"voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui"(1Pt 1,8)

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IL VANGELO DELLA DOMENICA

VANGELO di DOMENICA 29 MARZO 2015

DOMENICA DELLE PALME E DELLA
 
PASSIONE DEL SIGNORE

(Mc 14,1-15,47)

Per comodità il testo è stato abbreviato, per cui sono stati scelti solo questi versetti: 14,22-26.15,22-47

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   “Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo:  «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: «Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio». E dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli Ulivi”[1]   “Condussero dunque Gesù al luogo del Gòlgota, che significa luogo del cranio, e gli offrirono vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese. Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. E l'iscrizione con il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei. Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra. I passanti lo insultavano e, scuotendo il capo, esclamavano:  «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!». Ugualmente anche i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano: «Ha salvato altri, non può salvare se stesso!  Il Cristo, il re d'Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano. Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio.

   Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano:  «Ecco, chiama Elia!». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo:  «Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce».  Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. Il velo del tempio si squarciò in due, dall'alto in basso. Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse:  «Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!». C'erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di ioses, e Salome,  che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

   Sopraggiunta ormai la sera, poiché era la Parascève, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d'Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio, andò coraggiosamente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse gia morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo calò giù dalla croce e, avvoltolo nel lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l'entrata del sepolcro. Intanto Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano ad osservare dove veniva deposto”[2].

   Siamo giunti all’Evento centrale della storia umana, quando Gesù rivela, nel modo più palpabile e cruento, l’amore di Dio per le sue creature. È il cosiddetto racconto della Passione, che quest’anno è ripreso dal Vangelo di Marco.

   “Finalmente si avvicina la nuova Pasqua - scrive Heinrich Schlier - la nuova festa della redenzione d’Israele. L’ostilità del mondo decide di uccidere il Messia Gesù. Lo consegnerà il tradimento di uno dei suoi intimi discepoli. Ma, circondato da ostilità e tradimento, egli è conosciuto dall’amore ed amato con prodigalità come il povero che rende tutti ricchi. Il Vangelo racconterà sempre che Gesù difende da ogni attacco l’amore per lui”[3]. Ed è l’amore di Cristo la chiave di lettura di questa fase cruciale della sua vita. Un amore oblativo che traspare dal volto insanguinato di Cristo che riverbera l’amore del Padre Celeste per l’uomo: l’immagine meravigliosa di sé che Dio ha voluto porre nell’uomo. È nel volto sofferente e insanguinato di Cristo che noi possiamo riconoscere l’amore discreto e infinito di Dio per l’uomo di tutti i tempi.

   Dal lungo racconto della Passione di Gesù ho estratto due episodi inscindibili tra loro: la Cena dell’addio ed il Calvario, con la crocifissione. Essi ci ricordano il Dono di Gesù sulla mensa del Cenacolo, e la suprema consumazione, di tale Dono, sul Golgota. La Cena di addio rivela un mistero nel quale “sono contenute con singolare ricchezza e varietà di miracoli, tutte le realtà soprannaturali”[4]. È un banchetto pasquale, in cui lo stesso Gesù interpreta due azioni simboliche mediante due detti in parabola: interpreta le focacce di pane spezzato in rapporto alla sua morte e il vino in rapporto al suo sangue[5]. Certamente, dicendo le parole che abbiamo ascoltato all’inizio del Vangelo, Gesù ha inaugurato la nuova alleanza: diversa dalle precedenti, perché non più fondata sul sangue di capri e di vitelli, ma sul proprio sangue, versato per “molti”. Il termine greco “perì pollôn”, pronunciato da Gesù mentre offre il calice, rimanda al quarto carme del Servo sofferente di Jahvé[6], una figura le cui indicibili sofferenze sembrano proprio preannunciare quelle della Passione e morte di Gesù. Una figura biblica[7] di cui si parla nel libro del profeta Isaia e che Gesù ha presente davanti agli occhi e nei suoi pensieri, e nella quale si è particolarmente identificato durante la Cena, e soprattutto attualizzerà, nel suo itinerario doloroso, nelle ore della passione.

   Le parole della Cena, pronunciate da Gesù e riportate nel Vangelo di Marco richiamano anche il patto dell’antica alleanza sancita da Dio con Israele alle pendici del Sinai[8].  Un patto celebrato con l’offerta di vittime sacrificali[9].

   Gesù appare consapevole della morte che incombe, e allora officia questo rito sancito sul suo sangue che verrà versato per il bene di tutti. Anche l’offerta del pane “spezzato” e distribuito ai discepoli presenti allude al sacrificio cruento della croce, come evidenzia molto bene Luca nel suo Vangelo: “Questo è il mio corpo che è dato per voi”[10]. Gesù anticipa, quindi, la sua offerta sacrificale. Quella che poi si realizzerà con la morte, allorché il suo corpo sarà crocifisso, il cuore squarciato, ed il suo sangue versato. Ora, davanti ai suoi amici, rende, in anticipo, questo sacrificio un’offerta al Padre. L’accenno al canto dell’inno, che precede l’uscita verso il monte degli Ulivi, è una reminiscenza del canto dell’Hallel pasquale.

    Gesù è condotto al Gòlgota, che significa luogo del cranio. Questo è il luogo dove si consumano le ultime ore di vita del Cristo di Dio: l’Agnello Pasquale il cui sangue versato sulla croce redime e salva ognuno di noi. Secondo la testimonianza concorde di tutti e quattro i vangeli, al tempo di Gesù e della sua condanna a morte, questo piccolo promontorio si trovava al di fuori della città. Essendo, infatti, un luogo di supplizio e di condanna a morte, e quindi considerato impuro, non poteva trovarsi all’interno della cinta muraria di Gerusalemme. La Basilica del Santo Sepolcro custodisce sia il Calvario che la tomba di Gesù  Attualmente, il rilievo del Calvario si trova all’interno della Basilica del Santo Sepolcro, poco lontano dall’edicola che custodisce il sepolcro vuoto di Gesù. Ma ripercorriamo gli ultimi momenti della vita di Gesù avvenuti proprio in questo santo luogo.

   E’ ormai giunto sul luogo dell’estremo supplizio. Il suo cuore vive lo strazio più totale. Come Agnello mansueto e senza macchia, Gesù subisce le più crudeli ed atroci umiliazioni. Gli viene offerto vino con mirra, forse preparato da quelle stesse donne[11]  che hanno pianto[12] su di lui, come ci ricorda Luca nel suo vangelo. Questo tipo di bevanda è l’unico briciolo di umanità che troviamo presente sulla scena del Calvario e dovrebbe servire, quantomeno, a narcotizzarlo, per rendergli meno dolorosa l'immane sofferenza della crocifissione. Inspiegabilmente, lo rifiuta. Vuole, forse, morire pienamente cosciente. Vuole guardare in faccia la morte.

   Viene spogliato. I soldati gli tolgono l’unica cosa che Lui possiede, denudandolo davanti a tutti. Si realizzano in Lui le parole dal salmo “Un branco di cani mi circonda, mi assedia una banda di malvagi; hanno forato le mie mani e i miei piedi, posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano, mi osservano: si dividono le mie vesti, sul mio vestito gettano la sorte”[13].

   Subisce il dolore più pazzesco: la crocifissione. Sono le nove del mattino, quando viene crocifisso. È in questo momento che la sua mansuetudine si innalza a estremo vessillo dell’amore per l’uomo che lo ha crocifisso. Insieme a lui sono crocifissi due ladroni, o malfattori come li chiama Luca. Uno alla sua destra e l’altro alla sinistra.

   Al di sopra del suo capo viene messa una tavoletta di legno con incisa la motivazione della condanna a morte: “Il re dei Giudei”.

   Qui, sulla croce, Gesù sta per cominciare la sua ultima preghiera rivolta al Padre. La più straziante, e per questo, la più potente presso Dio. Ma il grido resta bloccato nella sua gola riarsa da tutto il male che porta crocifisso nella propria carne. È un grido sospeso tra la vita e la morte, tra il bene ed il male, tra l’uomo e Dio. È il grido che si fa domanda: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. È il grido dell’umanità che geme di fronte al male, al dolore, alla morte. È il grido pronunciato dall’essere più buono e sublime che sia mai apparso sulla faccia della Terra. Un uomo con l’impronta di Dio.

   Dando un forte grido, Gesù muore. Noi non sappiamo qual è questo suono. Ma sappiamo, invece, che dopo questo grido, Gesù spira, liberando subito, attraverso il suo Cuore trasverberato dalla lancia, come ci ricorda Giovanni nel suo Vangelo, il Bene infinito elargito da Dio all’uomo di tutti i tempi. La simbologia del velo del tempio che si squarcia,  dall'alto in basso, potrebbe significare l’apertura definitiva dei confini limitati della rivelazione di Dio, e la conseguente diffusione della vita stessa di Dio a tutte le genti. Il tempio non ha più necessità di esistere, essendo stato superato dal vero Tempio di Dio, come attesta il centurione che ha assistito alla morte di Cristo: «Veramente quest'uomo era Figlio di Dio!». 

   Ma la storia non finisce qui, sul Golgota. Ci sono altri testimoni che stanno ad osservare, da lontano. È un piccolo gruppo di donne che ha seguito il Rabbi di Galilea fin da quando predicava in Galilea, e molte altre donne salite con lui a Gerusalemme.

    Loro, che hanno avuto il coraggio di essergli accanto, nell’ora della morte, saranno le prime testimoni di quell’Evento di gioia, i cui barlumi  di luce si intravedono appena nel pomeriggio di questo Venerdì Santo. Lui stesso, d’altronde, lo aveva detto che il terzo giorno sarebbe risorto[14].

   Intanto, la croce lo mostra con le braccia distese, quasi per abbracciare, in un supremo ed ultimo momento d'amore, il mondo redento da Lui. Un gesto fissato nell'eternità  a prova di un amore infinito.


[1] Mc 14,22-26.

[2] Mc 15,22-47.

[3]  Heinrich  Schlier, Il Mistero Pasquale e la Passione secondo Marco, Jaca Book, Seconda edizione italiana dei due titoli febbraio 1991, Prima ristampa febbraio 2002,, 75.

[4] Lett. Enc. Mirae caritatis: Acta Leonis XIII, vol. XXII, 1902-1903, p. 122.

[5] Cfr. Gerd Theissen, Annette Merz, Il Gesù storico, Ed. Queriniana, Ed.1999, 507-508.

[6]  Is 53,12

[7]  Is 53,11-12. 

[8] Es 24,8.

[9] Es 24,5

[10] Lc 22,19.

[11] Cfr. Sanhedrin 43a)

[12] Cfr. Lc 23,28-31.

[13] Sal 22,17-19.

[14] Cfr.Mt 16,21, 17,23; 20,19; Lc 9,22; 18,33; 24,7; 24,46; At 10,40; 1Cor 15,4.

  

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