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Celibato sacerdotale

“No, Santità! Non toccate il Celibato sacerdotale! Ne va della stessa Vita della Chiesa Cattolica”.

IL CELIBATO SACERDOTALE È ESSENZIALE PER LA VITA DELLA CHIESA

   Quei principi inalienabili scaturiti direttamente dal Cuore di Cristo, sono stati faticosamente e rettamente, oltre che stabilmente difesi, anche con sofferenze senza numero, a causa della fragilità dell’essere umano, dai Pontefici Romani e dallo stesso Magistero della Chiesa. 

 Donato Calabrese 

   Come volevasi dimostrare: i giornali fedeli alla logica massonica del mainstream hanno battuto la grancassa. Come se ci tenessero veramente al bene della Chiesa. Ma non è così. In occasione dell’elezione di Francesco al magistero Pietrino, l’hanno sparata grossa, evocando la disamina della regola del celibato sacerdotale, in previsione dell’eventuale possibilità di lasciare ai preti l’accesso al sacerdozio. 

   Ancora una volta, nel nome dello Spirito di Cristo che soffia in ogni battezzato, ma anche per la mia totale appartenenza al Signore della Vita, intendo levare la mia voce di battezzato, di credente, di uomo segnato dal sigillo del sangue di Cristo, in difesa del Volto della Chiesa, Madre e Maestra, e soprattutto per ribadire quei principi inalienabili del celibato sacerdotale che sono fluiti direttamente dal Cuore di Cristo e che sono stati via via abbracciati dal Magistero della Chiesa. 

   Partiamo, allora, dal fatto che per formulare delle idee confacenti alla propria tesi in difesa del matrimonio dei preti, qualcuno pare fare riferimento al versetto biblico nel quale Dio crea la donna (Gn 2,24), quasi come se sottolinei l’incompletezza dell’uomo e l’idea, cioè, che solo nella comunione con l’altro sesso, l’uomo possa diventare «completo». Vorrebbe dire che senza la donna, l’uomo sarebbe un essere incompleto, e, ancora di più, che Dio, sommamente Buono e perfetto, avesse creato un uomo incompleto? Nulla di più sbagliato e biblicamente inesatto. 

   Benché nel mondo biblico fosse inconcepibile la vita di un uomo senza il matrimonio (la rivelazione non aveva ancora raggiunto la pienezza dei tempi), già al tempo di Gesù c’era una comunità protomonastica a Qumran, che viveva integralmente il celibato. Erano Esseni, e sia Tito Flavio Giuseppe (storico ebreo) che Filone Alessandrino, “li descrivono come una comunità di tipo monastico, che aveva una delle sedi principali nella regione di Engaddi, attualmente En Gedi, presso il Mar Morto. Essi rappresentavano una specie di ordine monastico che si perpetuava mediante l’aggregazione di nuovi membri. Gli aspiranti, per essere ammessi, dovevano superare un noviziato triennale, poi un altro di due anni, entrando a far parte dell’ordine e facevano dono alla comunità di tutti i propri beni. Vivevano in stretta comunione, praticando il celibato più rigoroso e sostenendosi con il lavoro dei campi. 

   Quindi, al tempo di Gesù c’era una comunità religiosa a Qumran, che viveva il celibato, seppure ci fossero anche simpatizzanti esseni, sposati, che vivevano in varie città di Israele. Ed è probabile che sia Giovanni Battista che lo stesso Gesù, abbiano fatto esperienza di vita comune a Qumran, ma non ne hanno condiviso alcuni elementi, come, per esempio, l’odio per i nemici. 

   Tornando al tema del celibato, il mio professore di Teologia morale, il gesuita padre Antonio Di Marino ci diceva che Gesù, che è il più perfetto degli uomini ed era integralmente uomo, ha vissuto tutta la vita senza vivere il sesso nella sua completezza genitale. Eppure aveva splendidi rapporti spirituali e affettivi con varie donne e discepole. Non occorre certamente vivere una sessualità completa, a livello genitale, per sentirsi completamente uomini. 

   Ma veniamo alle parole mirabili del Signore. Un giorno Gesù disse ai dodici: “Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca”(Mt 19,12)

   Farsi eunuchi per il regno dei cieli vuol dire proprio questo: rinunciare al matrimonio per consacrare tutta la propria vita a Dio. Gesù ha detto: “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me”(Matteo 10,37). Lo stesso Pietro, pur essendo sposato, ha detto un giorno al Signore: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito...”(Matteo 19,27; Marco 10,28; Luca 18,28). Inoltre, sull’esempio mirabile di Gesù, alcuni discepoli, come Giovanni evangelista per esempio, sono rimasti vergini, consacrando tutta la loro vita alla proclamazione della Buona Novella, così come i discepoli sposati, come Pietro: dopo aver incontrato Cristo, hanno quasi del tutto abbandonato le loro famiglie, per seguire Lui, come lo stesso Pietro ha proclamato nei pressi di Cesarea di Filippo. 

   Pur avendo amicizie con molte donne, San Paolo ha vissuto una vita di castità e, dalla conversione a Cristo, ha percorso il mondo allora conosciuto, predicando Cristo e il suo Vangelo. 

   L’obbligo del celibato “è diventato legge canonica soltanto nel IV secolo, ma… anteriormente, fin dal tempo apostolico, veniva già proposto ai ministri della Chiesa l’ideale di vivere nella continenza (o nel celibato); e quell’ideale era già profondamente sentito e vissuto come una esigenza da parecchi (per esempio Tertulliano e Origene), ma che non era ancora imposto a tutti i chierici degli Ordini maggiori: era un principio vitale, una semente, chiaramente presente fin dal tempo degli apostoli, ma che doveva poi progressivamente svilupparsi fino alla legislazione ecclesiastica del IV secolo. 

   Quei principi inalienabili scaturiti direttamente dal Cuore di Cristo, sono stati faticosamente e rettamente, oltre che stabilmente difesi, anche con sofferenze senza numero, a causa della fragilità dell’essere umano, dai Pontefici Romani e dal Magistero della Chiesa. 

   Moltissimi santi dei due sessi hanno intrattenuto, anche per tutta la vita, vicendevoli e fruttuosi rapporti d’amicizia, d’affetto reciproco e collaborazione, elevando la sessualità al livello più alto e sublime della creazione. Basti ricordare figure come Rufino d’Aquileia e Melania l’anziana, San Girolamo e Paola di Roma. San Giovanni Crisostomo e Sant’Olimpia, Santa Radegonda, regina di Francia, e San Venanzio Fortunato vescovo di Poitiers, San Francesco d’Assisi e Santa Chiara, Santa Caterina da Siena ed il beato Raimondo da Capua. E poi Santa Teresa d’Avila e San Giovanni della Croce, San Francesco di Sales e Santa Giovanna Francesca Frémiot de Chantal, fondatrice delle monache Visitandine. Infine, Padre Pio da Pietrelcina e le sue più fedeli figlie spirituali: Mary Pyle e Cleonice Morcaldi. 

   Il grande e mistico Papa San Giovanni Paolo II ha trattato il tema con la Lettera ai sacerdoti per il giovedì Santo 1995. Prendendo a spunto le parole che l’apostolo Paolo indirizzò al discepolo Timoteo, disse: “Tratta le donne anziane come madri, le giovani come sorelle” . 

   Questo grande Papa così caro a tutti noi che lo abbiamo conosciuto, ha affrontato il tema del sacerdote e della donna, portando direttive rivoluzionarie rispetto alla mentalità corrente, idee che si riallacciano alla tradizione dei santi e dei mistici. 

   Per vivere nel celibato in modo maturo e sereno, sembra essere particolarmente importante che il sacerdote sviluppi profondamente in sé l’immagine della donna come sorella. In Cristo, uomini e donne sono fratelli e sorelle indipendentemente dai legami di parentela. Si tratta di un legame universale, grazie al quale il sacerdote può aprirsi ad ogni ambiente nuovo, perfino il più distante sotto l’aspetto etnico o culturale, con la consapevolezza di dover esercitare verso gli uomini e le donne a cui è inviato un ministero di autentica paternità spirituale, che gli procura «figli» e «figlie» nel Signore (cfr. 1 Ts 2, 11; Gal 4, 19). 

   Quei principi che risalgono direttamente al Cuore del Redentore e sono stati difesi in migliaia di anni, corrono ora il rischio di essere, in un colpo solo, debellati, cancellando, con un colpo di spugna, tutto ciò che la Chiesa Cattolica, nostra Madre, ha fatto ed operato in difesa del celibato sacerdotale. 

   Estendere ai viri probati la celebrazione eucaristica, sarebbe pericolosissimo e dannoso, perché potrebbe aprire una grossa falla in quella grande, sublime, e santa Diga contro il male e il peccato, che la Chiesa ha sempre opposto, con tutte le sue forze. Sarebbe il primo passo di uno successivo: l’abolizione del celibato sacerdotale. Una catastrofe dalle dimensioni gigantesche, e dagli effetti drammaticamente incontrollabili, e difficilissimi da arginare. Potrebbero accedere al sacerdozio di Cristo persone di ogni livello culturale, religioso, spirituale, umano. In tal caso sarebbero veramente appropriate le parole di Gesù: “Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi”(Matteo 7,6).