Satana aveva proferito questa
minaccia che la dice lunga sulle sofferenze, sui tormenti spirituali e le
persecuzioni subite dal Frate di Pietrelcina: “Se non desisti farò succedere
contro di te cose che mente umana non riesce ad immaginare”.
IL CALVARIO DI PADRE PIO
ENTRIAMO NEL MISTERO CHE HA AVVOLTO, PER TUTTA LA SUA VITA, SAN PIO DA PIETRELCINA
Donato Calabrese
Storico di Padre Pio
INTRODUZIONE Una Giornata particolare su La7, a firma di Aldo Cazzullo. Uno sprone a esplorare il Mistero.
A chi non conosce Padre Pio, sembra un'opera ben fatta. Anche io, la prima volta che l'ho visto, sono rimasto compiaciuto di come Cazzullo non sia caduto nella rete satanica che domina l'informazione italiana. In realtà, vedendo qualche altro scorcio del video, posso dire che c'è caduto e ci si è sguazzato dentro, dando un'idea di completezza e di conoscenza, a coloro che si fermano alla superficie di ogni storia. Nulla di tutto questo: specialmente quando ha parlato della Via Crucis del Santo di Pietrelcina, e quindi anche del rapporto tra Padre Pio e Papa Giovanni, dove è emersa un'improvvisazione e una superficialità di giudizio che denota la non conoscenza: né del personaggio Padre Pio, né della storia legata a Lui. Tanto rispetto al giornalista e Scrittore, ma quando si entra in un campo minato, particolarmente ostico, come quello della fede cristiana e della mistica, anche per un giornalista preparato come Cazzullo, fatalmente si rischia di toppare, com'è successo in passato, alla RAI, all'Avvenire, e altre fonti multimediali. E su Padre Pio Cazzullo è inciampato più volte, sia nel presentarne la vita e la fenomenologia mistica (ahimé!), sia nel parlare delle campagne persecutorie orchestrate, non dal Santo Ufficio (che è solo esecutore materiale), ma dallo spirito del male. Difatti, fin dai primi anni d’infanzia di Padre Pio, l’angelo decaduto (Satana) ha intuito il bene immenso che lui avrebbe operato nel secolo Ventesimo, proprio quello nel quale l’opera del male si è manifestata nella maniera più evidente. Basti pensare agli opposti ateismi ed alle grandi deflagrazioni mondiali, oltre che ai vari genocidi dei popoli armeno ed ebreo succeduti in questa epoca. Si può ragionevolmente comprendere, quindi, l’eziologia di una guerra dichiarata e portata avanti dai due alfieri del bene e del male. L’uno contro l’altro. Ecco perché, all’inizio della Missione sacerdotale di Padre Pio, Satana aveva proferito questa minaccia che la dice lunga sulle sofferenze, sui tormenti spirituali e le persecuzioni subite dal Frate di Pietrelcina: “Se non desisti farò succedere contro di te cose che mente umana non riesce ad immaginare”. Ma Padre Pio non ha mai rinunciato all’immane lotta contro il gigantesco regista di tutto il male presente in questo secolo di errori e di orrori. Malgrado le minacce ricevute dallo stesso spirito del male, ha tirato sempre avanti per la sua strada, senza mai cedere, anche perché già a Pietrelcina Gesù stesso gli aveva detto che non l’avrebbe mai abbandonato nella lotta contro il male, promettendogli la corona della vittoria.
Nel mio ultimo libro, PADRE PIO, SONO UN MISTERO A ME STESSO, ho cercato di colmare la grossa lacuna del Calvario di Padre Pio, rilevante perfino nelle biografie ufficiali, preferendo seguire lo storico francese Yves Chiron, al quale l'industriale padovano Giuseppe Pagnossin (molto legato a Padre Pio) aveva affidato una mole considerevole di documenti sul Calvario di Padre Pio.
Cazzullo ha appena aperto la porta del Calvario di Padre Pio, ma senza esplorare tali pagine oscure che rientrano nel Mistero del Santo di Pietrelcina, fermandosi sull’uscio della porta, ma senza prendere posizione sulle sistematiche persecuzioni subite dal Frate stigmatizzato, dando, anzi, l’idea che il Papa “Buono”, cioè Giovanni XXIII, non abbia responsabilità alcuna, nei confronti di Padre Pio.
Spetta a me, come Storico di Padre Pio, rivelare la pura verità, anche se ho pensato più volte di tacere. Ma credo che, a questo punto, sia doveroso raccontare tutta la storia, a puntate, su queste pagine, partendo dall’arrivo di Padre Pio a San Giovanni Rotondo e attraversando tutta la sua Storia di “Crocifisso senza croce”. Cercherò di porre in luce gli eventi che hanno preceduto e accompagnato la prima sistematica oppressione, e quelli che hanno seguito, man mano, il doloroso Calvario della seconda azione tribolazione, senza nascondere i fatti storici intermedi intercorsi tra la prima e la seconda vessazione, nei confronti del mite agnello di Pietrelcina. Essendo un uomo che appartiene alla Chiesa Cattolica, e per di più, vivendo una particolare consacrazione a Cristo, cercherò di conservare un linguaggio prettamente evangelico, consono alla mia vita in Cristo e nella Chiesa Cattolica, mia Madre. Tutto questo con assoluto rispetto dello stesso Padre Pio da Pietrelcina, e di quanto egli diceva in relazione alla Chiesa stessa: “La Chiesa è madre, anche quando percuote”.
Il caso “Padre Pio” Le vicende di San Giovanni Rotondo sono seguite con attenzione negli ambienti vaticani. Il 24 marzo 1920 giunge in veste privata, ma per ordine del Pontefice, mons. Anselmo Edoardo Kenealy, arcivescovo di Simla, nelle Indie orientali. Frate cappuccino e per natura diffidente verso tutte le manifestazioni mistiche, alla fine della sua visita rilascia questa interessante testimonianza al dott. Giorgio Festa, nei riguardi di Padre Pio: “Il piano inquisitorio da me con tanta cura preparato andò sconvolto dalle sue risposte semplici ed ispirate e dopo circa cinque ore di colloquio nella sua cella, io, che tengo all’abito vescovile non per me come persona, ma per la dignità di cui sono investito, quasi senza avvedermene mi trovai in ginocchio dinanzi a lui, e così lo pregai di benedirmi”. Nella relazione del 27 marzo 1920, mons. Kenealy esprime un’ulteriore impressione positiva sul Frate di Pietrelcina: “Ho esaminato bene le stigmate nelle mani di Padre Pio, ed ho parlato con lui lungamente. Vado via da San Giovanni profondamente convinto di ciò che ho visto e sentito, che là, a San Giovanni, abbiamo un vero Santo, singolarmente privilegiato dal Signore con le cinque piaghe della Passione e con altri doni... che siamo abituati a leggere nella vita dei grandi santi... è osservante e operoso. Ha grandi doni dal Signore e nondimeno è tutto naturale nel più degno senso della parola. Se sa soffrire, sa anche come sorridere”. Padre Agostino Gemelli Quando comincia a interessarsi di Padre Pio da Pietrelcina, padre Agostino Gemelli è una delle figure più eminenti della cultura italiana e della stessa Chiesa Cattolica. Nato in un ambiente anticlericale e socialista militante, da medico e chirurgo di fama si è convertito al cattolicesimo, entrando a far parte dei frati minori francescani. Ha poi fondato l’Università cattolica Sacro Cuore di Milano, venendo in contatto con mons. Achille Ratti, il futuro Papa Pio XI, divenendone amico. Ciò influenzerà molto l’atteggiameno di Pio XI nei confronti del Frate di Pietrelcina. Ma è soprattutto per la sua specializzazione in neuropsicologia che Gemelli comincia a interessarsi di Padre Pio e delle sue stigmate, scrivendo una lettera al Ministro provinciale dei Cappuccini di Foggia, padre Pietro di Ischitella, onde ottenere l’autorizzazione ad esaminare le misteriose lesioni del Frate di Pietrelcina. Ma questi è già stato visitato dai medici Romanelli, Bignami e Festa, e non ci sono motivi per una nuova visita, considerato anche quanta sofferenza gli abbiano provocato i meticolosi esami medici. Il Superiore provinciale non concede, quindi, l’autorizzazione, rifiutando la richiesta del Gemelli, e supponendo la possibilità di un’eventuale visita solo nel caso in cui lui sia in possesso di autorizzazione delle autorità ecclesiastiche romane.
Di fronte a tale diniego, padre Gemelli prova una scorciatoia, dicendo che vuole andare a San Giovanni Rotondo “solo per fini privati e spirituali”. Ma i veri fini usciranno presto allo scoperto. Dopo essersi recato a Foggia nel vano tentativo di un’autorizzazione che non poteva ottenere, in compagnia della fidata Armida Barelli, Gemelli si reca a San Giovanni Rotondo, accompagnato da padre Benedetto da San Marco in Lamis.
La mattina del 18 aprile 1920, seguito da Emanuele Brunatto e dal Padre guardiano, Padre Pio si reca in sacrestia, dove incontra Gemelli. La conversazione tra loro due ha la durata di qualche minuto, non di più. A un certo punto il medico passa decisamente allo scopo della sua visita: osservare le “piaghe” del frate. Pur non provvisto di necessaria autorizzazione, esige senza mezzi termini, e sicuramente conforme al suo carattere deciso, di verificare le misteriose ferite. E allora gli dice esplicitamente: “Padre Pio, sono venuto per un esame clinico delle sue lesioni”.
Impassibile, il frate gli domanda: “Ha un’autorizzazione...scritta?”.
“Scritta no, ma... ”.
“In questo caso non sono autorizzato a fargliele vedere”. Pertanto, senza aggiungere una parola, se ne va a celebrare la santa messa.
Interdetto di fronte a una risposta che sicuramente non si attendeva, Gemelli lo vede allontanarsi, ma fa appena in tempo a esclamare: “Bene, Padre Pio, ne riparleremo”.
Dopo qualche ora l’illustre medico francescano lascia definitivamente San Giovanni Rotondo. Questo è l’antefatto di una lunghissima querelle alla quale cercherò di porre la parola fine, citando innanzitutto i due testimoni presenti all’incontro tra Gemelli e Padre Pio: Emmanuele Brunatto e padre Benedetto da San Marco in Lamis. Il primo, ha lasciato la seguente testimonianza, presente nel volume La Vera Storia di PADRE PIO di Enrico Malatesta: “Quando alcuni anni dopo furono note le affermazioni, scritte e pubblicate, del Gemelli sul suo “preteso esame” delle Stigmate di Padre Pio, andai a visitarlo nel convento di S. Antonio e gli ricordai che io stesso ero testimone del contrario. In risposta il rettore magnifico mi ammonì sui rischi cui mi esponevo affrontando un avversario della sua taglia. Mi sarei fatto stritolare…!”. Evviva l’umiltà di padre Gemelli! Sollecitato a lasciare la sua personale testimonianza, padre Benedetto, altro testimone presente all’incontro, scrisse: “l’incontro “avvenne in sacrestia. Durò pochi minuti. Ero in un angolo lontano ed ebbi l’impressione che il padre Pio lo licenziasse come seccato. Ecco tutto”. Lo stesso Padre Pio, negli anni 1956-1960, dichiarò: “Padre Agostino Gemelli è venuto da me accompagnato dalla signorina Armida Barelli. Ho parlato con lui per poco tempo. Ma egli non mi ha mai visitato, non ha neanche visto le stigmate. Affermare il contrario è falso e disonestà scientifica”.
C’è un’altra autorevole testimonianza che, come la precedente, è riportata da padre Riccardo Fabiano nel suo libro La Via di Padre Pio: “Negli anni 1970 padre Giovanni Aurilia da Montemarano (1940), studente all’Antonianum di Roma, dove insegnava padre Roberto Zavalloni, discepolo di padre Gemelli, fu destinatario della seguente risposta di Gemelli a Zavalloni, che confidenzialmente e privatamente gli aveva chiesto della sua posizione sullo stimmatizzato: «Ma che ti voglio dire, io le stimmate non le ho viste». Padre Giovanni Aurilia ha riferito questa frase a me, io la scrivo per voi lettori”.
Come si evince dalla massiccia concordanza delle testimonianze, nei pochi minuti dell’incontro con padre Pio, Gemelli non ha potuto assolutamente vedere, e tanto più verificare le cosiddette stigmate. Quindi, appare ben definita la realtà storica dei fatti accaduti nel lontano 1920. Eppure, dopo un po’ di tempo, giunge al Sant’Ufficio una “terribile” relazione, nella quale Gemelli presenta un rapporto dettagliato della sua visita a Padre Pio, con un esame delle stigmate che in realtà non è mai avvenuto. Da qualche parte si accenna a una “novità ora emersa», consistente in «una dettagliata relazione al Sant’Uffizio datata 6 aprile 1926, allo scopo di voler dimostrare l’indimostrabile. A smontare questa tesi è Angelo Mischitelli, autore del libro Padre Pio, un uomo un santo. Secondo lui, in questa relazione c’è un punto in cui Gemelli concorda con le testimonianze dei frati ed è ciò che “inficia tutto il testo, ossia il P. Gemelli fa riferimento al segretario del vescovo di Foggia, che viene citato per nome e cognome dai frati come componente della comitiva della prima visita fatta da Gemelli a Padre Pio. Da ciò si deduce che la visita sia stata una sola, quella effettuata il 18 aprile 1920. E allora – continua Mischitelli – il padre Gemelli ne esce non ridimensionato, ma addirittura distrutto nella onestà intellettuale e serietà scientifica: afferma esplicitamente il falso, usa materiale non suo per descrivere le piaghe di Padre Pio. La sua difesa, o, meglio, la sua terza relazione, quindi, risulta fasulla”. Quindi, padre Agostino Gemelli non ha visto in nessun modo le stigmate di Padre Pio, né ha avuto il tempo di verificarle. Ciononostante, la sua relazione terribile su Padre Pio, ha fatto sì che Gemelli fosse il motore primo da cui è partita tutta la campagna persecutoria nei confronti del Santo cappuccino di Pietrelcina. La differenza tra Gemelli e Padre Pio appare evidente e chiara nell’azione e reazione degli stessi eventi storici avvenuti negli anni seguenti, fino alla loro morte. Dalla reazione di Padre Pio di fronte a oltre quarant’anni di azioni disciplinari e persecutorie del Santo Ufficio, si evince tutta la differenza tra lui e il “grande accusatore”. È tutta la sua vita a testimoniare chi è stato Padre Pio da Pietrelcina. Un martire di Dio e della Chiesa, che all’abbondanza di doni divini ricevuti, ha risposto con il suo nudo patire e il nudo amare, l’Alter Christus trasverberato, stigmatizzato, e la piaga alla spalla (che Lui ha sempre taciuto, ma che fra Modestino ha scoperto per caso); l’anima riparatrice, l’uomo di Dio contrassegnato da una grande varietà di carismi che ha messo sempre disposizione delle anime (come la bilocazione), e appunto l’apostolo del confessionale. E poi, il profeta, il taumaturgo per mezzo del quale Dio ha operato eventi sensazionali, grazie senza numero, e miracoli strepitosi sul Gargano e nel mondo, e fenomeni innegabili, come il profumo e la preveggenza (che, in tempi lontani gli aveva fatto preconizzare la fine della guerra: con la sconfitta della Germania e dell’Italia).
Malgrado tutto il male ricevuto da personalità come Gemelli e tanti altri sui quali stendiamo pietosamente il velo del evangelico del silenzio (avremo modo di esaminare tutte le azioni poliziesche, vessatorie, disciplinari, che ha subito per tutta la sua vita), Padre Pio non ha mai mosso parole di denuncia o di rimpovero verso chicchessia. Dalle sua labbra usciva sono uscite solo espressioni come questa: “La Chiesa è madre, anche quando percuote”. Davvero, il mite agnello di Pietrelcina, è stato immagine trasparente del mite Agnello Pasquale.
Non sono passati molti anni, da quando Satana minacciò Padre Pio, dicendogli: “Se non desisti farò succedere contro di te cose che mente umana non riesce ad immaginare”. Le minacce eteree del male cominciano a realizzarsi già con la vicenda Gemelli, seguita subito dopo da un altro personaggio molto conosciuto sul Gargano: un eminente prelato che per ora opera sotto traccia, ma uscirà ben presto allo scoperto, dando ulteriore vigore alle accuse formulate dal Gemelli. Si tratta di mons. Pasquale Gagliardi, Vescovo di Manfredonia: la Diocesi di cui fa parte San Giovanni Rotondo. Gagliardi, tra l’altro, è amico del cardinale De Lai, membro del Consiglio supremo del Santo Uffizio, e spesso i due trascorrono insieme le vacanze estive. Non è difficile, perciò, ipotizzare qualche contenuto delle rilassate conversazioni vacanziere tra loro due, considerata la velata ostilità verso Padre Pio. Saranno Renzo Allegri ed Enrico Malatesta a rendere note le chiacchiere poco evangeliche tra questi due prelati di Santa Romana Chiesa. I primi accenni di quella che sarà un’autentica rete di macchinazioni contro il Frate di Pietrelcina, si cominciano a intravedere già ora, tra le mura severe del Santo Ufficio a Roma, dove la convergente influenza di padre Gemelli, del Vescovo di Manfredonia, e di alcuni sacerdoti secolari di San Giovanni Rotondo, inizia a produrre i suoi effetti nefasti sull’opera di bene che sta nascendo sul Gargano. Il 2 giugno 1922 gli Inquisitori Generali del Santo Ufficio decidono di scrivere una lettera al Ministro generale dei Cappuccini, disponendo che intorno a Padre Pio “si stia in osservazione; si eviti ogni singolarità e rumore circa la sua persona, celebri la messa di preferenza summo mane (all’alba) e in privato... Per nessun motivo egli mostri le cosiddette stigmate, ne parli a qualcuno e le faccia baciare”. Si dispone, inoltre, che deve cessare subito la direzione spirituale di padre Benedetto da San Marco in Lamis, così come si deve porre fine a qualsiasi rapporto epistolare tra lo stesso padre Benedetto e il confratello stigmatizzato. Infine, il Sant’Ufficio chiede al Superiore Generale di disporre il trasferimento di Padre Pio in un altro convento cappuccino. Fin dal 18 giugno 1922, il Superiore provinciale padre Pietro di Ischitella cerca di assicurare il Padre generale sul suo impegno per l’attuazione degli ordini ricevuti. Alcuni sono più semplici da attuare, ma altri, come il trasferimento di Padre Pio, appaiono molto più ardui. Infatti, non tarda a diffondersi la notizia della decisione relativa al trasferimento, mettendo in subbuglio tutta la popolazione di San Giovanni Rotondo. Guidati dal sindaco, Francesco Morcaldi, i cittadini cominciano a organizzare turni di guardia attorno al convento, pronti a intervenire finanche con le armi per impedire qualsiasi movimento di Padre Pio.
Figlio mio, soggiunse Gesù, ho bisogno delle vittime per calmare l’ira giusta e divina del Padre mio; rinnovami il sacrificio di tutto te stesso e fallo senza riservatezza alcuna».
“IL MIO CUORE È DIMENTICATO.
NESUNO SI CURA PIÙ DEL MIO AMORE”
LA RISPOSTA DI PADRE PIO AL SACRO CUORE DI GESÙ
Il Sacro Cuore di Gesù è al centro della dimensione spirituale e mistica di Padre Pio da Pietrelcina, la cui spiritualità converge sulla contemplazione del Suo Amore crocifisso. Un culto che ha radici antiche e che risale alla sua infanzia, in particolare all’età di cinque o sei anni, quando il Sacro Cuore di Gesù gli apparve mentre lui pregava solitario tra le bianche pareti dell’allora chiesa parrocchiale di Santa Maria degli Angeli, attualmente chiesa di Sant’Anna.
Se fosse dipeso dal futuro Padre Pio, il fatto prodigioso sarebbe rimasto nello scrigno prezioso delle memorie soprannaturali, gelosamente custodito nel suo cuore.

Donato Calabrese
(Storico di Padre Pio e Guida turistico Spirituale di Pietrelcina e del Sannio)
Quando uno di noi vuole manifestare tutto il proprio affetto ad una persona cara, le dice: “Ti offro il mio cuore”; “ti do il mio cuore”, “il mio cuore è Tuo, ti appartiene”. “Ecco, questo è il mio cuore che palpita per Te”. È la stessa cosa che dire: “Ti voglio bene”. Ma è un modo di dirlo in maniera forte, intensa, visibile, totalizzante. L’immagine del cuore esprime molto meglio il nostro affetto. E questo non perché, secondo la nostra mentalità occidentale, il cuore custodisce ed irradia i nostri sentimenti, ma perché tali emozioni, di dolore, di gioia, o di amore, si riflettono sui moti e sulle palpitazioni del nostro cuore.
I Vangeli ci tramandano i sentimenti di amore e di misericordia di Gesù. Per dirci: “ti voglio bene”, il Figlio di Dio ha fatto ricorso all’accezione più alta del verbo amare: quella bene espressa dal verbo agapao, che esprime l’amore gratuito, l’amore più alto e profondo, l’amore che si effonde verso la persona amata.
Per venire incontro al nostro modo di pensare e di comunicare, Gesù si esprime con la forza delle immagini e con l’amore più profondo: l’amore Divino che lo conduce fino alla suprema testimonianza della morte, seguita dalla risurrezione, e che è ben anticipata dalle sue parole a Nicodemo: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito”[1]. Dare fino alla morte: ecco la misura dell’amore di Dio per l’uomo.
La mistica del Cuore di Gesù risale al medioevo, e precisamente al XIII secolo, nel monastero di Helfta, in Germania, la cui vita spirituale è intesamente animata da straordinarie figure di monache benedettine, con in testa Santa Gertrude la grande. Nello spirito della regola di San Benedetto, Gertrude matura una profonda comunione con il Sacro Cuore di Gesù, tanto da essere chiamata la teologa del Sacro Cuore e l’iniziatrice del suo culto.. “Rivelare, comunicare, far gustare agli uomini il tesoro racchiuso in questa sorgente che è il cuore stesso di Cristo”[2].
Sorella di Gertrude è Matilde di Hackeborn che, attratta dall’umanità di Cristo, che lei vede come Sposo, Fratello, Salvatore, e Signore, contribuisce all’affermazione della devozione al Cuore di Gesù, simbolo teologico delle sofferenze, alla cui compartecipazione Dio chiama le anime predilette[3].
Il centro della vita mistica della monaca visitandina Margherita Maria Alacocque è fortemente segnato dalle apparizioni del Sacro Cuore che le danno una conoscenza infusa dell’umanità di Cristo, di cui ella sottolinea soprattutto il silenzio[4]. E non può essere altrimenti: All’Amore di Dio che chiama nel silenzio, non può non risponde, nel silenzio, l’amore delle creature. Eppure, all’amore di Dio corrisponde spesso l’ingratitudine degli uomini. Quando appare alla stessa Margherita Maria Alacocque, mostrandole il suo Cuore, Gesù le dice: “Ecco quel cuore che ha tanto amato gli uomini e dai quali non riceve che ingratitudini e disprezzo...”.
Il Sacro Cuore di Gesù è al centro della dimensione spirituale e mistica di Padre Pio da Pietrelcina, la cui spiritualità converge sulla contemplazione del Suo Amore crocifisso. Un culto che ha radici antiche e che risale alla sua infanzia, in particolare all’età di cinque o sei anni, quando il Sacro Cuore di Gesù gli apparve mentre lui pregava solitario tra le bianche pareti dell’allora chiesa parrocchiale di Santa Maria degli Angeli, attualmente chiesa di Sant’Anna.
Se fosse dipeso dal futuro Padre Pio, il fatto prodigioso sarebbe rimasto nello scrigno prezioso delle memorie soprannaturali, gelosamente custodito nel suo cuore.
Invece sono i suoi confidenti più stretti, padre Benedetto[5] e padre Agostino[6] a rivelare, in momenti diversi, l’apparizione del Sacro Cuore di Gesù al piccolo Francesco Forgione[7]. Un fatto che dimostra che è nello stile di Dio, manifestarsi, non attraverso i riflettori della comunicazione di massa, ma nell’umiltà e nella semplicità dei cuori, dei luoghi e degli avvenimenti nascosti al mondo.
L’apparizione del Sacro Cuore di Gesù al piccolo Francesco Forgione, il futuro Padre Pio, è mirabilmente raffigurata sulla finestra istoriata della chiesetta di Sant’Anna a Pietrelcina. Proprio dov’è avvenuta. Un incontro tra Gesù e l’anima che avrebbe l’avrebbe fedelmente seguito sulla via della croce. Un evento nascosto, silenzioso, discreto, senza parole: incastonato in un secolo nel quale il linguaggio e la comunicazione umana saranno influenzati da un universo di parole capace di seminare genocidi, ateismi, e tirannie che sfoceranno nelle più sanguinose e terribili guerre della storia umana.
Invece, laddove Dio scrive una Storia Divina col contributo di coloro che lasciano ampio spazio alla Grazia nei loro cuori, gli Eventi si realizzano quasi senza parole, forse ponendo l’accento sul valore assoluto di un solo tipo di parola, pronunciata duemila anni fa da Gesù di Nazaret, e sempre attuale, secondo le sue promesse: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”[8].
L’unica parola capace di cambiare i cuori degli uomini e dei popoli. Ha scritto il poeta tedesco Theodor Koerner: “Il più grande re è quello che si fabbrica un trono nel cuore degli uomini”.
Ed è al cuore semplice e puro del futuro Padre Pio che si manifesta il Sacro Cuore di Gesù. Tra le mura candide della piccola chiesa di Sant’Anna a Pietrelcina non si sentono parole, ma amorevoli silenzi; belli, intrisi di commozione e di profonda e taciturna adorazione nel silenzioso dialogo tra Francesco Forgione e il Sacro Cuore di Gesù. È un evento senza parole che sembra quasi ripetere l’apparizione coeva della Madonna Addolorata alle veggenti Bibiana e Serafina di Castelpetroso, avvenuta nel 1888, cinque o sei anni prima dell’apparizione di Gesù al futuro Padre Pio.
Come a Castelpetroso, le parole non servivano tra Maria Santissima e le veggente, così a Pietrelcina: il silenzio di Gesù e del piccolo Francesco vale più di tutte le parole del mondo, perché pregno di sentimenti.
Ha cinque o sei anni, Francesco Forgione, ed è raccolto in preghiera nel piccolo tempio posto sulla sommità del Borgo Castello, a Pietrelcina. Improvvisamente, in un bagliore di luce, appare uno strano personaggio nei pressi dell’altare. Francesco lo fissa con quei suoi occhi infantili, e subito lo riconosce. È il Sacro Cuore di Gesù che lo guarda colmo di affetto, facendogli segno di avvicinarsi.
Alzatosi, si dirige lentamente verso di Lui. I suoi occhi innocenti e puri si incontrano con quelli di Gesù. Francesco gli si inginocchia silenziosamente davanti, mentre Gesù lo benedice ponendogli delicatamente la sua mano sul capo. In questo momento intimo e toccante, nel cuore del futuro Padre Pio da Pietrelcina è instillato il germe di quella contemplazione infusa che lo renderà eccezionale e visibile icona delle meraviglie di Cristo e della Sua Passione. D’ora in poi Francesco Forgione vivrà tutto per Gesù, bramando solo di essere “un altro Gesù, tutto Gesù, sempre Gesù”, come confiderà tanti anni dopo a Cleonice Morcaldi.
Ha cinque o sei anni, Francesco Forgione, ma il suo cuore appartiene già da ora a Cristo Gesù.
Passano gli anni e Francesco Forgione è divenuto fra Pio da Pietrelcina. Il 10 agosto 1910 è ordinato sacerdote nella Cattedrale di Benevento. Quattro giorni dopo celebra la prima Messa nella Chiesa parrocchiale di Pietrelcina. Ancora una volta, utilizza il linguaggio del Cuore per esprimere la sua intensa commozzione: “Mio carissimo padre, per vari giorni sono stato un po’ male; forse la causa principale di ciò è stata la troppa commozione a cui lo spirito in questi giorni è andato soggetto.
Il mio cuore è traboccante di gioia e si sente sempre più forte ad incontrare qualunque afflizione, qualora si tratta di piacere a Gesù...”[9], così scrive al suo padre spirituale, padre Benedetto da San Marco in Lamis.
Ma un grandissimo Dono, il Signore ha in serbo per questo suo dolcissimo amico che ha sempre seguito, fin dall’infanzia, la via della Croce come itinerario privilegiato per essere Alter Christus, Altro Cristo: la stigmatizzazione.
In questa lettera scritta a Padre Benedetto l'8 settembre 1911, Padre Pio racconta, per la prima volta, degli strani dolori alle mani ed ai piedi: “...io mi trovo in campagna a respirare un po' di aria più sana, dietro che ne ho sperimentato la miglioria.
[…] Ieri sera poi mi è successo una cosa che io non so né spiegare né comprendere. In mezzo alla palma delle mani è apparso un po' di rosso quasi quanto la forma di un centesimo, accompagnato anche da un forte e acuto dolore in mezzo a quel po' di rosso. Questo dolore era più sensibile in mezzo alla mano sinistra, tanto che dura ancora. Anche sotto i piedi avverto un po' di dolore. Questo fenomeno è quasi da un anno che si va ripetendo, però adesso per la prima volta glielo dico; perché mi sono fatto vincere sempre da quella maledetta vergogna. Anche adesso se sapesse quanta violenza ho dovuto farmi per dirglielo! Molte cose avrei da dirle, ma mi viene meno la parola; solo le dico che i battiti del cuore, allorché mi trovo con Gesù sacramentato, sono molto forti”[10].
“I battiti del cuore, allorché mi trovo con Gesù sacramentato, sono molto forti”. Vedete come Padre Pio risponde al Cuore di Cristo, presente nel Santissimo Sacramento, con il suo cuore che palpita per il Signore della Vita!
Due anni dopo, il 18 aprile 1912, Padre Pio prova la gioia intensa della fusione del suo cuore con quello di Cristo: “Cuore a cuore”. Ancora una volta queste straordinarie consolazioni avvengono al termine della Santa Messa, allorché si ferma in chiesa per il ringraziamento. È il tempo più prezioso della sua giornata sacerdotale, perché può intrattenersi, finalmente da solo, con Gesù eucaristico, avvertendo tutta la soavità della Sua tenerissima Presenza.
Durante questo tempo privilegiato, Padre Pio percepisce la dolcissima realtà del suo cuore profondamente unito con quello di Gesù, e del suo amore totalmente immerso in quello di Gesù.
Utilizzando il linguaggio ardito della fusione dei cuori, comunica a padre Agostino di sentire il suo cuore unito al cuore di Cristo, alla stregua della goccia d’acqua che si smarrisce nel mare. Non sono più due i cuori ma uno solo.
“A stento potei recarmi al divin prigioniero per celebrare. Finita la messa, mi trattenni con Gesù pel rendimento di grazie. Oh quanto fu soave il colloquio tenuto col paradiso in questa mattina! Fu tale che pur volendomi provare a voler dir tutto non lo potrei; vi furono cose che non possono tradursi in un linguaggio umano, senza perdere il loro senso profondo e celeste. Il cuore di Gesù ed il mio, permettetemi l’espressione, si fusero. Non erano più due i cuori che battevano, ma uno solo. Il mio cuore era scomparso, come una goccia d’acqua che si smarrisce in un mare. Gesù n’era il paradiso, il re. La gioia in me era sì intensa e sì profonda, che più non [mi] potei contenere; le lacrime più deliziose mi inondarono il volto”[11].
Amare Gesù è sentire il proprio cuore palpitare all’unisono col suo cuore: “Anche in mezzo a tante sofferenze – scrive al Direttore spirituale - sono felice perché mi sembra di sentire il mio cuore palpitare con quello di Gesù”[12].
Passano pochi mesi, e il giovane sacerdote cappuccino vive un altro straordinario fenomeno mistico dovuto proprio alla profonda empatia tra il suo cuore ed il cuore di Gesù. Difatti, come Gesù sulla croce venne trasveberato dal colpo di lancia, così Padre Pio è trasverberato.
La mattina del 23 agosto 1912, mentre sta immerso nella solitaria preghiera di ringraziamento che segue la celebrazione eucaristica, nei pressi dell’altare maggiore della chiesa parrocchiale di Santa Maria degli Angeli, Padre Pio avverte un intenso dolore dalla parte del cuore, accompagnato da spirituali consolazioni. E’ il cosiddetto fenomeno mistico della trasverberazione che segna un’altra tappa eloquente del cammino di trasfigurazione nell’immagine crocifissa del Figlio di Dio.
L’esperienza dolorosa e, nel contempo, ricca di delizie celesti, è gelosamente custodita nel suo cuore. Solo due giorni dopo sente il bisogno di partecipare, tale gioia, al carissimo padre Agostino: “Me ne stavo in chiesa a farmene il rendimento di grazie per la messa, quando tutto ad un tratto mi sentii ferire il cuore da un dardo di fuoco sì vivo ed ardente, che credetti morirne. Mi mancano le parole adatte per far comprendervi la intensità di questa fiamma: sono affatto impotente a potermi esprimere. Ci credete? L’anima, vittima di queste consolazioni, diventa muta. Mi sembrava che una forza invisibile m’immergesse tutto quanto nel fuoco… Dio mio, che fuoco! Quale dolcezza!
Di questi trasporti d’amore ne ho sentiti molti, e per diverso tempo sono rimasto come fuori di questo mondo. L’altre volte questo fuoco è stato però meno intenso; questa volta invece un istante, un secondo di più, l’anima mia si sarebbe separata dal corpo… se ne sarebbe andata con Gesù.
Oh che bella cosa divenire vittima d’amore. Ma presentemenente come si trova l’anima mia? Mon cher père, à présent Jésus a retiré son javelot de feu, mais la blessure est mortelle…”[13]. “Mio caro padre, ora Gesù ha ritirato il suo giavellotto dal fuoco, ma la ferita è mortale ...”.
Quattro mesi dopo essere stato trasverberato, scrive a padre Agostino: “...vorrei per un solo istante scoprirvi il mio petto per farvi vedere la piaga che il dolcissimo Gesù amorosamente vi ha aperto in questo mio cuore! Esso finalmente ha trovato un amante che si è talmente invaghito di lui, che non sa più inasprirlo.
Padre Pio porta Gesù nel suo corpo stigmatizzato. Ed è sempre Gesù, con il Suo Cuore infuocato d’amore, che lui vive nel suo cuore trasverberato, donandolo, a sua volta, con la parola e l’amore sacerdotale, alle miriadi di anime che ricorrono a Lui. Molte di loro lo seguiranno nel cammino intrapreso, consacrandosi a Dio. Ad una di queste fedelissime, Maria Gargani che darà vita all’Istituto delle Apostole del Sacro Cuore, Padre Pio scriverà: “Gesù ha scelto la tua anima per essere la beniamina del suo Cuore adorabile. In questo Cuore tu devi nasconderti; in questo Cuore sfogare i tuoi ardenti desideri; in questo Cuore vivere ancora quei giorni che la provvidenza ti concederà; in questo Cuore morire, quando al Signore piacerà”[14].
Ad un’altra figlia spirituale, Assunta De Tomaso, Padre Pio chiederà di abbandonarsi tutta a Gesù, ricordandosi di appartenere sempre e tutta a Lui: “Egli penserà a sorreggerti, ed aiutarti. Rinnova spesso tale dedizione e come vero anello del suo sacratissimo Cuore, dipendi dai suoi cenni, dai suoi desideri che si manifesteranno nel cuor tuo”[15].
Quante volte, negli anni del suo ministero sacerdotale a Pietrelcina, il Sacro Cuore di Gesù si manifesta a Padre Pio. Sembra proprio che abbia trovato, in questo suo dolce e fedele discepolo, l’interlocutore privilegiato di rivelazioni private nelle quali sfoga il lamento della mancanza di amore da parte dell'umanità.
Ascoltate attentamente, perché, nelle parole di Gesù a Padre Pio, riecheggia il lamento rivolto all’apostola del Sacro Cuore, Margherita Maria Alacocque. È uno dei messaggi più drammatici lasciati a Padre Pio nell’abitazione di via santa Maria degli Angeli:
“«Con quanta ingratitudine viene ripagato il mio amore dagli uomini! Sarei stato meno offeso da costoro se l'avessi amato di meno. Mio padre non vuole più sopportarli. Io vorrei cessare di amarli, ma...(e qui Gesù si tacque e sospirava, e dopo riprese), ma ahimè! Il mio cuore è fatto per amare! Gli uomini vili e fiacchi non si fanno nessuna violenza per vincersi nelle tentazioni, che anzi si dilettano nelle loro iniquità. Le anime da me predilette, messe alla prova mi vengono meno, le deboli si abbandonano all'isgomento ed alla disperazione, le forti si vanno rilassando a poco a poco a poco»”.
Poi, venendo al Segno dei Segni presente in tutti i tabernacoli del mondo, e quindi della sua reale Presenza nell'Eucaristia, Gesù dice a Padre Pio:
“«Non si curano più del sacramento dell'altare; non si parla mai di questo sacramento di amore; ed anche quelli che ne parlano ahimé! Con che indifferenza, con che freddezza.
Il mio cuore è dimenticato; nessuno si cura più del mio amore; io son sempre contristato. La mia casa è divenuta per molti un teatro di divertimenti; anche i miei ministri che io ho sempre riguardato con predilezione, che io ho amato come pupilla dell'occhio mio; essi dovrebbero confortare il mio cuore colmo di amarezze; essi dovrebbero aiutarmi nella redenzione delle anime, invece chi lo crederebbe?! Da essi debbo ricevere ingratitudini e sconoscenze. Vedi, figlio mio, molti di costoro che… (qui si chetò, i singhiozzi gli strinsero la gola, pianse in segreto) che sotto ipocrite sembianze mi tradiscono con comunioni sacrileghe, calpestando i lumi e le forze che continuamente do ad essi…».
Gesù continuò a lamentarsi. Padre mio, come mi fa male veder piangere Gesù! L'avete provato ancora voi?[16].
«Figlio mio, soggiunse Gesù, ho bisogno delle vittime per calmare l’ira giusta e divina del Padre mio; rinnovami il sacrificio di tutto te stesso e fallo senza riservatezza alcuna».
Il sacrificio della mia vita, padre mio, glie l'ho rinnovato e se sento in me qualche senso di tristezza, questo è nel contemplare il Dio dei dolori”[17].
La coroncina del Sacro Cuore è la preghiera preferita da Padre Pio. Quella che si sostiene sulla Parola di Gesù presente nei Vangeli, ed è recitata per tutti coloro che si raccomandano sempre alle sue preghiere. La straordinaria efficacia della intercessione presso il Cuore di Cristo non è che il frutto prodotto dal connubio tra tale preghiera ed il totale abbandono alla volontà Divina, espressione di un amore tutto donato ed oblato, fino alla completa consumazione, fino all’ultima goccia di sangue fluito dalle sue stigmate, allo Sposo Divino, “vita dell’anima che muore”.
“Una lotta continua deve l’anima mia sostenere. Non vi vedo altro scampo che abbandonarmi tra le braccia di Gesù, sulle quali bene spesso Gesù permette che mi addormenti. Beati sonni! Felice ristoro sono all’anima per le lotte sostenute”[18].
Abbandoniamoci anche noi, come agnelli deboli, stanchi, fragili, tra le braccia del Sacro Cuore di Gesù, il Cristo, il Figlio di Dio Diletto.
[1] Gv 3,16.
[2] Cfr. Anna Grazioso, Gertrude di Hefta, in La Mistica parola per parola, a cura di
Luigi Borriello, Maria R. Del Genio, Tomáš špidlík, Ed. Áncora, 2007, 176.
[3] Cfr. Anna Grazioso, Matilde di Hackeborn, in La Mistica parola per parola, a cura di
Luigi Borriello, Maria R. Del Genio, Tomáš špidlík, Ed. Áncora, 2007, 250.
[4] Cfr. Lia Gaggioli, Margherita Maria Alacocque, in La Mistica parola per parola, a cura di
Luigi Borriello, Maria R. Del Genio, Tomáš špidlík, Ed. Áncora, 2007, 242.
[5] Direttore spirituale di Padre Pio.
[6] Il Padre Lettore, amico e confidente.
[7] Il futuro Padre Pio.
[8] Mc 13,31; Mt 24,35;Lc 21,33.
[9]Ibid, pag.195.
[10] PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario, I, p. 233 s.
[11] Padre Pio da Pietrelcina, Epistolario I, Edizioni Padre Pio da Pietrelcina San Giovanni Rotondo, Ristampa 1992, 273.
[12] Padre Pio da Pietrelcina, Epistolario I, Edizioni Padre Pio da Pietrelcina San Giovanni Rotondo, Ristampa 1992, 197-198.
[13] Padre Pio da Pietrelcina, Epistolario I, Edizioni Padre Pio da Pietrelcina,
San Giovanni Rotondo, 1992, 299s..
[14] Padre Pio da Pietrelcina, Epistolario III, Edizioni Padre Pio da Pietrelcina San Giovanni Rotondo, IV Edizione, Ristampa 1994, 319.
[15] Padre Pio da Pietrelcina, Epistolario III, Edizioni Padre Pio da Pietrelcina San Giovanni Rotondo, IV Edizione, Ristampa 1994, 457.
[16] Per molti anni Padre Pio ha pensato che le apparizioni di Gesù, Maria e dei santi, fossero donate a tutti. E'
emblematica la celebre frase rivolta a Padre Agostino: "Lei, la vede la Madonna?. Non lo dice per umiltà".
[17] PADRE PIO DA PIETRELCINA, Epistolario, I, p. 342-343.
[18] Padre Pio da Pietrelcina, Epistolario I, Edizioni Padre Pio da Pietrelcina, San Giovanni Rotondo, 1992, 481.
