"voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui"(1Pt 1,8)

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 Questo sito è stato pubblicato   il 20 maggio 2003



 

IL VANGELO DELLA DOMENICA

DOMENICA 1 AGOSTO 2010

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

(Lc 12,13-21)

   “Uno della folla gli disse:  «Maestro, dì a mio fratello che divida con me l'eredità». Ma egli rispose:  «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni»”[1].   

   Questo episodio e la successiva parabola pronunciata da Gesù,  sono un’esclusiva del vangelo di Luca, molto attento a considerare severamente l’attaccamento alla ricchezza.  

   Mentre sta predicando alla folla, Gesù è interrotto dalla voce di un uomo che, improvvisamente, gli chiede: «Maestro, dì a mio fratello che divida con me l'eredità». 

   Una richiesta inesaudibile visto l’insegnamento di tutt’altro tenore dato da Gesù alla folla, e considerato anche il pensiero di Gesù, tutto proteso all’annuncio del Regno e lontano anni luce dai calcoli umani, legati agli interessi personali, seppure spettanti di diritto.

   Ben altro discorso, quindi, stava facendo Gesù quando è stato interrotto. Gesù stava parlando, ai suoi discepoli, che non vanno identificati solo nei Dodici ma in tutti coloro che lo “Seguono”. Chi sono?

   Possiamo dire che tre tipi di discepoli vivono e ruotano attorno a Lui. I primi, li abbiamo or ora accennati, sono i Dodici: hanno lasciato tutto per Gesù, e vivono in comunità con lui. C’è, poi, una cerchia più ampia di simpatizzanti che sostiene economicamente la comunità itinerante. Tra di loro c’è, per esempio, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode; c’è Susanna, e ci sono altre persone, che con i loro beni assistono materialmente[2] la comunità itinerante. 

   E c'è un terzo gruppo ancora più folto di persone che non hanno abbandonato la casa ed il lavoro ma continuano a vivere come prima, pur riconoscendosi nel discepolato del Maestro di Galilea. Un esempio di questi potrebbe essere la famiglia di Betania: Marta, Maria e Lazzaro,  con Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo il fariseo[3].

   In questo episodio evangelico, non ci sono, certamente, tutti questi personaggi, ma alcuni di essi e molti altri che seguono la sua catechesi itinerante sul Vangelo del Regno.

   Tra coloro che costituiscono l’anonima folla che ascolta Gesù, ci sono i suoi ascoltatori privilegiati: i poveri, i sofferenti, gli umili e gli ultimi. Ma ci sono anche i curiosi e coloro che cercano di investigare su di Lui, per coglierlo in fallo. È la folla ibrida composta dalle componenti più diverse e variamente disposte nei suoi confronti.

   A questa folla, ma soprattutto alla della Sua Comunità raccolta strettamente attorno a Lui, Gesù ha detto come comportarsi una volta messi sotto accusa e portati davanti alle sinagoghe, ai magistrati ed alle autorità, perché lo Spirito Santo avrebbe loro insegnato cosa dire.

   Evidentemente, visto che sta parlando di tribunali e magistrati, l’uomo che lo ha interpellato, ha colto l’occasione per chiedergli  di assumere un giudizio al di sopra delle parti, ovviamente a suo favore, dicendo al fratello di dividere con lui l’eredità.

   Trattandosi di problemi di carattere giuridico religioso, sottoposti normalmente ai dottori della Legge, è evidente che l’uomo considera tale Gesù di Nazareth, stimandolo imparziale nel giudizio.

   Essendo un laico, la richiesta del suo intervento dimostra il grande apprezzamento che il popolo ha verso il Rabbi di Nazareth.

   Ma Gesù non accetta di fare da giudice in questa questione. Davanti ai suoi occhi e nei suoi pensieri c’è l’annuncio del Regno di Dio, mentre tutto il resto non è  necessario.

   La sua risposta è decisa: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».

   Poi, cogliendo l’occasione di questo intervento anonimo, si rivolge agli astanti, dicendo loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni».  Non sono i beni a decidere come può essere la nostra vita.

   Un discorso che andrebbe bene per l’uomo di tutti i tempi, ma particolarmente per la società opulenta del nostro mondo occidentale, che fa derivare il benessere dal possesso dei beni e delle ricchezze, assolutizzando tali pseudo valori.

   E per dimostrare quanto è sbagliato questo pensare umano, logicamente diverso dal pensare divino che tutto orienta alla Provvidenza del Padre, Gesù racconta una parabola:

   “Disse poi una parabola:  «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio»”[4].

   L’uomo ricco che pensa in questo modo è un pazzo, oppure è uno che esclude Dio dalla sua vita e crede di poterne fare a meno. Non si rende conto che la propria vita non dipende dal buon raccolto, perché proprio mentre crede di poter vivere di rendita col raccolto abbondante, riposandosi, mangiando, bevendo e dandosi alla gioia, intesa – a mio parere – come godimento egoistico ed individuale, - Iddio gli dice: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita».

    È sempre Dio il padrone della vita.  Ecco perché l’uomo è stolto: egli fa i conti senza Dio. Costruisce tutto il suo futuro sulla sabbia molle ed instabile dei suoi possedimenti, e non sulla roccia di chi basa la sua esistenza sull’amore provvidente del Padre Celeste, Dio amorevole e provvidente che Gesù ci rivela nella sua Parola.

   «E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio». Questo brano successivo sembra un aggiunta redazionale, anche perché appare molto vicino al modo di scrivere e di pensare di Luca, autore di questo vangelo.

   La pericope evangelica, quindi, si addice alla stoltezza ed alla falsa sapienza dell’uomo opulento occidentale. Sembra proprio che tale figura impersoni perfettamente l’immagine del ricco stolto della parabola.  Non si rende conto, l’uomo di oggi, che il male, la malattia e la morte possono vestire non solo i panni della fame e della debolezza, quanto piuttosto assumere i mille tentacoli della decadenza morale e spirituale di una civiltà che ha rinnegato sé stessa ed il suo fondamento etico religioso.

   Tutto il mondo occidentale ha costruito la sua casa ed intende edificare il proprio futuro  sulla falsa e stolta sapienza della ricchezza e della potenza economica. Non è solo l’uomo singolo a voler fare a meno di Dio. Sono anche le potenze economiche e finanziarie del cosiddetto “mondo libero” a voler costruire un futuro senza Dio.  Basti pensare a tutti quei governi dell’Europa cristiana che hanno collaborato nella stesura della futura Costituzione Europea, senza, tuttavia, includere ogni riferimento scritto al Cristianesimo. Basti ricordare che a causa di questi governi, rappresentati in seno alla Comunità Europea, la presenza del crocifisso è in discussione finanche nella nostra Italia, che continua a conservare – nonostante tutto – un sincero fondamento cristiano.

   Aspettiamo il giudizio(sic!) dell’Europa che conta! Poi decideremo. Possiamo anche andarcene via da un Europa che vuole fare a meno di Dio e del Cristianesimo. Non abbiamo bisogno di una siffatta Europa che rinnega quella voluta da Adenauer, Schuman e De Gasperi.

   Stolti! Si crede di fare a meno di Dio.  È l’atteggiamento del giovane ricco che crede di fare a meno di Dio, basando il suo futuro sul raccolto abbondante, senza sapere che la notte stessa Dio gli chiede conto della sua vita.

   Non ci rendiamo conto che nessuna situazione e nessuna condizione ci potrà mai strappare dalla nostra condizione di debolezza e di fragilità, neanche la potenza e la ricchezza. Secondo Martin Heidegger «Il tempo della notte del mondo è il tempo della povertà, perché diviene sempre più povero. È già diventato tanto povero da non poter riconoscere la mancanza di Dio come mancanza».

   Solo Cristo Gesù, con la sua morte e risurrezione, ha saputo cambiare il nostro inesorabile destino di morte in quello della sua gloria. 

   Questo è stato compreso dal grande genio di Paolo di Tarso, il quale ha scommesso tutta la sua vita su tale annuncio. Nella lettera agli Efesini egli proclama: «…perché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi »[5].

   Ed in forza di questa speranza che supera e trascende ogni speranza umana, siamo chiamati, dallo stesso Paolo, a guardare in alto: «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria»[6].


[1] Lc 12,13-15.

[2] Lc 8,3.

[3] Gv 3,1.

[4] Lc 12,16-21.

[5] Ef 1,17-18.

[6] Col 3,1-4.

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