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IL VANGELO DELLA DOMENICA

VANGELO di DOMENICA 24 AGOSTO 2014

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

(Mt 16,13-20)

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   Cesarea di Filippo è situata ai piedi del versante sud dell’Hermon, il monte che segna il confine nord della Palestina e da cui sorge il fiume Giordano.  È nei dintorni di questa località, il cui nome originario era Panaeas o Panias, trasformato intorno al 4 d. C. in Cesarea di Filippo, che i Vangeli situano la cornice geografica di un episodio della vita di Gesù la cui storicità è unanimemente riconosciuta dagli studiosi.

   È certamente un momento decisivo dell’attività del Rabbi di Nazareth: lo spartiacque della sua missione pubblica. La vicenda, infatti, è situata quasi al centro di due poli: l’azione di Gesù in Galilea, con la predicazione del Regno accompagnata dai miracoli, e l’epilogo a Gerusalemme.  

“Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli:  «La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro:  «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù:  «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo”[1].

   L'episodio, storicamente indiscutibile, narra di un momento cruciale, decisivo, della storia di Gesù. L’entusiasmo delle folle di Galilea è andato gradatamente diminuendo. Certamente è caratteristica della specie umana, quella di non saper cogliere i messaggi decisivi della Storia e quindi non sapersi decidere per ciò che è bene e bello. E forse non è errato pensare a qualche altro fattore che può aver determinato un certo allontanamento delle folle. Dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani, un clima di euforia collettiva si era impadronito delle folle di Galilea, intenzionate a farlo Re. Ma la reazione di Gesù non è stata conforme alla volontà popolare, di cui, forse, gli stessi parenti del clan, si sono fatti portavoce. E allora quelle folle che lo avevano accolto, ora non lo seguono più. C’è solo un “resto” che lo segue, ed è, ancora una volta, il popolo degli “anawim”, gli umili di Israele.

    Gesù ed i suoi amici sono in un luogo in disparte. È il momento giusto per un riesame di tutto ciò che è avvenuto finora, per un confronto con coloro che lo hanno seguito fin dall’unzione dello Spirito, sul fiume Giordano. Perciò, per la prima volta, Gesù volge lo sguardo ai suoi discepoli, chiedendo: “La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?”. 

   Dobbiamo subito pensare che la domanda, così com’è rivolta ai discepoli, sia più che altro una provocazione: un voler sapere le loro risposte, visto che hanno girato molto tra la gente, prima di appartarsi e giungere qui a Cesarea di Filippo.

   Presumibilmente, Gesù vuole rischiarare le menti dei suoi apostoli, ancora pervase da quei sogni di ambizione da lui frustrati in seguito alla moltiplicazione dei pani.

   E allora, già nella domanda presenta loro la figura del Figlio dell’uomo. È un titolo che significa “uomo”, e qui vuol dire “Io”, o “Me”. È citato 79 volte in tutti e quattro i vangeli, oltre ad essere presente negli Atti degli Apostoli[2] e nella lettera agli ebrei[3].

    Ma ritorniamo alla domanda cruciale di Gesù, formulata nel territorio di Cesarea di Filippo: “La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?”.  Il gruppo dei discepoli risponde: “Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”.

   Dalle risposte possiamo dedurre quale grande credito abbia accompagnato la persona e la missione del Nazareno. Elia è considerato il più grande dei profeti ed accostato a Mosè tra i grandi di Israele. Geremia, di cui sotto molto versi Gesù condivide la missione profetica segnata dall’incomprensione e dal rifiuto, è stato un altro grande dei profeti di Israele. Per non parlare di Giovanni Battista, decapitato da Erode Antipa e di cui ancora forte è l’eco dell’invito al rinnovamento. Ma Gesù, dopo aver ascoltato il parere della folla, chiede ai suoi stessi amici: «Voi chi dite che io sia?».

   Pietro gli risponde: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Nel vangelo di Marco, di cui Matteo segue lo schema narrativo ed anche la tradizione, la risposta di Pietro è più lapidaria: «Tu sei il Cristo»[4].  Matteo, si sa, mostra una Cristologia più elevata rispetto a Marco, ma quesi rivendica una maggiore antichità rispetto a lui.  E allora dobbiamo interpretare la risposta di Pietro come un autentico riconoscimento messianico. È come se Pietro gli avesse detto: “Tu sei il Messia, l’Inviato di Dio, l'Unto di Dio, l'Atteso di Israele”. E’ un titolo che “Gesù non si è mai attribuito, intendendo evitare tutti i malintesi legati alla concezione messianica dei giudei. La dignità messianica di Gesù sarà riconosciuta e confessata dopo le apparizioni[5], fino al punto da diventare un nome proprio: Cristo, vale a dire l'Unto, il Messia di YHWH, titolo ricorrente in tutti gli scritti del Nuovo Testamento”[6].

   Quello di Pietro è un appellativo pieno di equivoci, prestandosi ad interpretazioni politiche e nazionalistiche, da parte delle folle esaltate di Galilea. Ecco perché Gesù proibisce di parlarne “apertamente”.

   Fa riflettere molto, e costituisce un importante motivo di discussione, la risposta di Gesù a Pietro, dopo che questi lo ha riconosciuto come il Cristo, il Figlio del Dio vivente:   “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”.

   Questo passo, rivela un indubbio retroterra semitico, offrendo, quindi, una valida garanzia di autenticità storica. Lo dimostra il nome aramaico Kepha, che corrisponde al greco Pétros/pétra, e quindi al nostro nome di Pietro, che già suggerisce un’origine gesuanica. C’è, poi, la formula “porte degli inferi”, o meglio, secondo l’originale greco dell’ade[7], che è l’ellenizzazione dell’ebraico “porte della morte”, un espressione molto presente nella letteratura biblico giudaica. L’immagine delle “chiavi” è pure presente nel mondo biblico antecedente a Gesù[8], quindi ha una matrice squisitamente biblica. Per non parlare del “legare e sciogliere”, il detto di Gesù su cui è fondato il ministero Petrino. Dietro questa espressione c’è un originale aramaico che fa riferimento all’infliggere e annullare   una scomunica dalla sinagoga, ma ha anche un valore più magisteriale in quanto può significare un “proibire e permettere”, indicando un comportamento secondo la legge interpretata con autorità[9].

   Come precisa Gianfranco Ravasi, al quale ho fatto or ora riferimento, “è indubbio che per i vangeli la figura  di Pietro rivesta un primato: ad esempio è il primo nella lista dei Dodici ed è il nome più citato in tutto il Nuovo Testamento dopo quello di Gesù. Tutto questo non può che essere riportato a una scelta del Gesù storico. Sulla definizione più puntuale di questo primato il passo matteano offre un’indicazione chiara; certo, può essere stato formulato  sulla base della primitiva prassi ecclesiale, ma si radica in un detto forse aramaico dello stesso Gesù che assegna a Pietro un compito delegato che – come s’è detto – non è solo disciplinare ma di insegnamento autorevole e di salvezza”[10].

    Concludendo questa mia riflessione, torno nuovamente alla confessione messianica, da parte di Pietro, quando dice a Gesù: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.

   Che vuol dire questa frase di Pietro? Ha la stessa pregnanza della nostra fede di cristiani di oggi? E che significa, per noi che non abbiamo conosciuto Gesù come Lui, ma abbiamo avuto modo di confrontarci con la Sua Parola e le Sue Opere, giunte fino a noi in duemila anni di Storia cristiana?

   Partiamo dalla consapevolezza che la solenne testimonianza di Pietro, così com’è descritta nel Vangelo di Matteo, risente, verosimilmente, dell’evento glorioso della Pasqua. Per cui dobbiamo presumere che sia più autentica, sotto il profilo dell’autenticità storica, la breve confessione di Pietro, “Tu sei il Cristo”[11], riportata nel vangelo di Marco.

   Come ho già accennato prima, non è certamente errato affermare che nella confessione di Pietro ci sia un’idea sbagliata del Messia. È la stessa idea condivisa da alcuni apostoli come Giovanni e Giacomo di Zebedeo, cioè l’attesa, specialmente da parte loro, di un Messia potente, trionfante. Un liberatore che riporti in auge l’era Davidica.

   Non è questo il tipo di Messia, che Gesù di Nazareth ha davanti agli occhi, specialmente dopo aver sedimentato, nel suo cuore, le diverse reazioni da parte delle autorità religiose ebraiche e dello stesso popolo di Israele, di fronte al Suo originale annuncio di salvezza, confrontandole, peraltro, con la lettura della Storia Sacra.

   È possibile che a Cesarea di Filippo, e anche in precedenza, Gesù abbia interpretato le difficoltà della missione alla luce delle sofferenze degli antichi profeti di Israele. Ha guardato profondamente nel suo cuore, leggendo, intimamente, la volontà del Padre.

   Da Cesarea di Filippo scaturisce un divino messaggio per gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi: come vedremo bene la prossima Domenica, la rivelazione di Gesù Messia di Israele assume chiaramente l’immagine biblica del Servo di Dio sofferente, profetizzata da Isaia[12],  offrendo – e questo è un aspetto profondamente parenetico[13] - una risposta, anzi l’unica risposta, all’uomo di tutti i tempi che si interroga sul male, sul dolore, sulla morte. La risposta più grande, Gesù, la darà con la sua passione, morte e risurrezione. E sarà proprio nell’ambito della passione che Lui dichiarerà direttamente a Caifa di essere il Figlio di Dio.

   Ma a Cesarea di Filippo, e questo non appare nel Vangelo di questa domenica, ma in quello di Domenica prossima, Gesù intende offrire un’altra risposta all’uomo che si interroga sul male, sul dolore, sulla morte.

   A Cesarea di Filippo, Gesù dice, implicitamente, che Dio è presente dove l’uomo soffre, dove l’uomo patisce il male, dove l’uomo si chiede il perché del male e della morte. È  come se Gesù dicesse: “Eccomi, sto qui, o uomo. Sto qui con te, a patire, a morire sulla croce, a risorgere con Te, perché c’è un’altra vita, più grande, gioiosa e bella, che ti aspetta”.

   La risposta di Dio all’uomo che soffre è appunto questa: una risposta di condivisione, di pace, di amore divino. Una risposta che non distrugge subito il male, il dolore, la morte, come vagheggiano i religiosi Esseni, come auspicava Giovanni Battista, e, forse, come vorrebbero i suoi amici. No, Gesù conferisce un senso prezioso a queste realtà estremamente dolorose ed angoscianti, lasciando l’uomo libero di agire, addirittura contro il progetto di Dio e contro la sua volontà, ma anche pienamente abbandonati e coinvolti, come assoluti protagonisti, nella Storia Divina della salvezza.

   Ecco il Figlio di Dio. Colui che non trionfa con la forza, con la violenza e con la potenza della sua Parola. Ma vince dolcemente, partendo dal cuore dell’uomo. È lì, dove allignano tutti i sentimenti, che comincia la grande irradiazione del Suo Regno. Un Regno dove Lui, Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio altissimo, si mostra sempre “Con l’uomo e per l’uomo”.


[1] Mt 16,13-20.

[2]  At 7,56.

[3]  Eb 2,6.

[4] Mc 8,29.

[5]  cfr. Atti 2,36.

[6]  Cfr. Pius-Ramon Tragan, La Preistoria dei Vangeli, tradizione cristiana primitiva, Ed. Servitium, 109.

[7] ¯dou.

[8] Cfr Is 22,22.

[9] Cfr. Gianfranco Ravasi, Il primato petrino risale al Gesù storico?, in Vita Pastorale, giugno 2005, pag. 54.

[10] Cfr. Gianfranco Ravasi, Il primato petrino risale al Gesù storico?, in Vita Pastorale, giugno 2005, pag. 54.

[11] Mc 8,29.

[12] Cfr. Is 42,1ss.; Is 50,5ss.

[13] Cioè esortativo, N.d.A..

  

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