"voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui"(1Pt 1,8)

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 Questo sito è stato pubblicato   il 20 maggio 2003



 

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DOMENICA 4 GIUGNO 2017

PENTECOSTE

Messa del giorno

 (Gv 20,19-23)

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   “La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo:  «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi». Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse:  «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi»”[1].

    La Festa della Pentecoste, che celebriamo questa domenica, appartiene originariamente alla tradizione ebraica, ed è chiamata Shavuot, “sette settimane”. Per questo è conosciuta come la festa delle settimane. Gli ebrei di lingua greca le diedero il nome che noi conosciamo: Pentecoste[2], perché cade 50 giorni dopo la Pasqua ebraica. Nell’antichità era una celebrazione agricola: la festa della mietitura, che durava sette settimane. Si cominciava con la mietitura dell’orzo a Pesach, cioè Pasqua, e si terminava con quella del frumento a Shavuot, ossia Pentecoste. In questo periodo si respirava un’atmosfera di festa e di gioia[3]. Secondo il libro dell’Esodo, il popolo di Israele doveva recarsi al  Tempio di Gerusalemme, offrendo le primizie del raccolto[4].  

   Col passare del tempo il significato della Pentecoste si estese ancora di più, assumendo un senso ancora più spirituale, in quanto, secondo la tradizione, in questo giorno Dio donò la Torah, la Sua Legge, al popolo di Israele. Ed è questo il valore attribuito alla Festa nel tempo di Gesù. Gli ebrei intendono, così, celebrare il dono della Legge di Dio sul Sinai.

   Il Cristianesimo ha spiritualizzato ancora di più questa Festa, celebrando il grande Dono dello Spirito Santo, offerto da Gesù al popolo dei credenti, in modalità e momenti diversi, come appare nei racconti degli agiografi, coloro, cioè, che hanno messo per iscritto i testi sacri del Nuovo Testamento. Più precisamente, mentre l’evangelista Luca fa coincidere il Dono dello Spirito di Cristo sugli apostoli nel corso della Pentecoste ebraica, Giovanni evangelista lo fa risalire direttamente al Risorto, nello stesso Cenacolo di Gerusalemme dove l’ambienta Luca, ma in un tempo decisamente diverso: la sera di Pasqua.

   Giovanni scrive per ultimo il suo evangelo, e sicuramente ha ben presente i testi evangelici  che lo hanno preceduto, e specialmente il racconto di Luca inserito negli Atti degli apostoli[5]. Tuttavia, egli va diritto per la sua strada descrivendo, come detto in precedenza, il Dono dello Spirito in un tempo diverso da quello di Luca: la sera della prima Pasqua cristiana, quando Gesù si mostra ai suoi discepoli con i segni della passione.

    Senza voler fare alcun confronto con Luca, anche perché non penso sia inverosimile l’ipotesi che il Dono dello Spirito Consolatore possa essersi ripetuto anche in tempi diversi, credo di avere una considerevole preferenza per la versione del quarto vangelo, avvalorata, a mio personale parere, dal fatto che il redattore sacro, cioè Giovanni evangelista o un suo fedele discepolo, mostri una particolare conoscenza della cronologia e di molti dettagli  relativi alla Passione e risurrezione.   E allora, traendo lo spunto da quanto propostoci dalla liturgia di questa Domenica di Pentecoste, vediamo di rileggere i cinque versetti che compongono il testo evangelico.

   È la sera di Pasqua; della prima Pasqua cristiana. E’ il cosiddetto “terzo giorno”, e noi sappiamo bene con quanta attenzione Giovanni evangelista descriva la cronologia dei fatti narrati nel suo Vangelo.

   Il terzo giorno indica la pienezza esplosiva di un avvenimento decisivo per la comunità dei credenti, emblematicamente raffigurata dallo sparuto gruppo degli apostoli, e delle donne che sono con loro. E se questo terzo giorno è così importante per le prime comunità cristiane, da anteporlo perfino allo Shabbat, il riposo del sabato, vuol dire che da questo terzo giorno, che è la nostra Domenica, è iniziato qualcosa di straordinariamente nuovo, gioioso, mirabile, esplosivo, come la risurrezione di Gesù di Nazareth ed il Dono dello Spirito Consolatore.

   Lo stesso Papa Benedetto XVI, pone in risalto la valenza esplosiva di questo terzo giorno, Domenica del cristiano, allorché, nel suo libro dedicato a Gesù di Nazareth, afferma: “… è evidente che solo un evento di un potere sconvolgente poteva provocare la rinuncia al Sabato e la sua sostituzione mediante il primo giorno della settimana. Solo un evento che si fosse impresso nelle anime con forza straordinaria poteva suscitare un cambiamento così centrale nella cultura relìgiosa della settimana. Semplici speculazioni teologiche non sarebbero bastate per questo. Per me, la celebrazione del Giorno del Signore, che fin dall’inizio distingue la comunità cristiana, è una delle prove più forti del fatto che in quel giorno è successa una cosa straordinaria - la scoperta del sepolcro vuoto e l’incontro con il Signore risorto”[6].

   Solo chi vive in un’altra dimensione, non corporale ma spirituale, può entrare in una stanza che ha le porte sbarrate. San Paolo farà in seguito l’esperienza visibile del Cristo Risorto, ed in base a tale esperienza scriverà così nella prima lettera ai cristiani di Corinto: “…si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale. Se c'è un corpo animale, vi è anche un corpo spirituale, poiché sta scritto che il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita”[7].

   Quindi, dopo aver posto l’accento sul fatto che le porte sono chiuse, Giovanni evangelista annuncia con poche semplici parole la venuta di Gesù in mezzo alla comunità apostolica: “venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: “Shalom!”, cioè «Pace a voi!»”[8]. Gesù appare finalmente ai suoi amici, porgendo loro il saluto che indica la sua vittoria, dalla quale proviene la pace che compendia e anticipa tutti i doni della Risurrezione. E la gioia che Egli ci dona con il suo amore, è il frutto di questa pace. 

   Un saluto particolare, pregnante perciò. E dopo aver mostrato i segni della passione e, quindi, della risurrezione, presenti nelle mani e nel costato, ripete nuovamente, per indicare quella Pace che Lui solo può donare, ai cuori inquieti e smarriti degli uomini di tutti i tempi. Poi, per fornire le prove della sua risurrezione, Gesù mostra loro le mani ed il costato[9].

   Solo dopo aver visto i segni della passione nel Suo corpo Risorto, i discepoli gioiscono al vedere il Signore. Sembra strano che solo ora essi provino la gioia piena della Sua Presenza. E’ evidente che fino a questo momento possano essersi domandati se quel Gesù che hanno visto patire e morire, sia lo stesso che ora vedono. Giovanni evangelista era sotto la croce, così come ora è nel Cenacolo. E lui sicuramente ha manifestato i suoi sentimenti di gioia immensa di fronte al Crocifisso Risorto.

   Poi, Gesù dice di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi”[10]    Gesù introduce il Dono dello Spirito Santo con le parole che ripetono il Suo mandato agli “Undici”. Stavolta, però, li invia nel mondo da Risorto, da vincitore della morte, con l’autorità chiaramente manifesta di Figlio di Dio risuscitato come primizia[11] della nuova Creazione. Egli invia gli apostoli con la Potenza della risurrezione. “La missione degli apostoli è dunque una funzione dell’incarnazione, ma dell’incarnazione al suo apice pasquale: sono mandati nella consacrazione pasquale di Cristo[12], mandati nel mondo per mezzo di un’azione che li sottrae ad esso[13], per mezzo di una traslazione nella santità di Dio(Cfr. Gv 17,9)”[14]

   Questo nuovo invio si traduce in un nuovo potere che Gesù conferisce agli apostoli con il Dono dello Spirito Santo. Gesù alita su di loro. Per uno studioso come Schnackenburg, “il simbolo dell’alitare, stando ai passi di riferimento dell’Antico Testamento[15] vuol dire trasmissione di vita, qui dunque partecipazione alla vita del Risorto, che possiede lo Spirito e ora lo trasmette anche ai suoi discepoli”[16].

   Dicendo queste parole: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”[17], Gesù risorto “comunica la vita divina, la vita definitiva, ai suoi alitando su di loro lo Spirito Santo vivificante. In tal modo si compie la nuova creazione, si compie la comunicazione della vita di Dio che è eterna”[18].

   Pentecoste, ovvero Shavuot. Il Dono dell’antica Legge incisa su tavole di pietra, è finalmente superato dal Dono dei Doni inciso nei cuori: lo Spirito Santo; lo Spirito Consolatore; lo Spirito Paraclito. L’Amore che ama ed è amato.  

   Lo Spirito di Cristo è il grande Dono che ci permette di trasfigurare la nostra vita nell’amore.  “Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo”[19]. Una volta che abbiamo colto, nel nostro cuore, le radici più profonde di quell’amore che ci ha amati per primo, rivelandoci il suo amore per mezzo dell’amore di chi ci ama, non possiamo non lasciare spazio dentro di noi, perché lo Spirito di Cristo ci renda degni di amare degnamente l’Amore che ci ha amato per primo.

   Shavuot, allora, significa questo: ricevere il Dono dello Spirito di Cristo e lasciarci trasformare, rigenerare, ricreare da questo Dono di gioia, di pace, di amore. Amen.


[1] Gv 20,19-23.

[2]  dal greco πεντηκόστη.

[3] Cfr. Ger 5,24; Dt 16,9; Is 9,2.

[4] Cfr. Lv 23,15-21.

[5] Cfr. Lc 2,1-4.

[6] Joseph Ratzinger, Benedetto XVI, Gesù di Nazareth, Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Libreria Editrice Vaticana, 2011, 288.

[7] 1Cor 15,44-45.

[8] Gv 20,19.

[9] Cfr. Gv 20,20.

[10] Gv 20,21.

[11] Cfr. 1Cor 15,20.

[12] Cfr. Gv 17,18.

[13] Cfr. Gv 17,16.

[14] Cfr. F. Xavier Durrwell, La Risurrezione di Gesù, Mistero di Salvezza, Città Nuova Editrice, 1993, 231.

[15] Cfr. Gen 2,7; 1Re 17,21; Ez 37,9; Sap 15,11.

[16]  R. Schnackenburg, Il vangelo di Giovanni, III, 535, in Veronika Gašpar, Cristologia Pneumatologica in alcuni autori postconciliari (1965-1995), Status quaestionis e prospettive, Editrice Pontificia Università Gregoriana, Roma 2000, 62.

[17] Gv 20,22-23.

[18] Veronika Gašpar, Cristologia Pneumatologica in alcuni autori postconciliari (1965-1995), Status quaestionis e prospettive, Editrice Pontificia Università Gregoriana, Roma 2000, 62.

[19] Gv 4,19.

 

  

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