"voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui"(1Pt 1,8)

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 Questo sito è stato pubblicato   il 20 maggio 2003



 

IL VANGELO DELLA DOMENICA

VANGELO di DOMENICA 3 MAGGIO 2015

V DOMENICA DI PASQUA
 

(Gv 15,1-8)

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   “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.  Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato.  Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me.  Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.  Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli”[1].

   Per rappresentare il rapporto tra Dio e l’uomo, l’agiografo[2] ricorre anche ad  immagini simboliche, figurate, tratte dalla natura e dal mondo Palestinese. Lo abbiamo visto insieme la scorsa settimana, quando abbiamo riflettuto sull’immagine biblica del Buon Pastore preannunciata dai profeti e realizzata appieno da Gesù, nel corso della Sua Missione.

  Gesù fa un largo uso di parabole e similitudini per rappresentare questa tormentata, e insieme, fondamentale storia tra Dio e l’uomo. È una spiccata caratteristica della sua predicazione e la possiamo riscontrare anche nel Vangelo di questa domenica V di Pasqua. 

   Nel linguaggio biblico, l’immagine della vigna è utilizzata per indicare il popolo di Dio, Israele, come appare limpidamente nelle parole del salmista: “Hai divelto una vite dall'Egitto, per trapiantarla hai espulso i popoli. Le hai preparato il terreno, hai affondato le sue radici e ha riempito la terra”[3].

   Alla luce di questa figura calzante, l’alleanza tra Dio ed il suo popolo appare plasticamente presente nel rapporto tra la stessa vigna ed il suo padrone, come possiamo leggere in questo versetto del profeta Isaia: “Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa di Israele; gli abitanti di Giuda la sua piantagione preferita”[4]

   Il brano evangelico di Giovanni, che abbiamo ascoltato, pone bene in evidenza la profonda interazione e comunione tra Dio ed il suo popolo, descrivendola attraverso le immagini della vigna e del vignaiolo.

   Gesù è la “vera vite”.  Con quest’espressione Gesù dice di essere veramente la Vite di Dio. Di quello stesso Dio che opera realmente in Lui e per mezzo di Lui.

   “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo”, ha detto Gesù, presentandosi come l'albero della vite: l’albero che dona l’uva e attraverso la spremitura del frutto produce il vino. Un “vino buono”[5] e novello, gustoso ed inebriante, come quello che Gesù ha donato a Cana di Galilea. Una bevanda che infonde nei suoi amici la Nuova Alleanza con il Padre vignaiuolo, e la sua stessa vita. Infatti, è questo Vino che opera una vera, autentica, profonda ricreazione nell'uomo: una mutazione ontologica, nel profondo del proprio essere, perché il Regno di Dio sia sovranamente presente nell’uomo nuovo: quello conforme al progetto originario di Dio.

   Come avviene questa comunione, questo passaggio di vita divina da Cristo a noi? A livello figurato abbiamo un esempio che richiama Gesù con le sue parole: è l’immagine, se così si può dire, della linfa vitale trasmessa dalla vite ai tralci, e che permette a questi di non divenire secchi, ma di essere continuamente vivi e fruttiferi. 

   Ma la biologia e la botanica ci offrono solo una pallida immagine di ciò che avviene tra Cristo Gesù ed i suoi amici, e quindi tra Lui e noi che siamo suoi amici, figlioli, fratelli.    

   Accogliendo la Parola di Gesù, accogliamo Lui stesso, e con Lui, accogliamo il Padre, che è il Vignaiolo. E, nella Potenza dello Spirito Santo, Gesù ci dona la Sua Vita in abbondanza. È la Grazia, la vita stessa di Cristo a purificare, ricreare, alimentare, vivificare, trasformare e santificare  la nostra vita. E perché questo avvenga  in maniera più consona al Progetto di Dio, il Padre Vignaiolo può anche potare i tralci, perché la Vite, che è la Vita stessa di Suo Figlio, possa crescere e svilupparsi anche laddove ci sono dei rami rinsecchiti o delle foglie morte.

   È errato, però, interpretare il nostro essere in Cristo, con Cristo e per Cristo, solo alla luce di una funzione inerte, da parte nostra, di fronte al Regno di Dio che si sviluppa dentro di noi, secondo l’idea del tralcio che passivamente è unito alla vite. Il cuore del messaggio di Dio è l’amore. Dio ci ama come una mamma, come un papà, come uno sposo o una sposa, un fratello, una sorella, un amico. E quando avvertiamo l’affetto ed il calore di una persona che ci ama, il nostro cuore prova una grande gioia e riposa nella pace.  Lo stesso avviene quando avvertiamo la chiamata dell’amore di Dio per noi, che ci conduce, per riflesso, a rispondere, con tutto il nostro cuore, al Suo Regno d’amore. Anzi, in questo caso, la percezione di questo Amore infinito di Dio non è certamente paragonabile ai sentimenti che proviamo nei sentimenti umani. E questo i mistici lo sanno e lo sperimentano.

    Al contrario, quando Gesù dice: “Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”, Lui proietta davanti a noi la drammatica realtà di chi vive lontano da Dio. Le stesse parole ”Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano” non sono parole  di condanna.  Gesù non ha mai condannato nessuno. Sono parole che ci invitano a ripensare alla nostra vita con Dio o senza Dio.

   Gesù non condanna, ma dice solamente che lontani dall’amore di Dio non andremo da nessuna parte, perché tutto passa, anche l’amore umano. Ma l’amore di Dio, l’amore di Colui che Gesù stesso ci invita a chiamare Abbà, Papà nostro che sei nei cieli, non passa. Siamo noi a passare, anche andando oltre questo amore, rifiutandolo col rischio di alienare, dall’interno di noi stessi, quel Bene Sommo che è alla radice della nostra stessa umanità. Ma il suo amore, infinito ed eterno, non passa. E allora, cosa ci chiede Gesù attraverso i testi dell’autore di questo evangelo che, come un’aquila, ha volato su in alto, raggiungendo il cuore stesso di tutta la Divina rivelazione?   

    Gesù non ci chiede di essere passivi tralci della sua vite. Mettiamo da parte questa idea botanica dei tralci che sono in comunione inerte con la vite, utilissima agli ebrei per il forte parallelo con l’immagine della vigna che è presente nella letteratura profetica, ed andiamo ben oltre. 

   Gesù parla al suo popolo e perciò si serve dell’immagine della vite e dei tralci.  Noi andiamo oltre. Guardiamo a Gesù: abbiamo Lui.

   Gli evangelisti, ed in questo caso Giovanni, ci parlano di Gesù, ci dicono chi è Gesù. E allora basta guardare a Lui per comprendere la suprema verità di Dio amore, che amando, si dona e si comunica a noi, nel Figlio Suo Prediletto. Guardiamo a Lui: a Gesù. Alla Sua Persona che è il Dono dell'amore di Dio: in lui il Padre rivela perfettamente i palpiti del suo cuore per il mondo immerso nelle tenebre del peccato[6].

   Nella sua prima lettera, l'evangelista Giovanni converge la sua attenzione su questo tema centrale di tutta la Storia Biblica, e pallidamente presentato dall’immagine del Padre vignaiolo, che è Dio, e della vigna, che siamo noi. “Dio è amore. In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati"[7].

   “Dio è amore”[8], scrive Giovanni nella sua prima lettera. Ciò significa che “L’Essere stesso di Dio è Amore. Mandando, nella pienezza dei tempi, il suo Figlio unigenito e lo Spirito d'Amore, Dio rivela il suo segreto più intimo: è lui stesso eterno scambio d'amore: Padre, Figlio e Spirito Santo, e ci ha destinati ad esserne partecipi”[9].

    Non possiamo non vedere in questa parabola di Gesù un insegnamento eucaristico, anche perché il simbolo della vite è profondamente eucaristico, e ci permette di orientare subito il nostro pensiero alle parole dette da Gesù nell’ultima cena: “Questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio”[10].

   Grazie all’alimento del pane del suo corpo ed del vino del suo sangue, la comunità che partecipa all'eucaristia si lascia raggiungere dall'amore divino di quel Gesù che ha offerto se stesso per la vita del mondo, oltre che dall'amore del Padre, che rende sempre presente e operante, nella storia, il dono del Figlio[11]. Grazie a questo amore, effuso per opera dello Spirito Santo[12], l'assemblea celebrante è introdotta nel fuoco del Dio santo: nella comunione vivificante con il Dio vivo e vero.

   Una volta compreso questo, non abbiamo più bisogno di pensare ai passivi tralci che si lasciano rivitalizzare dalla Vite. Tutt’altro: una volta compreso chi è Dio e chi è Gesù, abbiamo tutta una vita dinanzi a noi per dire: Papà ti voglio bene. Gesù, ti voglio bene. Non un bene espresso solo in potenza. Un bene che deve essere potenza e atto. E allora, amiamo Dio nei nostri fratelli, a cominciare dai nostri cari, per finire, poi, al prossimo e finanche ai lontani.. E vedremo come il nostro cuore si riscalderà di amore. Di un amore Divino. Quello stesso amore che ci immette in Dio e nella sua pace.

    Mi piace chiudere con una frase di un grande maestro della spiritualità cristiana, scomparso qualche anno fa: don Divo Barsotti, fondatore, peraltro, della Comunità dei Figli di Dio. In un’intervista rilasciata il 25 aprile 2004, il novantenne don Divo invitò ad “Essere una cosa sola con Gesù. Che Gesù sia veramente la forza della nostra vita, la gioia unica della nostra esistenza, l'unica nostra speranza, l'unico nostro amore. Tutto deve avere termine in Lui, perché anche la nostra vocazione è una sola, quella di divenire una cosa sola con Lui. Non c'è altra vocazione del cristianesimo che questa, ed è la vocazione più alta che noi possiamo ricevere[13].


[1] Gv 15,1-8.

[2] L’autore del Testo Sacro, N.d.A..

[3] Sal 79,9-10.

[4] Is 5,7.

[5] Cfr. Gv 2,10.

[6]  S.A. Panimolle, l'Amore, in Nuovo Dizionario di Teologia Biblica, Ed. Paoline, p.60.

[7] 1Gv 4,8-10.

[8] 1Gv 4, 8.

[9] Catechismo della Chiesa Cattolica, 221.

[10] Mc 14,24-25.

[11] cfr. Gv 3,16.

[12] cfr. Rom 5,5.

[13] Divo Barsotti, contemplerò il tuo volto, intervista rilasciata il 25 aprile 2004. Fonte:  http://www.figlididio.it/meditazioni/index.htm

  

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