro di Donato Calabrese dedicato a Gesù
GESÙ DI NAZARETH, LA STORIA
Chi è Gesù di Nazaret? Al termine del suo lavoro di ricerca, Donato Calabrese, trae le sue personali conclusioni: “Con la sua Parola e con gli eventi straordinari: “miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso ha fatto per opera sua”(At 2,22), Gesù attesta di essere non solo il Cristo, ma soprattutto il Figlio Unigenito di Dio.
Chi è Gesù di Nazareth? Un riformatore religioso desideroso di rinnovare profondamente il popolo d’Israele?
Molto di più. David Flusser, storico e biblista israeliano, studioso di storia del primo Cristianesimo e del Giudaismo del Secondo Tempio all’Università ebraica di Gerusalemme, ha affermato che: “il comandamento dell’amore per i nemici resta la proprietà esclusiva di Gesù”. E allora l’esortazione ad amare i nemici che Gesù vuole rivolgere ai suoi discepoli di ogni tempo non è altro che un invito ad accendersi dell’amore universale e misericordioso di Dio[1].
Era un profeta, come lo vedevano molti ebrei?
Più di un profeta. Nel suo libro Gesù di Nazaret, la storia, Donato Calabrese non ha fatto che evidenziare quanto appare chiaro nei Vangeli: “Nei rimproveri che Gesù rivolge alle città impenitenti di Corazin, Cafarnao e Betsaida, i suoi miracoli sono presentati come segni e richiami di Dio alla penitenza e alla conversione di fronte all’imminente venuta del regno di Dio[2]. Gli abitanti di queste città, disgraziatamente, sono rimasti insensibili alla predicazione di Gesù e ai segni del regno.
Per inciso, se Gesù non avesse compiuto alcun miracolo nelle città del lago, non si comprende perché abbia potuto dire: “Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsàida. Perché, se a Tiro e a Sidone fossero stati compiuti i miracoli che sono stati fatti in mezzo a voi, già da tempo avrebbero fatto penitenza, ravvolte nel cilicio e nella cenere”[3]. A dimostrazione della storicità di questo detto sta il fatto che è presente sia nel Vangelo di Matteo che in quello di Luca. Ma, ancora di più, si riconosce in esso la profezia nascosta della distruzione delle città del lago (di Tiberiade, o Mar di Galilea). Difatti, proprio le città che sono state le più beneficate da lui, quelle nelle quali ha compiuto più miracoli e dove ha predicato per molto tempo, sono le più ingrate verso di lui, non accogliendo i suoi insegnamenti. Le profezie si sono regolarmente realizzate, anche se a volte sono passati dei secoli da quando Gesù ha ammonito le città del lago. Di Corazin e di Betsaida, le due città poco distanti da Cafarnao, non è rimasta alcuna traccia, se non qualche reperto archeologico. Di Cafarnao, invece, si sa che fu distrutta nel 665 da un terremoto e nel corso dei secoli si perse anche il ricordo del luogo. Solo in seguito agli scavi, condotti in epoche successive, è stato possibile identificare la città. Di Tiro e Sidone, invece, si sa che sono città del Libano. Tiro, dopo varie vicissitudini, fu distrutta nel 1292 dai musulmani. Venne successivamente ricostruita, e attualmente è chiamata Sur. Una città presente nella storia e nella geografia, come del resto Sidone, in libanese Sayda o Saida, città di 100.000 abitanti. Tiro e Sidone sono ancora vive, anche se con nomi diversi, mentre Cafarnao, Corazin e Betsaida non esistono più”[4].
Gesù era un saggio, un rabbi, un filosofo, un sapiente o un uomo profondamente giusto?
Molto di più: “Le sue parole in particolare non hanno eguali. Si pensi al discorso della Montagna o alle parabole del Regno. Esse sono il primo contrassegno della bellezza di un messaggio che ancora oggi, dopo duemila anni, si distingue da tutti i pensieri, le idee, gli insegnamenti che si sono succeduti in questo breve, ma indubbiamente significativo, arco temporale della storia umana. Un messaggio che ha conservato inalterato il suo fascino primordiale.
Nonostante l’immane marea invasiva della comunicazione di massa che ha reso il nostro pianeta un villaggio globale[5], la Parola di Gesù si distingue nettamente per la sua bellezza intrinseca e per la risposta che offre ai grandi interrogativi dell’uomo, sicché ognuno trova risposta, rifugio, conforto, speranza, bellezza, in questa parola che tocca intimamente i cuori.
Gesù ha influenzato la religione, la filosofia, l’arte, la cultura, la politica, il sociale, la poesia, i sentimenti dell’umanità, specialmente di coloro che, di fronte ai grandi interrogativi dell’esistenza, come il dolore, il male e la morte, ascoltano la sua Parola, e ripensano ai suoi segni che donano un senso, una speranza alla vita umana, perché mai nessuno ha mai saputo parlare come lui, e mai nessuno ha fatto ciò che ha fatto lui. Nessuno ha osato dire ciò che lui ha detto, di essere «Figlio di Dio»; nessuno ha avuto una storia pari alla sua”[6].
“Si è potuto affermare che in Gesù la parola abbia raggiunto il massimo della sua intensità e capacità espressiva: si pensi al Discorso della Montagna o alle parabole del Regno, di cui abbiamo parlato in precedenza. Ecco il primo contrassegno della bellezza di un messaggio che ancora oggi, dopo duemila anni, si distingue da tutti i pensieri, le idee, gli insegnamenti che si sono succeduti in questo breve, ma indubbiamente significativo, arco temporale della storia umana. Un messaggio che ha conservato inalterato il suo fascino primordiale.
Oggi più che mai, possiamo dire che la Parola di Gesù si distingua nettamente per la bellezza intrinseca del contenuto e per la risposta che offre ai grandi interrogativi dell’uomo, sicché ognuno trovi risposta, rifugio, conforto, speranza e bellezza in questa parola che tocca intimamente i cuori”[7].
Ma chi era Gesù di Nazaret? Un taumaturgo? Un grande operatore di miracoli? E da dove gli viene questo potere?
I libri del Nuovo Testamento indicano con tre parole i miracoli compiuti da Gesù: potenze, prodigi e
segni. Questi tre termini sono presenti negli Atti degli Apostoli, laddove l’apostolo
Pietro proclama: “Gesù di Nazaret, uomo accreditato da Dio presso di voi per
mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò fra di voi per opera
sua, come voi ben sapete”[8].
Con i suoi segni straordinari, Gesù ci rivela la bellezza, L’amore, e la bontà del Padre che opera per mezzo di lui. Ma sorge spontanea una domanda, nell’uomo di oggi: è vero tutto quanto è riportato nei Vangeli?
Per dare una risposta definitiva, occorrerebbe essere testimoni oculari dei “miracoli, prodigi e segni”[9] attribuiti a Gesù dall’apostolo Pietro. Ma poiché tra noi e il Gesù storico c’è uno spazio temporale molto grande, dobbiamo ricorrere a degli indizi per rispondere a questa domanda con serenità e lucidità, oltre che con una certa obiettività storica.
Innanzitutto, non si può non considerare un elemento molto importante: i racconti miracolosi occupano uno spazio molto rilevante nei testi evangelici. Tanto nei testi sinottici quanto in quello di Giovanni, essi formano un corpo compatto insieme con la predicazione di Gesù e manifestano l’irruzione del Regno di Dio. “Un buon numero di racconti sottolinea il carattere pubblico dei miracoli e, di conseguenza, la possibilità di non contestarne la realtà allorché si andò formando la tradizione evangelica. I nemici di Gesù non contestano la sua attività taumaturgica (è illuminante a questo riguardo la pericope molto antica su Beelzebul: Mc 12,26-27), ma piuttosto la scaturigine di questa attività, come pure l’autorità che gliene deriva. Infine, un testo del Talmud babilonese afferma che Gesù fu messo a morte per aver praticato la magia e condotto Israele all’apostasia (Sanhedrin 43a)[10], come afferma il teologo canadese René Latourelle.
“Dire che Gesù pratichi la magia o la stregoneria[11] equivale a sostenere che è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni[12]. Ma questo significa riconoscere che ha realizzato opere di natura straordinaria che i suoi avversari hanno interpretato come stregoneria o magia, mentre i discepoli hanno spiegato come miracoli. Tuttavia, il fatto che tali opere non vengano confutate, ma semplicemente interpretate in modo diverso, dimostra che fin dall’inizio non è possibile negare che Gesù compia opere prodigiose[13], come sostiene José Miguel García.
La verità è molto più semplice: Gesù afferma che se scaccia i demoni per mezzo dello Spirito di Dio, allora il Regno di Dio è ormai venuto. Anzi, Gesù stesso conferisce agli apostoli l’autorità di scacciare i demoni[14], affermando che se scaccia i demoni per mezzo dello Spirito di Dio allora il Regno di Dio è ormai venuto.
È importante sottolineare, del resto, come persino uno studioso come Bultmann riconosca l’autenticità di un Gesù esorcista, mentre Dibelius ammette che non si può negare la fama di Gesù operatore di miracoli e taumaturgo[15].
Come si può essere certi di un evento miracoloso compiuto da Gesù? Per rispondere a questo interrogativo si possono esaminare i criteri di autenticità che sono stati presi in considerazione in questa lunga riflessione sul Gesù storico.
I miracoli sono la prova della piena presenza del Regno di Dio nella storia umana. Il Regno è arrivato tra gli uomini e Gesù, che è “il più forte”[16], libera il mondo dal male, come lui stesso proclama solennemente: “Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio”[17].
Il Regno di Dio e i miracoli sono inseparabili. I miracoli mostrano la potenza e la bellezza del Regno come realtà presente e operante nel mondo, come Gesù stesso dice ai discepoli di Giovanni Battista: “Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi ricuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l’udito, i morti risuscitano, ai poveri è predicata la buona novella, e beato colui che non si scandalizza di me”[18].
Ma allora, chi è Gesù di Nazaret?
Al termine del suo lavoro di ricerca, Donato Calabrese, trae le sue personali conclusioni: “Con la sua Parola e con gli eventi straordinari: “miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso ha fatto per opera sua”[19], Gesù attesta di essere non solo il Cristo, ma soprattutto il Figlio Unigenito di Dio.
Tra le tante immagini che possono identificare la sua missione, ce n’è una in particolare che si addice a lui: AGNELLO DI DIO. All’inizio della Missione, mentre vede Gesù andargli incontro, Giovanni Battista dice: «Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! »[20].
Agnello e Servo sono due accezioni dello stesso termine originale aramaico: talyà[21] che può significare sia agnello che servo e corrisponde all’ebraico טלה (talè).
Tornando alle parole con le quali Giovanni Battista ha indicato Gesù di Nazaret, possiamo ripetere quanto affermato dal Papa emerito Benedetto XVI, e cioè che “le parole del Battista possono aver indicato anzitutto il Servo di Dio che con le sue penitenze vicarie «porta il peccati del mondo; ma nello stesso tempo esse lo fanno riconoscere come il vero Agnello pasquale, che espiando cancella i peccati del mondo”[22].
Proprio al culmine della sua Missione, Gesù morirà sulla croce, nella stessa ora in cui, nel vicino tempio, si immola l’agnello Pasquale. Ma, in un modo che supera infinitamente il sacrificio dell’agnello, Gesù libera e salva dal peccato e dalla morte, col suo suo sacrificio di vero Agnello Pasquale, la nostra condizione umana nata col peccato di Adamo, ma rinata a nuova Vita con Lui. In tal modo Gesù ristabilisce l’unione originaria tra Dio e noi che siamo le sue creature, che, con Lui, sono divenute figli di Dio per adozione, essendo divinizzati dalla sua stessa Vita.
Ed è a quell’evento decisivo della redenzione umana che fa riferimento il rito al quale Gesù si è umilmente sottoposto davanti allo sguardo di Giovanni Battista.
Ma è soprattutto nella scena del riconoscimento di Tommaso, dopo la sua risurrezione, che Gesù accetta di essere adorato dallo stesso Tommaso, che esprime così il suo atto di fede verso di Lui: “Signor mio e Dio mio!”[23]. “Quello di Tommaso è un gesto di adorazione e di culto che può essere reso solo a Dio. Infatti, come afferma Robert Louis Wilken, elaborando la riflessione di sant’Ilario di Poitiers, «Signore» e «Dio» sono le parole dello Shemà; qui, però, non si riferiscono al Creatore, al Re dell’universo, ma a Cristo. A causa della risurrezione, Tommaso ha compreso che l’uomo che conosceva e aveva vissuto con lui e i suoi compagni non era solo una persona straordinaria, ma il Dio vivente. «Nessuna natura, se non quella divina, avrebbe potuto risorgere per propria virtù dalla morte alla vita», scrive Ilario di Poitiers, intendendo affermare non solo che la risurrezione ha rivelato qualcosa agli apostoli, cioè la divinità del loro maestro, ma che tale evento ha spinto gli stessi apostoli a concepire Dio in modo diverso. Secondo il grande Padre della Chiesa, Gesù risorto ha fatto sì che Tommaso intenda «attraverso la virtù illuminante della risurrezione, tutto il mistero della fede», perché «ormai», cioè alla luce della risurrezione, Tommaso è stato in grado di professare Cristo in quanto Dio senza «escludere la professione di un solo Dio»”[24].
Grazie al Battista che ci ha rielato Gesù, come Agnello di Dio e Servo sofferente di Dio, la nostra emozione e commozione raggiunge il suo acme, contemplando Colui che è Il Figlio di Dio, e provando una profonda empatia per lo stesso che si è fatto Agnello e Servo sofferente, versando tutta la sua vita nelle ore della passione, di cui la croce non è che l’ultimo, supremo baluardo d’amore di un Dio profondamente commosso dalla totale, amorevole, immolazione del Figlio suo.
Di fronte a tale eroismo, non resta che una risposta: L’AMORE.
A che serve l’amore se Gesù è morto?
Gesù è morto. Ma è Risorto, come aveva preannunciato.
La Risurrezione di Gesù, unita alla sua morte in croce, è il miracolo particolare che conferisce a tutta l’esistenza del Cristo un valore di salvezza universale.
Come ha scritto James D.G. Dunn nella sua opera Gli albori del cristianesimo, “Si può fare tranquillamente e fermamente la seguente affermazione storica: nessun cristianesimo senza risurrezione di Gesù. Come Gesù è l’unico grande «presupposto» del cristianesimo, così lo è anche la risurrezione di Gesù. Fermarsi a prima della risurrezione di Gesù avrebbe significato finirla lì”[25].
I Vangeli stessi videro palesemente nella risurrezione di Gesù l’acme della loro narrazione del Gesù ricordato… Che gli evangelisti abbiano inserito la risurrezione nei loro racconti della missione di Gesù sta a ricordare che essi consideravano l’intera vita di Gesù alla luce di questo acme”[26].
A queste considerazioni bisogna aggiungerne un’altra, altrettanto importante, a dimostrazione dell’evento storico della risurrezione.
Nelle prime decadi del cristianesimo non si ha memoria di alcuna tomba che sia stata venerata come luogo del riposo di Gesù. L’evangelista Luca, che condivide la concezione propriamente fisica del corpo risorto di Gesù[27], quando racconta gli inizi del cristianesimo a Gerusalemme, non accenna mai a un culto o a preghiere sul luogo della sepoltura di Gesù[28].
Neanche l’apostolo Paolo fa mai pensare che una delle ragioni per visitare Gerusalemme possa essere quella di unirsi alla venerazione della tomba di Gesù. Ciò è davvero singolare, perché ancora oggi, in Israele, vengono mostrati luoghi tombali di profeti e rabbi. Se i primi cristiani non si sono comportati secondo questa tradizione, è perché non credevano che ci fosse una tomba con il corpo di Gesù. “Non potevano venerarne i resti perché non pensavano che ci fossero resti da venerare”[29]. E anche considerando la possibilità che il corpo di Gesù fosse stato sottratto dai discepoli, essi stessi avrebbero praticato una venerazione clandestina[30].
Insomma, i primi cristiani sapevano dov’era stato collocato il corpo di Gesù, e tale memoria potrebbe essersi conservata fino ai tempi di Costantino, ma non vi prestarono eccessiva attenzione, perché, per quel che li riguardava, il suo sepolcro era vuoto, proprio come ora[31]. Gesù non era e non è nella tomba”[32].
Gesù è Risorto! Veramente è risorto! Come esclamano giulivi i cristiani della Russi e dell’oriente!
[1] Donato Calabrese, Gesù di Nazaret, la Storia, Lulu corp., gennaio 2026, 199.
[2] Mt 11,20-24; Lc 10,12-15.
[3] Mt 11,21; Lc 10,13.
[4] Donato Calabrese, Gesù di Nazaret, la Storia, Lulu corp., gennaio 2026, 80s..
[5] L’espressione villaggio globale venne utilizzata per la prima volta da Marshall Mc Luhan, uno studioso dei massmedia, e si riferisce al nostro mondo, divenuto, ormai, piccolo, delle dimensioni di un villaggio, a causa della massiccia rete di comunicazioni che ha, ormai, annullato le distanze tra i popoli, n.d.a..
[6] Donato Calabrese, Gesù di Nazaret, la Storia, Lulu corp., gennaio 2026, 8ss..
[7] Donato Calabrese, Gesù di Nazaret, la Storia, Lulu corp., gennaio 2026, 8ss..
[8] At 2,22.
[9] At 2,22.
[10] R. Latourelle, Miracoli, in Nuovo Dizionario di Teologia, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo (Milano), Sesta edizione 1991, 918.
[11] Cfr. José Miguel García, Il protagonista della storia, Nascita e natura del cristianesimo, RCS Libri S.p.A., Milano, 2008, 171.
[12] Mc 3,22; Mt 12,24-27.
[13] Cfr. José Miguel García, Il Protagonista della Storia, Nascita e natura del cristianesimo, RCS Libri S.p.A., Milano, 2008, 171s..
[14] Mc 3,14-15; Mt 10,1; Lc 9,1.
[15] Cfr. Giovanni Magnani, “Tu sei il Cristo”, Cristologia storica, Editrice Pontificia Università Gregoriana, Roma 2002, 129.
[16] Cfr. Lc 11,22.
[17] Lc 11,20.
[18] Mt 11,4-6.
[19] At 2,22.
[20] Gv 1,29.
[21] Secondo Joachim Jeremias che riprende una ipotesi di Burney, il Precursore avrebbe utilizzato la parola talya che significa servo ma anche agnello. Il targum dal salmo 118 fa uso dei due sensi in un contesto messianico. Cf Bernd Gärtner, Talya als Messiasberzeichnung, Svensk Exegetisch Arsbok 18-19 (1953-1954), pp. 98-108., in F. Xavier Durrwell,
La Risurrezione
di Gesù, Mistero di Salvezza, Città Nuova Editrice, 1993, 42, nota 33.
[22] Joseph Ratzinger, Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Ed. Rizzoli, 2007, 42.
[23] Gv 20,28.
[24] Robert Louis Wilken, Alla ricerca del volto di Dio, la nascita del pensiero cristiano, Vita e Pensiero, Milano, 2006, 76.
[25] Cfr. James D.G. Dunn, Gli albori del cristianesimo,La memoria di Gesù, 3 L’acme della missione di Gesù, Paideia Editrice Brescia, 2006, 880.
[26] Cfr. Cfr. James D.G. Dunn, Gli albori del cristianesimo,La memoria di Gesù, 3 L’acme della missione di Gesù, Paideia Editrice Brescia, 2006, 880.
[27] Cfr. Lc 24,39
[28] Cfr. At 2-5.
[29] Cfr. Cfr. James D.G. Dunn, Gli albori del cristianesimo,La memoria di Gesù, 3 L’acme della missione di Gesù, Paideia Editrice Brescia, 2006, 892.
[30] Cfr. Cfr. James D.G. Dunn, Gli albori del cristianesimo,La memoria di Gesù, 3 L’acme della missione di Gesù, Paideia Editrice Brescia, 2006, 892.
[31] Idem c.s..
[32] Donato Calabrese, Gesù di Nazaret, la Storia, Lulu corp., gennaio 2026, 479ss..

