La nostra città è così ricca di attrattive che il Comune di Benevento sente il bisogno di rivangare le vecchie e superate favole delle streghe. Se questo è un modo per attirare turisti a Benevento, ditemelo voi. Altrimenti è proprio vero: Benevento non merita...
CARI TURISTI CHE VENITE A BENEVENTO... LA NOSTRA CITTÀ NON VI MERITA
il Comune di Benevento preferisce guardare al passato, riscoprendo tradizioni ormai superate, come quella delle janare: le famose streghe di Benevento. Se la nostra città fosse povera di attrattive, io, pur con un senso di orrore per queste vecchie superstizioni, potrei anche capirlo. Ma non capisco perché la nostra città si debba impegolare nella valorizzazione di leggende e superstizioni che lasciano il tempo che trovano. E allora, non posso non stigmatizzare, come Guida turistica e Storico di Padre Pio, questo ritono al passato che rischia di essere piuttosto demodé e negativo per il movimento turistico.
Donato Calabrese
Molti di voi sono innamorati della nostra città, e vengono qui per ammirare le bellezze storiche, artistiche e monumentali della Benevento sannitica, romanica, longobarda e pontificia. Ma molti sono attratti dall'ingente patrimonio storico-religioso, che costituisce una parte molto importante delle attrattive turistiche e cristiane di Benevento.
Molti non lo sanno, ma il Cristianesimo pare sia giunto a Benevento per opera del vescovo Fotino, anche se le tracce dei primi secoli sono scomparse a causa delle persecuzioni; per cui possiamo dire che il primo vescovo storicamente beneventano è san Gennaro martire, la cui abitazione era ubicata in prossimità di piazza Cardinale Pacca. Anche i Santi, a partire dallo stesso Gennaro vescovo, meritano un posto particolare nella storia della nostra città. Come non citare Santa Artelaide, Vergine di Costantinopoli, venuta a Benevento presso lo zio Narsete, governatore bizantino, e grande apostola nella divulgazione del culto a Maria Santissima delle Grazie: ha un ruolo molto importante nella vita di fede della nostra città. Infine altri Santi Beneventani sono San Vittore III (già abate Desiderio di Montecassino), San Benedetto da Benevento, tra gli evangelizzatori della Polonia, per finire, poi, con San Giuseppe Moscati e Padre Pio da Pietrelcina.
Per non parlare dei templi, come la Cattedrale e la Basilica della Madonna delle Grazie, e di quelli, purtroppo chiusi, di San Bartolomeo, di San Salvatore, del Gesù Bambino di Praga e di tanti altri.
Ci sarebbe abbastanza materiale per aggiungere un altro tassello significativo agli itinerari turistici.
Ma il Comune di Benevento preferisce guardare al passato, riscoprendo tradizioni ormai superate, come quella delle janare: le famose streghe di Benevento. Se la nostra città fosse povera di attrattive, io, pur con un senso di orrore per queste vecchie superstizioni, potrei anche capirlo. Ma non capisco perché la nostra città si debba impegolare nella valorizzazione di leggende e superstizioni che lasciano il tempo che trovano. E allora, non posso non stigmatizzare, come Guida turistica e Storico di Padre Pio, questo ritorno al passato che rischia di essere piuttosto demodé e negativo per il movimento turistico.
Benevento ha delle eccellenze artistiche monumentali di assoluto valore mondiale. Non parlo qui dell'Arco di Traiano e della Chiesa di Santa Sofia. Intendo riferirmi al meraviglioso chiostro che fa parte del complesso longobardo. Ognuno dei quattro lati del chiostro ha la sua fila di colonne: sono dodici, come il numero degli apostoli, tranne nell’angolo a sud, dove il chiostro forma un angolo sporgente, per lasciare spazio alla Chiesa di Santa Sofia.
Sui quattro lati del chiostro ci sono quattro archi a sesto ribassato, di gusto moresco. Il numero quattro si arricchisce di nuovi simboli che si aggiungono agli antichi, come quello dei quattro evangelisti e dei quattro vangeli. Ogni arco poggia su tre colonnine: quattro e tre formano il sette, che nella Bibbia è il numero sacro perché è il simbolo di Dio attraverso il quale si proclama la Sua perfezione e completezza. Il sette indica il sabato, cioè il settimo giorno nel quale Dio si riposò dopo i sei giorni della creazione. Il sette è anche il numero dei sacramenti donati da Gesù. Proprio Lui disse a Pietro che avrebbe dovuto perdonare il suo fratello non “fino a sette volte”, ma “fino a settantasette volte” (cfr. Mt 18,21-22). Quindi, la ripetizione del numero sette doveva trasmettere l’idea che bisogna perdonare senza limiti. Il giardino del chiostro evoca la varietà, la bellezza e l’armonia del cosmo, in cui i quattro elementi sono non solo rappresentati ma riprodotti: la terra che vi è coltivata, l’acqua che vi sgorga, l’aria in cui è avvolto, la luce da cui è inondato (Cfr. www.cistercensi.info). Il simbolismo ripercorre e lega, con forte accentuazione antropologica, la storia dell’universo e dell’umanità, dalla promessa alla realizzazione, dal giardino dell’Eden al giardino di Pasqua, da Adamo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, a Cristo, figlio di Dio, nuovo Adamo, vero albero della vita, piantato al centro del paradiso, vera acqua che dal fonte battesimale zampilla per la vita eterna. In questo senso si può parlare del chiostro come paradiso claustrale e, più precisamente, come paradiso intermedio, come luogo dì passaggio dal paradiso perduto di Adamo al paradiso ritrovato in Cristo. Il giardino del chiostro è, in genere, quadripartito; scandisce le tappe della spiritualità monastica attraverso quattro tempi: il giardino dell’Eden, il giardino del Cantico dei Cantici, il giardino degli Ulivi, il giardino di Pasqua (cistercensi.info). Lo spazio centrale del chiostro è caratterizzato da un giardino con un pozzo situato proprio al centro, che, oltre a svolgere la sua funzione primaria, è considerato anche fonte della vita, ma anche come simbolo di purificazione e rinnovamento dello spirito. Il percorso coperto sotto le logge o gli archi è quello di un quadrato, che però si compie in maniera circolare, antioraria. È un itinerario di eternità: il circolo, simbolo del trascendente, è racchiuso nel quadrato, simbolo dell’immanente.
Altra meraviglia della nostra città è la Janua Major.
Moltissimi studiosi, appassionati ed amanti dell'arte si sono fermati a contemplare la JANUA MAJOR della cattedrale di Benevento. Tra essi voglio ricordarne qualcuno come Ciampini, Sarnelli, Borgia, De Vita, Lenormant, Meomartini, Bertaux, Venturi al quale dobbiamo la splendida definizione riportata sopra, Leisinger ed infine i nostri Zazo e Rotili.
Mi piace riportare, tra i tanti, il giudizio del prof. Mario Margotti, ripreso dal libro di mons. Ferdinando Grassi, "I frammenti della porta di bronzo beneventana": "Nel secolo XI si rivelò in queste opere di metallo un potere plastico, con una manifestazione nuova, di vita interiore. Così l'inerte materia, con la fusione del bronzo, si colloca tra le alte creazioni dell'arte. Sin dal secolo XI - continua Margotti - si notano nella scultura romanica propositi comuni e scambi di opere, di artefici e di influenze. Dovuta ad un artefice meridionale - un artefice non insensibile agli insegnamenti che poté trarre dall'opera di Bonanno Pisano - è la porta a forte rilievo della CATTEDRALE DI BENEVENTO. Divisa in trentasei compartimenti per ogni battente, separati da cornici ad ovuli, al cui incrocio s'appunta un rosoncino, questa porta della fine del secolo XII è il capolavoro dell'arte beneventana" (Mario Margotti, rivista L'ILLUSTRAZIONE VATICANA, anno 1937, n. 22). G. Edoardo Mottini conferma: "La sicurezza della composizione e la vivacità plastica sono singolari in quest'opera imponente. La porta del Duomo di Benevento annunzia e promette i miracoli fiorentini dei secoli successivi" (G. Edoardo Mottini, Storia dell'Arte italiana, Ed. scolastiche Mondadori, p. 311).
A questi entusiastici giudizi, voglio aggiungerne altri due ripresi dall'Enciclopedia Universale dell'Arte: "La porta di bronzo di Benevento accoglie esperienze di tipo romanico occidentale" (Enciclopedia Universale dell'Arte, vol. VIII, Ed. G. C. Sansoni - Firenze, pag. 289). "Nel XII secolo i fonditori italiani produssero una serie di splendide porte per lo più sotto l'influsso bizantino: se ne trovano esempi a Benevento, Monreale, Pisa e altrove" (Enciclopedia Universale dell'Arte, vol. IX, Ed. G. C. Sansoni - Firenze, pag. 232). La nostra città è così ricca di attrattive che il Comune di Benevento sente il bisogno di rivangare le vecchie e superate favole delle streghe. Se questo è un modo per attirare turisti a Benevento, ditemelo voi. Altrimenti è proprio vero: Benevento non merita...