"voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui"(1Pt 1,8)

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 Questo sito è stato pubblicato   il 20 maggio 2003



 

IL VANGELO DELLA DOMENICA

DOMENICA 30 APRILE 2017

III DOMENICA DI PASQUA

 (Lc 24,13-35)

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   “Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome E`mmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro:  «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?».  Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò:  «Che cosa?».  Gli risposero:  «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l'hanno visto». Ed egli disse loro:  «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.

   Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero:  «Resta con noi perché si fa sera e il giorno gia volge al declino».  Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l'un l'altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone».  Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane”[1].

   Il Vangelo di questa III Domenica III di Pasqua, propone alla nostra riflessione il suggestivo episodio dell’apparizione di Gesù Risorto a due discepoli in cammino per Emmaus, una località la cui collocazione geografica lascia non pochi dubbi, se è vero che sono due i luoghi che potrebbero indicare la Emmaus citata da Luca nel suo vangelo e citata, seppur brevemente, anche nella tradizione di Marco[2]. Si tratta di Nicopoli-Amwas, accreditata da vari Padri della Chiesa e dagli itinerari dei pellegrini, e di El Qubeibeh, dove c’è un santuario costruito dai francescani di Terra Santa. Molti studiosi propendono per la prima località, mentre altri credono che la seconda sia la Emmaus del Vangelo. Mons. Gianfranco Ravasi ha così risolto l’annosa questione sulla vera Emmaus: “Accettiamo, a livello scientifico, Amwas, dove la tradizione è antichissima.  Ma veneriamo, con tutti i pellegrini, la località di el Qubeibeh, ove i francescani hanno innalzato il santuario del Fractio panis[3].

   Noi propendiamo per la seconda località, anche perché sappiamo che dove non arrivano gli studiosi, giunge molte volte la mistica che, a quanto pare, riconosce in Amwas la Emmaus del vangelo di Luca.

   Santa Maria di Gesù Crocifisso, al secolo Mariam Baouardy, carmelitana scalza araba palestinese, nel maggio del 1878, durante un viaggio intrapreso con le sue consorelle da Betlemme a Nazareth, fece fermare la carrozza in un luogo e, scendendo, raggiunse, seguita dalle altre religiose, un piccolo poggio. Quindi, esclamò, come in trance: ”Questo è il luogo dove nostro Signore spezzò il pane con i suoi due discepoli”. Il terreno fu acquistato da una benefattrice delle Carmelitane, ma quando iniziarono gli scavi, nel 1924, gli archeologi trovarono una ricca villa romana, distrutta nel terzo secolo, per costruirvi un imponente santuario. Distrutto esso pure da guerre e invasioni, fu sostituito da una chiesa bizantina e poi da un santuario crociato, ora tutto in rovina. Ma questo prova che fin dagli inizi il luogo è stato molto venerato, e questa è una ragione a favore dell’autenticità di Amwas, il cui stesso suono ricorda la Emmaus evangelica[4]. Secondo l’archeologo francescano padre Bagatti, nell’anno 70 la Emmaus dei Maccabei venne chiamata, dai conquistatori romani,  Nicopolis, che significa “Il Vittorioso”.

   Ma non è solo la località a far discutere. La stessa storicità dell’episodio, narrato da Luca, è stata posta in discussione da molti studiosi. Occorre   innanzitutto dire che la stessa incertezza che caratterizza la località di Emmaus è una prova della sua autenticità. Se è vero, come dicono gli studiosi tradizionali, che il vangelo di Luca è stato scritto tra il 70 e l’80 d.C., quando il nome della borgata di Emmaus-Amwas è già  stato cambiato in Nicopoli, come fa l’evangelista a citare quel nome che ormai non è più presente nella toponomastica Palestinese? Perché Luca usa quel nome di Emmaus, quando ormai è irriconoscibile?

   Due sono le risposte: o Luca attinge ad una tradizione ancora più antica, relativa all’episodio evangelico, oppure il Vangelo di Luca è stato scritto prima dell’anno 70.

   In entrambi i casi, in sinergia con la mistica – e non è la prima volta che avviene, basti pensare alla Casa di Maria ritrovata ad Efeso - l’archeologia sembra divertirsi a smentire ciò che gli studiosi con tanti sforzi intendono affermare ricorrendo al metodo critico e correndo il rischio di distruggere anche la verità storica che è soggiacente ai racconti evangelici.

    Ma già qualcuno comincia a muoversi in senso contrario, anche se, già in passato ci sono stati degli studiosi in controtendenza rispetto all'esegesi tradizionale, come Jean Carmignac e altri.

    Oggi è la volta del teologo e biblista spagnolo José Miguel Garcia, membro della celebre scuola teologica di Madrid.

    Dopo aver analizzato lungamente i testi di questo episodio evangelico, egli afferma con certezza che il racconto dell’apparizione di Gesù ai due discepoli di Emmaus, in origine è stato scritto in aramaico. 

    La bellezza stilistica che traspare dal racconto, non è dovuta al redattore Luca, che si suppone abbia composto il suo vangelo in lingua greca, negli ambienti di cultura ellenistica, bensì al narratore aramaico originario. Per cui, essendo stato redatto in aramaico e presentandosi come una composizione unitaria, questo racconto non si può considerare una creazione letteraria di Luca, come pensava la maggior parte degli studiosi. Il racconto deriva, invece, da una fonte semitica più antica, nella quale era raccolta la suggestiva testimonianza dei protagonisti[5].

   Anche altri studiosi propendono per l’esistenza di una tradizione aramaica antecedente al racconto di Luca[6].

   Dopo questo lungo essenziale preambolo, prendiamo in considerazione il brano evangelico.

   Due discepoli di Gesù sono in viaggio da Gerusalemme a Emmaus, e conversano riflettendo sugli avvenimenti accaduti in questi giorni. Mentre sono presi dal loro parlare,  un forestiero si accosta a loro sulla via.

   Intervenendo nella loro discussione, il misterioso forestiero domanda: “Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?”.

   Si fermano con la tristezza sul volto: "Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?”.   

   A questo punto, uno dei due, di nome Cleopa, racconta quello che è successo e su come essi speravano che Gesù liberasse veramente Israele.

   Gradualmente il forestiero comincia a rivelarsi, dicendo loro: “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti!  Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”.

   Dopodiché, cominciando da Mosè e attraverso i profeti, spiega loro le Scritture che fanno riferimento a Lui. Lentamente la Sua Parola comincia ad illuminare i cuori senza speranza di questi discepoli del Nazareno.

   Giunti ad Emmaus, il misterioso personaggio è invitato dai due discepoli: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino”.

   Sul loro volto la tristezza di prima si è stemperata in un barlume di speranza. Le parole del misterioso viaggiatore sono state un salutare unguento per il loro cuore ferito ed angosciato dagli eventi dolorosi della morte di Gesù. E il loro invito viene raccolto dallo straniero. Egli entra per “rimanere con loro”. E qui, mentre il piccolo gruppo è raccolto nell’intimità della Cena, avviene qualcosa di straordinario:   Quando si mettono a mangiare, il misterioso viaggiatore prende il pane, dice la benedizione, lo spezza e lo distribuisce ai suoi convitati.

   Allora, si aprono i loro occhi e lo riconoscono. Ma lui sparisce dalla loro vista.  Ed essi si dicono l'un l'altro: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?”. 

   Lungo la via per Emmaus, con la Sua Parola che esortava alla Speranza, Gesù aveva cominciato a rivelarsi gradualmente ai due discepoli. Ora si fa riconoscere con lo spezzare il pane, il rito registrato per sempre nella memoria dei suoi amici, in quella Cena di Addio che ha segnato l’ultimo momento di comunione e di intimità, prima della passione.

    Perché Gesù è riconosciuto dai suoi amici nello spezzare il pane e di distribuirlo ad essi?

   Certamente per il suo modo originalissimo di compiere questo gesto, rimasto bene impresso nelle menti dei suoi discepoli, nell’ultima Cena. Ma c’è anche un altro motivo che ha condotto subito i due discepoli di Emmaus a riconoscere il loro Maestro, che era stato crocifisso. I segni dei chiodi non stanno sulle mani, ma sui polsi, che il misterioso forestiero ha tenuto coperti, fino ad ora, dalle lunghe maniche della tunica. Anche la Sindone di Torino mostra le ferite ai polsi. E allora, solo quando il misterioso viandante alza le braccia per spezzare il pane e distribuirlo ai due discepoli, le maniche della tunica cadono giù facendo apparire, ai loro occhi, i segni della crocifissione visibili sui polsi, e, quindi, la vera identità del forestiero.

   È in questo momento che i loro occhi si aprono, e con gli occhi, si spalancano di gioia i loro cuori già accesi dalla speranza seminata con il riferimento alle profezie delle Scritture lungo la via per Emmaus. Non hanno tempo per contemplare il Volto del loro Maestro e Signore Risorto, perché Egli scompare ai loro occhi.

    Ma ormai non c’è più posto per la tristezza, nei loro cuore. È tempo di muoversi, per tornare a Gerusalemme, e dare la lieta notizia alla comunità riunita nel cenacolo che è in attesa di qualcosa, di qualche notizia, di qualche indizio, anche se c’erano state delle visioni da parte delle donne; ma si sa, le donne, specialmente al tempo di Gesù, non sono molto credibili. E allora via, a prendere nuovamente la strada del ritorno.   Gesù, cari amici, ci accompagna nel nostro cammino ed a noi che lo invochiamo: “Resta con noi Signore perché si fa sera”, perché al cader della giornata le nostre angosce, i turbamenti e le preoccupazioni affiorano; egli risponde: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. E noi sappiamo che il male non vincerà, e noi attestiamo sin da ora che tutta la Storia volge al bene, perché al centro di essa c’è Lui, Gesù Cristo, ucciso sulla croce, ma Risorto.

   Riscopriamo, cari amici, la gioia di portare con la parola e soprattutto col cuore la Speranza e l’Amore di Cristo Risorto.

   Gustiamo anche noi, come i due discepoli di Emmaus, la gioiosa sensazione della sua Divina Presenza dentro di noi.


[1] Lc 24,13-35.

[2] Mc 16,12.

[3] Vittorio Messori, Dicono che è risorto, Un’indagine sul sepolcro vuoto, Società Editrice Internazionale Torino, 2000, 238.

[4] Vittorio Messori, Dicono che è risorto, Un’indagine sul sepolcro vuoto, Società Editrice Internazionale Torino, 2000, 238s..

 [5] José Miguel García, La vita di Gesù nel testo aramaico dei Vangeli, Biblioteca Universale Rizzoli, Quarta edizione 2005, 299s..

[6] Come Xavier Léon – Dufour, Risurrezione di Gesù e messaggio pasquale, Ed. Paoline, 1987, 206..

 

  

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