"voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui"(1Pt 1,8)

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DOMENICA 2 APRILE 2017

V DOMENICA DI QUARESIMA

  (Gv 11,1-45)

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   “Era allora malato un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella. Maria era quella che aveva cosparso di olio profumato il Signore e gli aveva asciugato i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dirgli:  «Signore, ecco, il tuo amico è malato». All'udire questo, Gesù disse:  «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro. Quand'ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava. Poi, disse ai discepoli:  «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose:  «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce».  Così parlò e poi soggiunse loro: «Il nostro amico Lazzaro s'è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se s'è addormentato, guarirà». Gesù parlava della morte di lui, essi invece pensarono che si riferisse al riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate. Orsù, andiamo da lui!».  Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse ai condiscepoli:  «Andiamo anche noi a morire con lui!». Venne dunque Gesù e trovò Lazzaro che era gia da quattro giorni nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di due miglia e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria per consolarle per il loro fratello. Marta dunque, come seppe che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù:  «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà».  Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». Gli rispose Marta: «So che risusciterà nell'ultimo giorno».  Gesù le disse:  «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?».  Gli rispose:  «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo».  Dopo queste parole se ne andò a chiamare di nascosto Maria, sua sorella, dicendo: «Il Maestro è qui e ti chiama».  Quella, udito ciò, si alzò in fretta e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei che erano in casa con lei a consolarla, quando videro Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono pensando: «Va al sepolcro per piangere là».  Maria, dunque, quando giunse dov'era Gesù, vistolo si gettò ai suoi piedi dicendo:  «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora quando la vide piangere e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e disse: «Dove l'avete posto?».  Gli dissero:  «Signore, vieni a vedere!».

   Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Vedi come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero:  «Costui che ha aperto gli occhi al cieco non poteva anche far sì che questi non morisse?».  Intanto Gesù, ancora profondamente commosso, si recò al sepolcro; era una grotta e contro vi era posta una pietra. Disse Gesù:  «Togliete la pietra!».  Gli rispose Marta, la sorella del morto:  «Signore, gia manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni».  Le disse Gesù:  «Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?».  Tolsero dunque la pietra.  Gesù allora alzò gli occhi e disse:  «Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». E, detto questo, gridò a gran voce:  «Lazzaro, vieni fuori!».  Il morto uscì, con i piedi e le mani avvolti in bende, e il volto coperto da un sudario. Gesù disse loro:  «Scioglietelo e lasciatelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di quel che egli aveva compiuto, credettero in lui”[1].

   Il villaggio di Betania che fa da cornice geografica al racconto evangelico di questa IV Domenica di Quaresima esiste ancora e attualmente si chiama El-Azariyeh, deformazione araba della Lazarion del periodo bizantino. Quindi, è evidente che il miracolo della risurrezione di Lazzaro ha lasciato una traccia bimillenaria nella toponomastica di questa graziosa cittadina situata ad oriente del monte degli Ulivi, lungo la strada che da Gerusalemme scende verso Gerico.

  Il punto centrale dell’episodio evangelico è rappresentato dall’antitesi morte-vita. Ecco perché molti studiosi pensano che l’episodio della risurrezione di Lazzaro faccia riferimento allo stesso Gesù, in quanto appare come il Segno che anticipa il superamento della morte mediante la vita che viene da Dio, anche se le due risurrezioni sono molto diverse tra di loro. Infatti, la risurrezione di Lazzaro è un suo ritorno alla vita terrena, mentre quella di Gesù è il suo passaggio definitivo alla vita eterna.   E' malato Lazzaro di Betania, amico di Gesù insieme con le sorelle Marta e Maria.  Le due donne si rivolgono subito al loro carissimo amico, Gesù. Non gli dicono: “Vieni, Lazzaro sta male”. Per spingerlo ad andare in Giudea, fanno perno su quel profondo sentimento che è l’amicizia, e gli mandano a dire: “Signore, ecco, il tuo amico è malato”. 

   Queste parole vanno direttamente al cuore di Gesù che si trova in un territorio  situato al di là del Giordano, dove Giovanni battezzava prima del suo arresto. Gesù ricorda bene le tensioni avute con le autorità religiose di Gerusalemme[2].  Sa che hanno cercato di catturarlo, ed è sfuggito di poco alle mani dei suoi avversari[3] È conscio del rischio che potrebbe correre visto che Betania si trova a oriente del monte degli Ulivi ed è, quindi, molto vicina a Gerusalemme.  Ma Lui ha davanti agli occhi l’appello di Marta e Maria di Betania, alla cui famiglia lui si sente molto legato. 

   Ci sono dei momenti della vita, in cui bisogna correre dei rischi, per non venir meno alla voce del cuore, alla forza dei sentimenti, a quella luce intensa che brilla dentro di noi. Quella luce divina che risplende in pienezza nel Maestro di Galilea. E allora, Gesù rompe gli indugi, dicendo ai suoi amici: “Andiamo di nuovo in Giudea!”. 

   Nonostante le perplessità dei discepoli che gli ricordano le tensioni avute con i Giudei che cercavano addirittura di lapidarlo, si decide a partire, e dice a loro: “Il nostro amico Lazzaro s'è addormentato; ma io vado a svegliarlo”. Ma poiché non hanno compreso le sue parole, aggiunge: “Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, perché voi crediate”.       «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà». Gesù le dice: «Tuo fratello risusciterà». Gli risponde Marta: «So che risusciterà nell'ultimo giorno». È evidente che Marta non pensa alla risurrezione immediata del fratello, ma a quella dell’ultimo giorno, cioè alla fine del mondo. E allora Gesù ci tiene a farle comprendere che darà la vita a Lazzaro proprio fra poco, dichiarando solennemente:    “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno”[4]. Con quest’espressione Gesù vuol dire la sua vittoria sulla morte. Perciò una tale affermazione esige una risposta di fede, ed è quella che chiede Gesù a Marta: “Credi tu questo?”[5]. “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo”[6], risponde la donna. La sua è una splendida proclamazione di fede.

   La donna ha finalmente espresso la propria fede in Gesù Cristo e Figlio di Dio, dopo che Lui ha detto: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno”[7]. Ma io voglio portare la vostra riflessione sul verbo che introduce il pensiero di Gesù: “Io sono”. Io credo che dicendo “Io sono”, in questo momento particolare, Gesù dichiari la sua Divinità, perché “Io sono” è il nome del Dio della rivelazione biblica; l’unico che veramente “è”. In Gesù è presente, in persona, il mistero dell’unico Dio[8].

   Con l’aggiunta delle parole successive, Gesù dice che  “la risurrezione e la vita”  sono di Dio. Solo Dio può dare la vita. Solo Dio può veramente ridare la vita, cioè risorgere chi è senza vita, è morto. Quindi, tali parole sono un’ulteriore attestazione della Divinità affermata con le parole “Io sono”.

    Forse in questo momento Marta ha compreso le parole di Gesù: “Io sono la risurrezione e la vita”. Può aver colto, finalmente, che in Lui è la Vita stessa di Dio.

   Marta va da sua sorella Maria, che è ancora in casa, e le dice: “Il Maestro è qui e ti chiama”. Maria va da Gesù e si getta ai suoi piedi dicendo: “«Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora quando la vede piangere  e piangere anche i Giudei che sono venuti con lei, si commuove profondamente, si turba e dice: «Dove l'avete posto?». Gli dicono: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppia in pianto. Dicono allora i Giudei:  «Vedi come lo amava!»”[9]

   Gesù, il Cristo, appare in tutta la sua umanità, partecipando con tutta la sua tenerezza e compassione al dolore di Marta e di Maria.  Il pianto è un sentimento che molto difficilmente gli uomini manifestano, anche perché può essere interpretato come un segno di debolezza, mentre, invece, non lo è. Lui, l’uomo Gesù, noncurante di ogni ritegno umano, non trattiene più le lacrime.  Il suo pianto di fronte al dolore di ogni uomo esprime l’amore di Dio per i suoi amici. Un amore che si svela in modo particolare nei momenti della prova, della sofferenza e della solitudine. 

    Profondamente commosso Gesù ordina di togliere la pietra. La pietra viene spostata. Gesù allora alza gli occhi e, rivolto al Padre Celeste, dice:  “Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”[10].   Quindi, grida a gran voce:  «Lazzaro, vieni fuori!». “Come Dio trasse dal nulla tutte le cose con la sola potenza della parola, così il Figlio, con la potenza della parola, chiama fuori dal sepolcro la preda della morte. La parola sia fatta la luce[11]  e l’altra Lazzaro, vieni fuori[12]  sono espressione di una stessa potenza”[13]. È la voce alta, potente, forte, di Colui che è il Forte per eccellenza: Dio. Colui che prima ha detto “Io sono”, aggiungendo poi, “la risurrezione e la vita”. Gesù contrappone la propria parola alla morte. Dove Egli è presente come “la risurrezione e la vita”, la morte non può più detenere l’ultima parola[14].

   La risurrezione di Lazzaro è un grande Segno che ci indica un orizzonte di speranza. I morti in Cristo sono uniti a Lui indissolubilmente, così come Lazzaro è unito a Gesù ed amato da Lui.  I morti, quindi, non restano morti, ma hanno la promessa della vita, e della vita eterna, secondo le Sue Parole: “Io sono la risurrezione e la vita”. Colui che è in Cristo, è nella Vita e rimane nella vita.

  Colui che ha posto per iscritto questo episodio, l'evangelista Giovanni, non si sofferma sui particolari del miracolo, sulla gioia delle sorelle di Lazzaro o sull'esperienza stessa di Lazzaro nella vita d’oltretomba. Giovanni tace su tutto questo. In rilievo è unicamente il fatto che Gesù ha ridato a Lazzaro la vita fisica come segno della definitiva salvezza di tutto l’uomo.  Il miracolo della risurrezione di Lazzaro è l'ultimo grande Segno che Gesù ha dato ai suoi discepoli, per infondere loro fiducia e coraggio, perché è imminente la Sua Pasqua, passaggio dalla morte alla Risurrezione.

   Difatti, la risurrezione di Lazzaro è un grande Segno che preannuncia la Resurrezione di Gesù stesso, e il suo immediato passaggio alla vita della gloria divina, oltre che l’annuncio della nostra stessa risurrezione.

   Il miracolo avvenuto in questa località, di cui la toponomastica non ricorda il nome proprio di Betania ma quello dell'uomo Risorto, cioè El-Azariye, ci ricorda il nome stesso del risuscitato Lazzaro, memorizzato per sempre, proprio qui, al posto della Betania di Gesù.  Questo elemento ci riconduce ad una verità fondamentale, essenziale per la nostra Fede, e cioè che la Pasqua che vivremo tra qualche domenica, non si riferisce ad una favola artificiosamente inventata, un racconto per vecchiette, come scrive Pietro, da testimone oculare di primissimo piano, nella sua seconda lettera: “Infatti, non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza”[15].

   Quello che ricorderemo tra qualche settimana, sarà L’Evento degli eventi: l’appuntamento decisivo e culminante della Storia umana. Lo spartiacque tra le tenebre e la luce, tra la morte e la vita, tra il male ed il bene.  Ed al centro di questo Evento ci sarà Lui: Gesù di Nazaret, la Parola di Dio fatta carne[16], la luce che risplende  tra le tenebre del male e della morte[17].  Gesù ha risorto Lazzaro  così come risorgerà Lui stesso dalla morte. Ma la sua sarà la nostra vittoria, la nostra pace, la nostra gioia, perché  risorgerà tutti noi e tutti i nostri cari che ci hanno già lasciato, per vivere una Vita vissuta nel senso pieno. Una Vita finalmente fatta d'amore, di gioia, di contemplazione di DIO. È questo il Senso della nostra speranza e, quindi, della nostra vita.


[1] Gv 11,1-45.

[2] Cfr. Gv 10,31-38.

[3] Cfr. Gv 10,39.

[4] Gv 11,25.

[5] Gv 11,26.

[6] Gv 11,27.

[7] Gv 11,25.

[8] Cfr. Joseph Ratzinger, Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, Ed. Rizzoli, 2007, 398.

[9] Cfr. Gv 11,32-36.

[10] Gv 11,42.

[11] Gen 1,3.

[12] Gv 11,43.

[13] E. Balducci, Evangelo secondo Giovanni, Oscar Mondadori, Milano, 1973, 170.

[14] Cfr. Klaus Wengst, Il Vangelo di Giovanni, Ed. Queriniana, 2005, 465. 

[15] 2Pt 1,16.

[16] Gv 1,14.

[17] Gv 1,5.

 

  

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