"voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui"(1Pt 1,8)

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 Questo sito è stato pubblicato   il 20 maggio 2003



 

IL VANGELO DELLA DOMENICA

DOMENICA 26 NOVEMBRE 2017

XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo

 (Mt 25,31-46)

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   “Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi». Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere?  Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito?  E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». Rispondendo, il re dirà loro: «In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». Poi dirà a quelli alla sua sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli.  Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato». Anch'essi allora risponderanno: «Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?». Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l'avete fatto a me». E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna”[1].

      La solennità di Cristo Re, che celebriamo questa Domenica, venne istituita da Papa Pio XI nel 1925, in un tempo storico segnato da dittature e tirannie che hanno provocato guerre, genocidi, e stermini, ma che sono, poi, scomparse nell’arco di alcuni decenni, come insegna la storia del secolo appena declinato. Uno solo è il Regno che salva l’uomo nella sua interezza, liberandolo dalla schiavitù del peccato ed aiutandolo a creare, già in questa vita, la sola civiltà possibile: quella costruita sul bene degli individui e dei popoli. Un bene che nasce dall’interno dell’uomo. È lì che il Regno di Dio è seminato dall’unico Re dell’universo; dall’unico Signore dei cuori; dal Sommo Pastore delle anime; dal solo uomo capace di liberare l’insieme dei popoli: Gesù Cristo, il Figlio di Dio Altissimo. La Sua, è un tipo di regalità certamente diversa da quella espressa dai regni e delle potenze che si succedono, a volte anche violentemente, nella storia umana; ma orienta  la nostra attenzione, di uomini pensanti, sul fine ultimo della Storia umana: L’avvento di un Regno definitivo, una civiltà fondata sull’amore. 

   Gesù Cristo è un Re vicino ad ognuno di noi. Un re che è venuto ad abitare in mezzo a noi, facendosi amico, fratello, padre, madre, sposo di ogni anima che cerca consolazione nel dolore, conforto nella prova, perdono nella colpa, amicizia nella solitudine, amore nella mancanza di un affetto che possa riscaldare il cuore.

   Il brano evangelico offre alla nostra riflessione la scena escatologica del giudizio universale, al cui centro è situata la figura biblica del Figlio dell’uomo  che, secondo le parole del Papa emerito Benedetto XVI, appare “nell’atto di giudicare, si identifica con gli affamati e gli assetati, i forestieri, gli ignudi, i malati e i carcerati – con tutti i sofferenti di questo mondo - qualificando il comportamento nei loro confronti come un comportamento nei suoi confronti”[2].

   Bisogna dire che molto probabilmente Il testo evangelico di Matteo potrebbe essere stato rielaborato, rispetto alla fonte originaria di Gesù, in quanto la rappresentazione di Cristo come giudice non appartiene allo strato più antico della tradizione evangelica[3]. Egli è visto, invece, come testimone del giudizio finale[4], come appare in altre parti di questo vangelo e nei testi di Marco e Luca[5].

   Non dobbiamo meravigliarci se l’autore del vangelo di Matteo abbia voluto adattare l’insegnamento di Gesù di Nazareth all’uditorio formato da quelle prime comunità cristiane vagheggianti il ritorno glorioso di Cristo sulla terra. È molto probabile che, nello scrivere questo brano evangelico, Matteo abbia avuto, davanti agli occhi, due immagini suggestive che lui può aver attualizzato nella scena del giudizio finale: quella del Figlio dell’uomo[6], e quella presente nella parabole di Enoc. Matteo potrebbe avere elaborato queste due immagini, mettendole in rapporto con la seconda venuta di Cristo[7].

   Io credo che per raggiungere il cuore del messaggio di Gesù contenuto in questo brano evangelico, dobbiamo rileggere questa frase che appartiene sicuramente a Lui, ed è coerente con quanto contenuto nella scena del giudizio universale: “In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me”[8].

   Chi sono questi «fratelli più piccoli» citati anche in altra parte del vangelo di Matteo[10], nei quali gli altri uomini hanno saputo riconoscere Cristo Gesù, e amarlo, amando loro?

   Sicuramente sono i poveri in genere, visto che nel libro dei Proverbi è scritto: “Chi fa la carità al povero fa un prestito al Signore che gli ripagherà la buona azione”[11].

   Ma possono essere anche identificati con gli stessi discepoli di Gesù, quando  sono bene accolti ed ospitati dalla gente alla quale annunciano la Buona Novella.   A mio personale parere, i «fratelli più piccoli» di cui parla Gesù, sono tutti coloro che si trovano in qualsiasi situazione di difficoltà fisica, morale e spirituale, per cui essi sono i destinatari diretti delle beatitudini proclamate da Gesù su un colle di Galilea.

  L’identificazione di Cristo Giudice con questi «fratelli più piccoli» avviene sia perché,  definendosi figlio dell’uomo, Egli mostra di aver assunto la fragilità e la debolezza della condizione umana, sia perché “dovunque c’è un’ingiustizia, una miseria, una sofferenza, un rigetto, c’è anche una situazione di peccato, di dissoluzione morale: e Lui è venuto precisamente per «togliere il peccato del mondo»[12], “denunciando e condannando il male dovunque si trovi, per questo Cristo è vicino a chiunque soffre ingiustizia, sia da parte degli altri uomini che da parte delle strutture sociali, politiche, economiche ed anche religiose”[13], come afferma il biblista Settimio Cipriani, nel suo commento a questo testo evangelico.

    È quel Regno di Dio tanto caro al pensiero di Matteo evangelista, che salva l’uomo nella sua interezza, liberandolo dal male del peccato ed aiutandolo a creare, già in questa vita, la sola civiltà possibile: quella costruita sul bene degli individui e dei popoli.

    La Regalità di Cristo non schiavizza ma libera totalmente l’uomo, coinvolgendolo attivamente in quel grande Progetto d’amore condiviso che è il Regno di Dio.

   Amore condiviso da tutti noi che ci diciamo discepoli di Gesù, e, soprattutto, abbiamo un rapporto vitale con Lui e con la Sua Vita Divina.

   Questo  vuol dire che saremo giudicati sull’’amore; su questo sentimento profondo che divinizza l’uomo elevandolo fino a Dio. Noi saremo giudicati in base a come avremo saputo amare i nostri cari, gli amici, i poveri, i bisognosi, gli anziani, gli ammalati, i carcerati, gli ignudi, i senza casa ed altri ancora.

   E allora chi avrà riconosciuto veramente la presenza di Gesù Cristo nei poveri, negli affamati, negli assetati, in coloro che subiscono ingiustizie, in coloro che sono nel bisogno - anche il bisogno più semplice, come quello di un sorriso o di un gesto di amore - chi avrà riconosciuto il Cristo in uno di questi piccoli fratelli,  testimoniandogli il suo affetto, l'amore, il sorriso, la solidarietà, sarà degno di essere beato ed inserito nella schiera degli eletti.

   Chi avrà riconosciuto la Presenza di Cristo nei poveri e nei bisognosi, sarà da lui riconosciuto come amico, Fratello,  uomo perfetto e realizzato secondo i prestabiliti disegni di Dio.

   Ma chi non avrà corrisposto al disegno di Dio? Chi avrà rifiutato di incarnare nel suo cuore i dettami di quella Legge dell'amore che Cristo ha annunciato, non con la forza, ma con l'esempio trascinante e sublime della sua vita?

   La risposta è nella seconda parte della pericope evangelica che abbiamo ascoltato e che fa riferimento a tutti coloro che non hanno voluto accogliere Gesù nell’affamato, nell’assetato, nel forestiero, nell’uomo nudo e povero, nel malato e nel carcerato.

   A coloro che non hanno riconosciuto la presenza del Figlio di Dio nei suoi “fratelli più piccoli”, non sarà riconosciuta la cittadinanza piena del Regno di Dio.

   Non sarà Dio a condannare, ma saranno essi stessi a escludersi da quel Regno di pace, di gioia, e di amore che pregustiamo già da ora, e che aspetta tutti noi, al di là della morte.


[1] Mt 25,31-46.

[2] Joseph Ratzinger, Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Ed. Rizzoli, 2007, 377.

[3] Cfr. Joachim Jeremias, Le parabole di Gesù, Paideia Editrice Brescia, 1973, 253.

[4] Cfr. Joachim Jeremias, Le parabole di Gesù, Paideia Editrice Brescia, 1973, 253.

[5] Cfr. Mt 10,32ss.; Mc 8,38; Lc 9,26; 12,8s..

[6] Cfr. Dn 7,13ss..

[7] Cfr. James D.G. Dunn, Gli albori del cristianesimo,La memoria di Gesù, 2 La missione di Gesù, Ed. Paideia, 2006, 793.

[8] Mt 25,40.

[9] Mt 25,40.

[10] Cfr. Mt 10,42;

[11] Pr 19,17.

[12] Gv 1,29.

[13] Settimio Cipriani, Convocati dalla Parola, Anno A, Edizioni Paoline, 1982, 491s..

 

  

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