"voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui"(1Pt 1,8)

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IL VANGELO DELLA DOMENICA

DOMENICA  28 AGOSTO 2016

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

  (Lc 14,1.7-14)

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   “Un sabato era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo”[1]. Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro una parabola: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: ‘Cedigli il posto!’. Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto. Invece quando sei invitato, và a metterti all'ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: ‘Amico, passa più avanti’. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». Disse poi a colui che l'aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch'essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dài un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti»”[2]

    Gesù attinge spesso gli spunti della sua predicazione dall’ambiente dove si trova e dalle attività che vi si svolgono. A volte è una domanda, posta da qualcuno dei suoi ascoltatori, a fornirgli le occasioni per  dire cose che trascendono il contenuto della stessa domanda. È, questo, uno degli aspetti che appartengono al suo stile e al modo originale della sua predicazione, che si distanzia dal cliché dell’insegnamento tradizionale dei rabbi di Israele. Stavolta il pranzo a cui Egli è invitato gli fornisce l’occasione per dire due brevi parabole, con le quali, più che sulle norme comportamentali di coloro che sono invitati a pranzo, vuole richiamare l’attenzione dei convitati sui valori universali contenuti in quello che dice.

   È lo Shabbat, il giorno del riposo, della festa e della preghiera per gli ebrei, e Gesù è invitato ad un banchetto imbandito in casa di uno dei capi farisei.  Come sempre succede in questi casi, accetta l’invito. Per Lui ogni momento, ogni occasione, è vitale per  proclamare la Buona Novella.  Il pranzo, poi, è uno dei momenti più belli e gioiosi della vita ebraica. Non a caso, nel parlare di Gesù, il banchetto diviene immagine della gioia piena che Dio concederà a tutti coloro che accoglieranno il suo messaggio di salvezza.

   Gesù è in casa di uno dei capi farisei e gli occhi di tutti sono su di lui. Poco prima di dire questa parabola ha guarito un idropico, un uomo affetto da una patologia con la quale si manifesta un accumulo di liquidi negli spazi intercellulari. Una guarigione operata di sabato, e quindi in atteggiamento di noncuranza delle norme sul riposo sabbatico. A quanto pare, nessuno dei presenti ha avuto il coraggio di porre in discussione, almeno apparentemente, la liceità di questa guarigione avvenuta in giorno di sabato.

   Ma Gesù non si ferma qui. Va diritto per la sua strada, ed osservando come gli invitati si scelgono i primi posti attorno alla mensa, coglie l’occasione per formulare un breve insegnamento parabolico: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: «Cedigli il posto!». Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto. Invece quando sei invitato, và a metterti all'ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: «Amico, passa più avanti». Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato»”. 

   Queste ultime parole hanno un riscontro nel pensiero di Rabbi Hillel, che è contemporaneo a Gesù: “Il mio abbassamento è la mia elevazione e la mia elevazione è il mio abbassamento”[3]. Hillel, che mostra nel suo pensiero molti punti di contatto con Gesù, intende dire che, contrariamente all’alterigia, l’umiltà  dimostra una saggezza di vita.

   Ma non possiamo, certamente, pensare che Gesù voglia dare solo una norma di vita morale, invitando i commensali a scegliere sempre l’ultimo posto. Il suo pensiero trascende e supera la mensa terrena per raggiungere il banchetto nel Regno di Dio dove gli umili avranno i primi posti ed i potenti gli ultimi. Questo  è un assunto sempre presente, nel vangelo di Luca. Ed è evidente l’intenzione dell’evangelista: dire che Dio umilierà i superbi ed innalzerà gli ultimi. Ma questa idea non è forzatamente ed esclusivamente di Luca, in quanto risale direttamente alla persona ed all’insegnamento di Gesù. Basti leggere il sermone della montagna, o del piano[4] nelle due tradizioni parallele di Matteo e Luca, per comprendere l’unitarietà dell’insegnamento di Gesù.  

   In fondo, Egli ci dice che di fronte a Dio non dobbiamo far conto sulla nostra autogiustificazione, quanto piuttosto sull’umile consapevolezza della nostra debolezza e fragilità.  Solo questa coscienza ci rende graditi al cuore di Dio. Solo l’umiltà ci può aprire le porte del suo amore. L’infinitamente grande si comunica amorevolmente all’infinitamente piccolo.  L’umiltà è la virtù maestra della vita cristiana, senza la quale le altre virtù non esistono o sono assolutamente snaturate da sconfinare nell’esibizione e nell’apparenza. L’umiltà è il realismo della nostra coscienza di essere ben poca cosa di fronte a Dio. Ma con Dio nel cuore essa ci orienta al bene ed all’amore: i sentimenti più divini che possano albergare nel cuore dell’uomo.

   Alla luce di questi sentimenti ci rendiamo conto di quanta grettezza siano dotati i nostri giudizi umani, per cui i primi posti nella scala della sapienza umana non sono altro che gli ultimi posti della Scala eterna dei valori di Dio.

   Questo tutti noi dovremmo comprenderlo. Guardiamo a Cristo che si è spogliato[5] della sua natura divina per condividere in tutto, finanche nel dolore, e che dolore, la nostra natura umana.

   Nel nostro cuore dovrebbe esserci un solo tipo di ambizione: quella di amare di più, sull’esempio fulgido e Divino di Gesù. È Lui il vero, unico, rivelatore di Dio e del suo Amore. 

    Nella breve parabola successiva[6], che vi invito a rileggere, Gesù intende insegnare ai suoi discepoli che l’amore vero, l’agape, si prova e si manifesta quando è rivolto ai poveri ed ai disprezzati, agli inermi ed ai minimi. È Gesù stesso a dare la prova di questo amore, mostrandosi coerente con i suoi insegnamenti, per tutta la sua vita. Una prova l’ha data poco prima, guarendo di sabato, nella casa di un fariseo ed in presenza di farisei, l’uomo idropico. Per Gesù l’uomo, specialmente l’uomo povero, malato, inerme, disprezzato, viene prima di tutto e di tutti.

   Il Nazareno ci invita a dare ed a donare specialmente a chi non può contraccambiare. E ci promette la ricompensa alla risurrezione dei giusti. In realtà la ricompensa la possiamo sentire nel nostro cuore già nel momento in cui diamo. È il momento in cui siamo veramente immagini di Dio amore e il volto di Dio risplende nel nostro cuore.   

   L’insegnamento contenuto nella prima parabola ci ha ricordato, tra le altre cose, che siamo chiamati a vivere umilmente il nostro rapporto con Dio e con i fratelli. In questa seconda parabola, invece, Gesù ci invita ad amare in modo puro e disinteressato. Vivere  l’amore senza pensare al contraccambio. E se l’umiltà ci predispone all’incontro comunicativo con Dio, consentendoci di lasciarci irraggiare da questa esplosione di amore trinitario, l’amore che Gesù ci chiede è immagine vera ed autentica di tale amore Trinitario. E come Dio ama gratuitamente, così anche noi siamo chiamati ad amare ed a donare, con estrema gratuità, il nostro amore. Amore-agape ed umiltà: ecco le coordinate sicure per essere ammessi nella gioia e nella pace, oltre che nell’amore, di un Dio non lontano da noi, ma che ha grande rispetto di noi, se è vero che ci chiede di amare con i suoi stessi parametri divini: umilmentemi si consenta questa che potrebbe essere una forzatura, ma non lo è: basta guardare a Gesù Figlio Unigenito di Dio – e gratuitamente.

   Blaise Pascal diceva: “L’uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d’acqua bastano per ucciderlo. Ma, quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe ancor più nobile di ciò che lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità che l’universo ha su di lui: l’universo non ne sa nulla”[7]

   Io mi permetto di aggiungere che l’uomo ha una grandezza dentro di sé, in quanto è dotato di quel sentimento divino che è l’amore inteso come agape, cioè come dono da donare gratuitamente. Ecco che cosa ci rende veramente grandi, pur nella nostra fragilità.


[1] Lc 14,1.

[2] Lc 14,7-14.

[3] Joachim Jeremias, Le Parabole di Gesù, Biblioteca di cultura religiosa, Paideia Editrice, 1965, 235.

[4] Diversamente da Matteo che ambienta le Beatitudini su un monte, l’evangelista Luca localizza l’episodio in un territorio pianeggiante.

[5] Cfr. Fil 2,6ss.

[6] Cfr. Lc 14,12-14.

[7] Blaise Pascal, Pensieri, 347.

 

  

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