"voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui"(1Pt 1,8)

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IL VANGELO DELLA DOMENICA

VANGELO di DOMENICA 6 SETTEMBRE 2015

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
 
  (Mc 7,31-37)

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Vai alla Vita di Gesù

   “Di ritorno dalla regione di Tiro, passò per Sidone, dirigendosi verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. E gli condussero un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano. E portandolo in disparte lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: «Effatà» cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!»”[1]

   Come altri miracoli raccontati dai vangeli sinottici[2], quello che è narrato nella pericope di questa domenica, ha un substrato più antico del racconto evangelico scritto che ce lo ha tramandato[3]. Il racconto, infatti, è nato nell’ambiente storico geografico della Galilea, con le attigue regioni del nord (Sirofenicia) e dell’est (Decapoli), ed è in tale ambito geografico che è iniziata la tradizione narrativa orale, che ha preceduto quella scritta.

Il monte delle beatitudine e La riva occidentakle del mar di Galilea

  Dopo una breve escursione nella regione di Tiro e di Sidone[4], l’odierno Libano, dove ha liberato dal demonio la figlioletta di una donna di origine siro-fenicia, Gesù riprende la via del ritorno, dirigendosi verso il mare di Galilea, in pieno territorio della Decàpoli. Un’altra terra pagana. Due sono le possibili motivazioni di questi spostamenti. La prima, di carattere umano, che mostrerebbe un Gesù  stanco delle continue dispute con i suoi avversari, e quindi desideroso di allontanarsi un poco dal centro della Missione, spostandosi verso le periferie, o addirittura fuori, del territorio di Israele. La seconda di carattere soteriologico[5], intesa a dimostrare, nell’intenzione di Marco, che Gesù è venuto per tutti, e non solo per le pecore perdute della casa di Israele. Lo dimostrano le due guarigioni operate in territorio pagano: la prima, avvenuta alla periferia nord occidentale della Palestina, oppure all’interno del territorio meridionale dell’odierno Libano; la seconda, nel territorio della Decapoli, ad est del mar di Galilea.  

   Gli conducono un sordomuto, pregandolo di imporgli la mano. Ma Gesù non ama l’esibizione. I miracoli ed i segni da lui compiuti mostrano il carattere della discrezione, del nascondimento, dell’Opera di Dio che si manifesta attraverso il silenzio e l’ordinario delle cose. E allora conduce il sordomuto lontano dalla folla. In disparte. Poi, compie dei piccoli gesti che si rivelano profondamente efficaci per il bene dell’uomo. Gli pone le dita negli orecchi e con la saliva gli tocca la lingua. Attraverso le dita e la saliva dona il suo Bene. Dispiega la sua Potenza divina. Non guarisce invocando Adonaj, il Dio d’Israele, come fanno i taumaturghi ebrei. Egli opera direttamente, in prima persona, senza chiedere l’intervento di Dio. Un verbo imperativo, autorevole, esce dalle sue labbra: “guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: «Effatà»  cioè: «Apriti!».   E subito, così com’è avvenuto nel territorio del Libano a beneficio di una giovane, si aprono gli orecchi del sordomuto, gli si scioglie il nodo della lingua e comincia a parlare correttamente.

   Ma proviamo a leggere più attentamente alcuni elementi della narrazione evangelica. Innanzitutto il termine Effatà: è una di quelle parole che gli studiosi attribuiscono direttamente a Gesù. Una delle ipsissima verba, le parole dette da Gesù nei particolari contesti originali in cui sono nate e narrate dai vangeli, e sono conservate fedelmente da coloro che le hanno messe per iscritto, cioè gli evangelisti.  Effatà è una parola aramaica che è stata trascritta nel vangelo senza alcuna traduzione in greco. Sul testo greco originario è scritto, infatti, il termine aramaico Effatha[6], che vuol dire «Apriti!».

   Perché, nella redazione dei testi sacri, gli agiografi lasciano questi termini in aramaico, pur scrivendo in greco i loro vangeli?

   Al di là del fatto che gli evangelisti, e Marco in questo caso, abbiano voluto, forse, conservare l’originale aramaico di alcuni termini sicuramente autentici di Gesù, io credo che, certe parole, certe espressioni risalenti a Lui, abbiano lasciato fortemente, nei suoi ascoltatori ed in chi ha cominciato a fare memoria orale della sua predicazione e della missione, un impronta indelebile del Suo Parlare ed operare, della Sua Persona, e della Sua Presenza Divina. Mi, piace, a tal proposito, ricordare quanto afferma James D.G. Dunn: “Durante la missione di Gesù ci furono diversi episodi che furono vissuti e testimoniati come miracoli, che vennero considerati come guarigioni operate dal potere divino che fluiva attraverso Gesù”(James D.G. Dunn, Gli albori del cristianesimo,La memoria di Gesù, 2 La missione di Gesù, Ed. Paideia, 2006, 718).

   Dette da Gesù, certe parole, come Effatà, hanno avuto davvero una particolare intonazione vocale; uno straordinario fascino emotivo, in chi le ha ascoltate, derivato dalla sua Exousia: l’autorità, il potere esercitato da Gesù, non solo nella parola, ma anche nei miracoli.

   Effatà è una parola straniera, per il sordomuto della Decapoli, territorio di lingua greca. Sembra strano che Gesù utilizzi una parola che il sordomuto non riesce a udire, visto che è anche sordo, né a percepire, attraverso il labiale del Maestro. Ma Gesù fa spesso uso di questi termini aramaici, quando sta per compiere un miracolo.

   E allora, posso pensare che se per il sordomuto l’incomprensibile ed impercettibile parola Effatà diviene il linguaggio breve che annuncia ed opera la sua guarigione, altre azioni ed espressioni ricordano l’intervento diretto e salvifico di Dio nell’Antico Testamento.

   Il dito nell'orecchio evoca lo stupore dei maghi d'Egitto di fronte ai grandi prodigi, compiuti da Dio, attraverso i suoi servi Mosé ed Aronne: “Qui c'è il dito di Dio!”[7]. Così come richiama l’intervento di Dio che apre gli orecchi del salmista, perché la Sua Parola possa giungere al suo cuore: “Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto”[8].  

   La mano che Gesù utilizza per toccare gli orecchi del sordomuto, è simbolo della potenza divina, come appare nei vari testi dell’Antico Testamento[9]. In un altro brano di questo vangelo di Marco troviamo conferma di questa potenza divina che Gesù manifesta attraverso le sue mani: “Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani?”[10].

   Anche nel vangelo di Matteo è presente l’idea di questa manifestazione della potenza divina, che Gesù esercita attraverso le sue mani: “Ma dopo che fu cacciata via la gente egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò[11].

   Ma c’è un’espressione del quarto vangelo, quello di Giovanni, che esprime chiaramente l’origine della Potenza divina dispiegata da Gesù per mezzo delle proprie mani. È lui stesso che dice: “Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa[12].

   Allora, vedete quanta continuità c’è tra l’Antico ed il Nuovo Testamento? Gesù è il nuovo che realizza l’antico. Nelle Sue Parole e nelle Sue Gesta, il Padre compie meraviglie che sovrastano quelle antiche. E non potrebbe essere altrimenti.

   Anche la saliva, considerata come depositaria di potere medicinale, è utilizzata da Gesù per comunicare la guarigione e la salvezza al sordomuto.

   Si comprende, allora, come tutti i gesti compiuti da Gesù abbiano una loro valenza intrinseca e carica di simbolismi. Comunicano la salvezza, l’amore di Dio per le creature, la gioia intensa che scaturisce dalla scoperta di questo amore che salva. Sono le parole con le quali si chiude il brano evangelico: “E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo raccomandava, più essi ne parlavano e, pieni di stupore, dicevano:  «Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!»”[13]  

   Anche noi, testimoni dell’amore di Dio nel tempo in cui viviamo, siamo sollecitati a riscoprire, ancora di più, la gioia di essere amati da Dio, per mezzo del Suo Figlio prediletto. Questa è la vera gioia, perché sappiamo che non siamo soli, abbandonati a noi stessi. Ma siamo amati. E chi soffre di più, come il sordomuto del territorio orientale del lago di Galilea, fa una particolare esperienza di questo grande beneficio: l’amicizia di Dio, la solidarietà di Gesù, la sovrabbondanza delle Sue Parole di vita che sciolgono i nodi della sua esistenza, per permettere ad ogni bocca di aprirsi e di annunciare, agli altri, il senso della vera Speranza, cioè Lui: Gesù Cristo.

   Ognuno di noi è chiamato ad essere testimone di speranza e di amore per gli altri. Ma perché possiamo corrispondere appieno al progetto di Dio abbiamo bisogno di Lui, cioè di Gesù di Nazareth: il Cristo di Dio.

   E allora, Signore, ascolta la nostra umile preghiera, perché anche noi possiamo riamarti, nei fratelli, come tu ha amato noi per primo[14]. Abbiamo bisogno delle tue dita, perché si aprano le nostre orecchie sorde davanti alla tua Parola di salvezza. Perché questa Tua Parola entri nel profondo del cuore e rinnovi il nostro spirito.

   Si, Signore. Abbiamo bisogno della tua voce. Di quella parola “Effatà!”, che significa “Apriti!”, perché anche noi possiamo aprirci a Te, come Tu ti sei aperto alla preghiera dei pagani, lontani dalla Storia della salvezza, donando la guarigione e permettendo al sordomuto di ascoltare la Tua Voce: la Voce della Salvezza; la Voce del Salvatore; la Voce di Dio che Salva.

   Apri, Signore, il nostro cuore. Inondalo di Te e del tuo amore. Perché solo con esso il dolore si impasta fino a divenire un ottimo concime per l’albero della nostra vita. Un albero simile a quello sul quale sei stato disteso, ma che proietta le sue fronde fino al cielo.

   Aprici il cuore e la mente, Signore. Perché la nostra vita sia un perenne rendimento di grazie. Amen.


[1] Mc 7,31-37.

[2] Marco, Matteo, Luca, n.d.A..

[3] Giuseppe Segalla, I miracoli di Gesù: dall’evento al Vangelo, in Storia di Gesù, Ed. Rizzoli, 1983, volume 2, pag. 416.

[4] Sull’effettiva andata di Gesù in questo territorio ci sono delle divergenze tra gli studiosi.  Secondo alcuni Gesù non

      avrebbe lasciato il confine di Israele.

[5] Cioè finalizzato alla salvezza dei pagani, N.d.A..

[6] Effaqa.

[7] Es 8,15.

[8] Sal 39,7.

[9] Cfr. Es 15,6; Sal 19,7; 79,18; 117,16.

[10] Mc 6,2.

[11] Mt 9,25.

[12] Gv 3,35.

[13] Mc 7,36-37.

[14] 1Gv 4,19.

  

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