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BENEVENTO   

   Adagiata nella conca dove confluiscono i fiumi Sabato e Calore, Capitale dell'antico Sannio, città romana, cuore della Longobardia minor,isola Pontificia nel sud Italia, Benevento è la città dai cento volti ma radicata nel Cristianesimo delle origini. 

   S.Gennaro, S. Artelaide, S.Benedetto da Benevento, S.Giuseppe Moscati, S. Pio da Pietrelcina, sono nati e vissuti in questa Terra del Sannio che ha accolto i primi germi della nascente religione cristiana. 

   A Maria Santissima la città è legata da un amore straordinario e tenerissimo. Ma si tratta pur sempre di un amore bisognoso di crescere e maturare per edificare la civiltà dell'amore e della pace. 

Il caso drammatico della signora Maria Rosa SECOLA in Cecere, di Buonalbergo, che presso l’ospedale civile di Benevento non ha trovato l’assistenza,  e soprattutto la premura che ha incontrato, invece, nell’ospedale Moscati di Avellino

 Più amore verso ogni essere umano, specialmente se ammalato

   Ancora una volta Benevento rivela una malasanità che mostra le ombre di una mancanza di rispetto per la persona umana. Non si possono spiegare altrimenti le peripezie avvenute alla famiglia Cecere. Sarebbe oltremodo doveroso che le nostre strutture sanitarie siano dotate di opportuni controlli etici e morali. Il sindacato degli operatori sanitari va bene. Ma ancora più importante, direi urgentissima, sarebbe la presenza di rappresentanti del Tribunale del malato, nelle nostre strutture sanitarie.

 

Donato Calabrese

    Alle volte  si può fare poco per la malattia, ma molto per la persona: la si restituisce alla dignità. In tal caso l’ammalato si vede amato, o, perlomeno, trattato con rispetto, come conviene a una società civile, o quasi, come dovrebbe essere quella di oggi. Ma non è così, purtroppo, perché nella società materialista contemporanea, che considera sofferenza solo quella visibile e sanguinante per mezzo dei telegiornali, ma nella quale si va facendo subdolamente strada l’eutanasia, parallelamente va perdendo sempre più valore la difesa della vita umana, specialmente in una persona malata seriamente, se vogliamo usare un eufemismo.

   Quello che sta venendo meno in questa società italiana decadente e svuotata di valori etici, morali, e cristiani, è il crescente deterioramento dell’immensa preziosità della vita umana, che si nota proprio nel rapporto tra medico e personale sanitario da una parte, e l’ammalato dall’altra. L’episodio che sto per raccontare esprime proprio come sia fortemente calato, nel Sannio specialmente, il livello di attenzione delle strutture ospedaliere verso i malati e gli anziani che sono costretti a ricorrere alla loro assistenza. È il caso drammatico di una signora di Buonalbergo, che presso l’ospedale civile di Benevento non ha trovato quell’assistenza,  e soprattutto quella premura che ha incontrato, invece, nell’ospedale “G. Moscati” di Avellino, mostrando la drammatica realtà di una città, Benevento, balzata ancora una volta agli “onori” della malasanità.

   Mi sono interessato direttamente della vicenda, sia perché ho incontrato personalmente i due coniugi di Buonalbergo, sia perché per oltre quarant’anni sono stato impegnato nella pastorale della sofferenza. Ecco perché ho ritenuto essenziale pubblicizzare la serie continua di vicende che hanno toccato profondamente il signor Francesco Cecere e sua moglie, la signora Secola Maria Rosa, di anni 63, pure di Buonalbergo. 

   Innanzitutto, ho cercato di abbreviare il resoconto presentatomi dal signor Francesco, anche per non tediare i lettori nella conoscenza dettagliata della lunga odissea che porta alla ribalta la mancanza di sensibilità parte del personale di una struttura come l’ospedale Rummo di Benevento (ma forse il discorso andrebbe allargato a tutto un sistema sanitario che fa acqua soprattutto nella mancanza di attenzione e rispetto verso chi vive in modo drammatico la malattia e la sofferenza grave).

   La signora Secola Maria Rosa in Cecere, da circa un anno è andata in cirrosi epatica (epatite C negativa). Il giorno 24 aprile 2016 scorso è stata accompagnata al pronto soccorso dell’ospedale civile di Benevento a causa del liquido all’addome (ascite), venendo ricoverata al reparto malattie infettive, come mi ha dichiarato il coniuge sig. Francesco. Una volta in reparto, le è stato messo il catetere, dandole un poco di Lasix in vena. Alcuni giorni dopo, il medico di turno ha dichiarato al marito, che l’avrebbe dimessa. Di fronte alle rimostranze del signor Cecere, il dottor Sepe ha risposto che avrebbe potuto continuare la terapia a casa. Non convinto, il marito ha chiesto che la signora fosse trattenuta in ospedale, almeno fino al lunedi successivo, anche per verificare in ospedale il decorso della drammatica situazione. Nulla da fare. La signora doveva essere dimessa dal reparto.

   Giunta a casa, la signora Maria Rosa entrò nuovamente in crisi con il blocco dei reni. Dopo alcuni giorni intervenne il medico di famiglia, dottor Togna, chiamando lui stesso il 118. La signora Maria Rosa venne nuovamente trasportata al pronto soccorso dell’ospedale, dove le riscontrarono abbondanza di liquido. Il dottor Mazzarelli chiese il suo ricovero. Tuttavia, dopo il cambio di turno delle ore 14,00, la signora non venne ancora ricoverata in reparto. Preoccupato per le condizioni della moglie, alle 17,30 circa, il signor Francesco Cecere  venne a sapere dalla dott.ssa D’Alessio Giovanna, che non c’erano posti letto in reparto. Recatosi subito in reparto, notò con stupore che c’erano dei posti letto liberi in alcune stanze. C’erano anche dei cartelli grandi con la scritta: “LETTO DA NON OCCUPARE”. A questo punto qualsiasi parente avrebbe perso le staffe, anche considerando le gravissime condizioni fisiche di un proprio congiunto. E allora grazie agli urgenti e drammatici solleciti del marito, la donna venne nuovamente ricoverata. Appena condotta in reparto, il medico di turno disse: “L’avete portata un’altra volta qui, la signora! Qui non è il suo reparto”.

   Ma la situazione non migliorava. Il sabato mattina passarono le visite, e lo stesso dott. Sepe, giunto in camera, disse alla signora che intendeva dimetterla dall’ospedale. A questo punto, il marito chiese al medico se non fosse il caso di effettuare la placentasi per fare uscire il liquido. Nulla da fare: “Deve tornare a casa - rispose il medico - perché in questo reparto non ci può stare”.  “E allora in quale reparto deve essere ricoverata?”, replicò profondamente preoccupato il marito. Giunto nel frattempo il dott. Forgione, disse che la donna poteva essere curata con i diuretici Lasix e Luvion direttamente a casa sua, aggiungendo, peraltro: “E se non siete capaci, ci sono delle strutture adatte a lei”. Poi, continuando il discorso, lo stesso medico concluse: “Tanto voi sapete benissimo la malattia di vostra moglie: deve morire, o prima o poi”.  Che cosa significa questa frase? Lascio ai gentili lettori la risposta. Ad ogni modo la donna tornò nuovamente a casa.

   Un uomo che ama profondamente la sua sposa non può accettare supinamente la prospettiva della sua morte: questo è chiaro. E il signor Francesco Cecere non dormiva la notte al pensiero che la moglie potesse morire così presto.

   A questo punto devo ringraziare il dott. Francesco Crafa, il quale in poco tempo telefonò al primario dell’ospedale “G. Moscati” di Avellino, permettendo il ricovero della signora Maria Rosa. Dopo dovuti accertamenti, venne liberata dal liquido (otto litri). Sono trascorsi circa sessanta giorni dalla dimissione della signora e, grazie a Dio, il liquido non si forma più. A questo punto la preoccupazione del signor Cecere si tramuta in estrema gratitudine per la struttura ospedaliera Avellinese e per i suoi responsabili, oltre che per il dott. Francesco Crafa, il dott. Nicola Acone, e tutta l’equipe medica del reparto malattie infettive del Moscati.

   Purtroppo, ancora una volta Benevento ha rivelato una malasanità che mostra le ombre di una mancanza di rispetto per la persona umana. Non si possono spiegare altrimenti le peripezie avvenute alla famiglia Cecere.

   Sarebbe oltremodo doveroso che le nostre strutture sanitarie siano dotate di opportuni controlli etici e morali. Il sindacato degli operatori sanitari va bene. Ma ancora più importante, direi urgentissima, è la presenza di rappresentanti del Tribunale dei diritti del malato.

   A proposito del signor Francesco Cecere, devo lamentare un altro suo sfogo. Gli lascio la parola: “Il giorno 29 luglio 2016, portando mia moglie a passare la visita medico legale per l’accompagnamento, fermavo l’auto davanti al cancelletto piccolo che porta all’interno del palazzo INPS. Mi recavo a prelevare una sedia a rotelle per portare mia moglie all’interno dell’Istituto. Mentre la prendevo per metterla sulla carrozzella, due automobilisti momentaneamente bloccati dietro la mia auto, hanno iniziato a insultarmi, mentre io risponevo loro che dovevo far scendere mia moglie dall’auto, e poi avrei spostato l’auto..”.

   Il signor Cecere ha dovuto fare i salti mortali per riaccompagnare la moglie verso l’automobile. Tra l’altro è essenziale, e questo lo dico al signor Sindaco di Beneventio, on. Clemente Mastella, che ci siano degli spazi ampi di parcheggio, in viale Martiri d’Ungheria, appositamente destinati alla sosta di vetture con persone malate e in condizioni di disabilità. Tanto più che un Istituto importantissimo come l’INPS deve essere fornito di un accesso comodo e facile per la persona che soffre o per quella disabile. Purtroppo non tutti gli automobilisti sono educati, e il signor Cecere ne ha fatto personalmente le spese, e questo dopo tutta l’odissea patita dalla moglie, la signora Maria Rosa.

   La civiltà di un popolo si vede dalla sensibilità che questo popolo nutre verso  la persona debole, malata, e anziana. Sotto questo punto di vista Benevento è molto, molto lontana da una vera e autentica città civile. Questa riflessione esprime la cartina di tornasole di una società che sta facendo il passo del gambero e che evoca, nei ricordi di chi scrive, Beneventano purosangue, i ricordi belli, genuini, umani, di una città che non c’è più.   

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