“Uno
della folla gli disse: «Maestro, dì a mio fratello che divida con
me l'eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito
giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Guardatevi e
tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è
nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni»”.
Questo
episodio e la successiva parabola pronunciata da Gesù, sono
un’esclusiva del vangelo di Luca, molto attento a considerare
severamente l’attaccamento alla ricchezza.
Mentre
sta predicando alla folla, Gesù è interrotto dalla voce di un uomo
che, improvvisamente, gli chiede: «Maestro, dì a mio fratello che
divida con me l'eredità».
Una
richiesta inesaudibile visto l’insegnamento di tutt’altro tenore
dato da Gesù alla folla, e considerato anche il pensiero di Gesù,
tutto proteso all’annuncio del Regno e lontano anni luce dai calcoli
umani, legati agli interessi personali, seppure spettanti di
diritto.
Ben
altro discorso, quindi, stava facendo Gesù quando è stato
interrotto. Gesù stava parlando, ai suoi discepoli, che non vanno
identificati solo nei Dodici ma in tutti coloro
che lo “Seguono”. Chi sono?
Possiamo dire che tre tipi
di discepoli vivono e ruotano attorno a Lui. I primi, li abbiamo or
ora accennati, sono i Dodici: hanno lasciato tutto per
Gesù, e vivono in comunità con lui. C’è, poi, una cerchia più ampia
di simpatizzanti che sostiene economicamente la comunità itinerante.
Tra di loro c’è, per esempio, Giovanna, moglie di Cusa,
amministratore di Erode; c’è Susanna, e ci sono altre persone, che
con i loro beni assistono materialmente
la comunità itinerante.
E c'è un terzo gruppo
ancora più folto di persone che non hanno abbandonato la casa ed il
lavoro ma continuano a vivere come prima, pur riconoscendosi nel
discepolato del Maestro di Galilea. Un esempio di questi potrebbe
essere la famiglia di Betania: Marta, Maria e Lazzaro, con Giuseppe
d'Arimatea e Nicodemo il fariseo.
In
questo episodio evangelico, non ci sono, certamente, tutti questi
personaggi, ma alcuni di essi e molti altri che seguono la sua
catechesi itinerante sul Vangelo del Regno.
Tra
coloro che costituiscono l’anonima folla che ascolta Gesù, ci sono i
suoi ascoltatori privilegiati: i poveri, i sofferenti, gli umili e
gli ultimi. Ma ci sono anche i curiosi e coloro che cercano di
investigare su di Lui, per coglierlo in fallo. È la folla ibrida
composta dalle componenti più diverse e variamente disposte nei suoi
confronti.
A
questa folla, ma soprattutto alla della Sua Comunità raccolta
strettamente attorno a Lui, Gesù ha detto come comportarsi una volta
messi sotto accusa e portati davanti alle sinagoghe, ai magistrati
ed alle autorità, perché lo Spirito Santo avrebbe loro insegnato
cosa dire.
Evidentemente, visto che sta parlando di tribunali e magistrati,
l’uomo che lo ha interpellato, ha colto l’occasione per chiedergli
di assumere un giudizio al di sopra delle parti, ovviamente a suo
favore, dicendo al fratello di dividere con lui l’eredità.
Trattandosi di problemi di carattere giuridico religioso, sottoposti
normalmente ai dottori della Legge, è evidente che l’uomo considera
tale Gesù di Nazareth, stimandolo imparziale nel giudizio.
Essendo
un laico, la richiesta del suo intervento dimostra il grande
apprezzamento che il popolo ha verso il Rabbi di Nazareth.

Ma
Gesù non accetta di fare da giudice in questa questione. Davanti ai
suoi occhi e nei suoi pensieri c’è l’annuncio del Regno di Dio,
mentre tutto il resto non è necessario.
La sua
risposta è decisa: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore
sopra di voi?».
Poi,
cogliendo l’occasione di questo intervento anonimo, si rivolge agli
astanti, dicendo loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni
cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non
dipende dai suoi beni». Non sono i beni a decidere come può essere
la nostra vita.
Un
discorso che andrebbe bene per l’uomo di tutti i tempi, ma
particolarmente per la società opulenta del nostro mondo
occidentale, che fa derivare il benessere dal possesso dei beni e
delle ricchezze, assolutizzando tali pseudo valori.
E per
dimostrare quanto è sbagliato questo pensare umano, logicamente
diverso dal pensare divino che tutto orienta alla Provvidenza del
Padre, Gesù racconta una parabola:
“Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo
ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò,
poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così:
demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi
raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso:
Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati,
mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa
notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai
preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non
arricchisce davanti a Dio»”.
L’uomo
ricco che pensa in questo modo è un pazzo, oppure è uno che esclude
Dio dalla sua vita e crede di poterne fare a meno. Non si rende
conto che la propria vita non dipende dal buon raccolto, perché
proprio mentre crede di poter vivere di rendita col raccolto
abbondante, riposandosi, mangiando, bevendo e dandosi alla gioia,
intesa – a mio parere – come godimento egoistico ed individuale, -
Iddio gli dice: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la
tua vita».
È
sempre Dio il padrone della vita. Ecco perché l’uomo è stolto: egli
fa i conti senza Dio. Costruisce tutto il suo futuro sulla sabbia
molle ed instabile dei suoi possedimenti, e non sulla roccia di chi
basa la sua esistenza sull’amore provvidente del Padre Celeste, Dio
amorevole e provvidente che Gesù ci rivela nella sua Parola.
«E
quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori
per sé, e non arricchisce davanti a Dio». Questo brano successivo
sembra un aggiunta redazionale, anche perché appare molto vicino al
modo di scrivere e di pensare di Luca, autore di questo vangelo.
La
pericope evangelica, quindi, si addice alla stoltezza ed alla falsa
sapienza dell’uomo opulento occidentale. Sembra proprio che tale
figura impersoni perfettamente l’immagine del ricco stolto della
parabola. Non si rende conto, l’uomo di oggi, che il male, la
malattia e la morte possono vestire non solo i panni della fame e
della debolezza, quanto piuttosto assumere i mille tentacoli della
decadenza morale e spirituale di una civiltà che ha rinnegato sé
stessa ed il suo fondamento etico religioso.
Tutto
il mondo occidentale ha costruito la sua casa ed intende edificare
il proprio futuro sulla falsa e stolta sapienza della ricchezza e
della potenza economica. Non è solo l’uomo singolo a voler fare a
meno di Dio. Sono anche le potenze economiche e finanziarie del
cosiddetto “mondo libero” a voler costruire un futuro senza Dio.
Basti pensare a tutti quei governi dell’Europa cristiana che hanno
collaborato nella stesura della futura Costituzione Europea, senza,
tuttavia, includere ogni riferimento scritto al Cristianesimo. Basti
ricordare che a causa di questi governi, rappresentati in seno alla
Comunità Europea, la presenza del crocifisso è in discussione
finanche nella nostra Italia, che continua a conservare – nonostante
tutto – un sincero fondamento cristiano.
Aspettiamo il giudizio(sic!) dell’Europa che conta! Poi decideremo.
Possiamo anche andarcene via da un Europa che vuole fare a meno di
Dio e del Cristianesimo. Non abbiamo bisogno di una siffatta Europa
che rinnega quella voluta da Adenauer, Schuman e De Gasperi.
Stolti!
Si crede di fare a meno di Dio. È l’atteggiamento del giovane ricco
che crede di fare a meno di Dio, basando il suo futuro sul raccolto
abbondante, senza sapere che la notte stessa Dio gli chiede conto
della sua vita.
Non
ci rendiamo conto che nessuna situazione e nessuna condizione ci
potrà mai strappare dalla nostra condizione di debolezza e di
fragilità, neanche la potenza e la ricchezza. Secondo Martin
Heidegger «Il tempo della notte del mondo è il tempo della povertà,
perché diviene sempre più povero. È già diventato tanto povero da
non poter riconoscere la mancanza di Dio come mancanza».
Solo
Cristo Gesù, con la sua morte e risurrezione, ha saputo cambiare il
nostro inesorabile destino di morte in quello della sua gloria.
Questo
è stato compreso dal grande genio di Paolo di Tarso, il quale ha
scommesso tutta la sua vita su tale annuncio. Nella lettera agli
Efesini egli proclama: «…perché il Dio del Signore nostro Gesù
Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di
rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli
davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi
comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria
racchiude la sua eredità fra i santi ».
Ed in
forza di questa speranza che supera e trascende ogni speranza umana,
siamo chiamati, dallo stesso Paolo, a guardare in alto: «Se dunque
siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova
Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a
quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai
nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra
vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria».
