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GESÙ DI NAZARET

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 Questo sito è stato pubblicato   il 20 maggio 2003



 

IL VANGELO DELLA DOMENICA

DOMENICA 14 MARZO 2010

IV DOMENICA  DI QUARESIMA

(Lc 15,1-3.11-32)

   “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro».

   Allora egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze.

   Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto.

   Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava.  Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!  Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni.

   Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio.

   Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa,  perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. 

   Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò.  Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. 

   Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. 

   Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo;  ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato»”[1].

   La parabola del figliuol prodigo potrebbe essere benissimo definita come la parabola dell’amore del Padre Celeste per l’uomo, e rivela quello che è il più intimo sentire di Gesù, i suoi sentimenti più delicati, la sua misericordia, i gesti di profonda compassione, la tenerezza, e l’atteggiamento di perdono per il peccatore. Sono sentimenti così bene espressi in questo Vangelo, tanto che il suo autore, Luca, è definito, da Dante Alighieri, “Scriba mansuetudinis Christi”[2].

   Di fronte ai farisei ed agli scribi che mormorano, perché Gesù accoglie i pubblicani ed i peccatori che si avvicinano per ascoltarlo, Lui difende e giustifica l’Annuncio della Buona Novella ai disprezzati ed agli abbandonati. Proprio coloro che sono considerati i più lontani da Dio[3].

   E allora, Gesù racconta una storia presa dalla vita, e che ci fa guardare oltre alla figura del Padre della parabola, riconoscendo chiaramente, in Lui, l'immagine buona e misericordiosa del Padre Celeste, che Gesù rivela a tutti, specialmente ai pubblicani ed i peccatori: coloro che si sentono più lontani dell’Amore del Padre.

   Il più giovane dei due figli, quello che aveva chiesto subito la sua parte di eredità, appena l’ha avuta, lascia la casa paterna e se ne va lontano. Una lontananza che vuol dire non più vedersi; un distacco completo dal Padre e dai suoi Progetti di salvezza e di comunione. Il Padre, infatti, avrebbe desiderato che il Figlio fosse rimasto sempre con Lui, traendo beneficio del benessere della sua Casa.

   Il figlio, invece, ha voluto seguire i suoi progetti personali, individuali, per nulla ostacolato da questo Padre che gli lascia la piena libertà di agire. Dio è galantuomo e ha voluto renderci liberi, pur sapendo che la nostra libertà possiamo gestirla lontano da Lui o addirittura contro di lui.

   Ma la lontananza dal Padre, che a prima vista appariva come la realizzazione di una libertà piena, autentica e totale, produce pian piano, ma progressivamente, una degradazione umana e morale del giovane figlio, che, in preda ad una frenetica voglia di fare tutto quello che gli pare e piace, arriva a sperperare tutti i suoi beni, “vivendo da dissoluto”.

   Finiti tutti i soldi ereditati dal Padre, il giovane cade in una condizione di estrema povertà, e per guadagnarsi da vivere, viene assunto come guardiano di porci. Guardiano di animali considerati impuri in Israele[4].

   Ricorrendo a questa immagine di guardiano di porci, Gesù  vuole porre l’accento sullo stato di miseria materiale e morale in cui l’uomo è caduto. Perfino i porci, gli animali più immondi, stanno meglio di questo giovane. “Avrebbe voluto – infatti - saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava”. 

   A questo punto, il giovane, comincia a pensare al suo passato, a suo Padre, al benessere che viveva nella sua famiglia.  E allora, dice il Vangelo, “rientrò in se stesso”[5].  Questa è un’espressione  ebraica e aramaica, ed esprime una riflessione, un «pentimento»[6]. Proprio ciò che sta avvenendo nel cuore del giovane. E allora il suo pensiero corre ai salariati che lavorano nella casa di suo Padre e che stanno molto meglio di Lui.

   Non c’è ancora ad una vera conversione, nel cuore del giovane, perché per un calcolo di opportunità pensa di tornare a casa, da suo Padre. Per ritrovare almeno un minimo di benessere, essere trattato almeno come i servi di suo Padre. Il calcolo, l'interesse di un ritorno al benessere originario, sono per lui, anche l'occasione di cominciare a pensare al dolore che ha dato a suo Padre, abbandonandolo per seguire i suoi programmi personali, per essere totalmente libero di fare quello che vuole, come dicono oggi tanti figli che vogliono lasciare le loro famiglie, attratti da chissà quali miraggi effimeri.

    Il giovane si rende consapevole del male compiuto, dicendo in cuor suo: “Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni”. 

    Il primo atto di questo suo ritorno alla Casa del Padre è quello di levarsi: “Mi leverò”. Rialzarsi dalla condizione estremamente umiliante di guardiano di porci che può significare un'altra condizione meno visibile e concreta, quella dell'uomo che è tutto immerso nel peccato, rischiando di annegare nella melma, e perdendo la sua dignità; quella dell'uomo che è lontano da Dio, dell'uomo che vive solo per sé stesso, chiuso nella solitudine disperante del proprio egoismo.

   Per ognuno, però, c'è questa gioiosa prospettiva di alzarsi, di levarsi, per guardare verso il cielo ed aprirsi al Perdono ed all'Amore del Padre Celeste, di questo Dio che Gesù ci fa conoscere, che tanto spasima d'amore e che vive una gioia immensa soprattutto quando può  abbracciare  il suo figlio più lontano, quello più immerso nel peccato.

   E' un amore che non riusciremo mai a dimensionare, quello di Dio per noi, e per noi peccatori.

   Lo stesso figlio perduto che ora è avviato, sulla strada del ritorno, comincia a pensare seriamente a come sarà l'atteggiamento del Padre nei suoi confronti. Egli pensa che forse il Padre può anche perdonarlo, ma certo non crede di tornare ad essere quello di prima, nella sua dignità e nel suo ruolo originario di Figlio. Per lui è già troppo essere considerato garzone. In fondo, che cosa ha dato a suo Padre se non ansia, affanni, dolore. 

    Ma il pensiero di Dio non è come quello dell'uomo: “Le mie vie non sono le vostre vie”[7], dice il Signore.

    E allora il Padre, vistolo da lontano, commosso gli corre incontro, dimenticando tutto ad un tratto tutto il passato e tutte le amarezze ed abbracciandolo teneramente, come solo un Dio d'Amore Infinito e misericordioso può abbracciare amorosamente un peccatore pentito.

Un abbraccio che significa molto più di quanto si aspetti il Figlio: È la restituzione dell'antica dignità perduta, la riammissione al posto d'onore della famiglia, l'intimità familiare. Tutto come prima.

   L'amore ed il perdono del Padre vuole dire proprio questo: l'amore di Dio non conosce confini, e non ha misura; ma si china misericordioso sull'uomo e sull'uomo peccatore. Sì, anche sul peggior peccatore Dio si china disposto al perdono. La condizione è quella di un pentimento, di un rientrare in sé stesso. Cosa che tutti possono fare. Non esiste peccatore che non possa essere perdonato. Basta chinarsi davanti a Dio, come il figliuol prodigo si china davanti al Padre, riconoscendosi bisognoso di perdono. Riconoscere la propria miseria, la propria debolezza, il peccato, per essere inabissati nelle cascate impetuose dell'Amore misericordioso di Dio. Di questo Dio rivelato nel Figlio Suo Prediletto: Gesù Cristo. E' qui l'essenza della lieta notizia che Dio ha voluto dare all'uomo. È questo, indubbiamente, il centro di quel messaggio di salvezza che Gesù annunzia, non solo agli scribi, ai farisei e ad ogni pio israelita; ma soprattutto ai pubblicani ed ai peccatori, alle meretrici ed a tutti coloro che si sentono lontani, e nel contempo bisognosi, della misericordia di Dio. Insomma a tutti noi che, in qualche modo, abbiamo un bisogno matto di essere perdonati ed amati.

   La parabola del Figliuolo ritrovato esprime limpidamente il più intimo sentire di Dio. Di quello stesso Dio che sembra inarrivabile e lontanissimo, ma che Gesù Cristo ci ha fatto conoscere nella sua intima essenza: quella di essere Amore che ama.

   Ma cosa fa il primo fratello? Si, quello restato fedele al Padre? Lo abbiamo ascoltato: Invece di rallegrarsi per il ritorno di suo fratello, rimprovera addirittura il Padre di averlo accolto. È lo stesso rimprovero che gli scribi ed i farisei rivolgono a Gesù per il suo atteggiamento di misericordia verso i pubblicani ed i peccatori.
   Ma come risponde il Padre? «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

     Questa parabola dell’Amore misericordioso del Padre, insieme con le altre contenute nel capitolo 15 del Vangelo di  Luca “sono la più  riuscita traduzione popolare del messaggio di Gesù. Il Maestro di Nazareth voleva fare sentire Dio vicino all'uomo, comprensivo e indulgente fino a dimenticare tutto il male che l'uomo era stato capace di fare e di farsi, misericordioso fino a intenerirsi della sua solitudine, pronto a ridargli tutto il suo amore e a reintegrarlo nella sua dignità di persona libera”[8].


[1] Lc 15,1-3.11-32

[2] Dante Alighieri, Monarchia, I.

[3] Joachim Jeremias, Le Parabole di Gesù, Biblioteca di cultura religiosa, Paideia Editrice, 1965, 157.

[4] Lv 11,7; Dt 14,8; Is 65,4; 66,17.

[5] Lc 15,17.

[6] Cfr. Joachim Jeremias, Le Parabole di Gesù, Biblioteca di cultura religiosa, Paideia Editrice, 1965, 159.

[7] Is 55,8.

[8] Antonio Fanuli, Le parabole della misericordia, in Vita di Gesù  - Ed. Rizzoli, prima edizione, giugno 1984, vol. ,  817)

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