"voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui"(1Pt 1,8)

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 Questo sito è stato pubblicato   il 20 maggio 2003



 

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Riportiamo alcuni passaggi significativi Dell’intervento del Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa, al Meeting di Rimini (24 agosto 2011) e relativi alla sua testimonianza di dialogo con gli ebrei

 

ESPERIENZA REALE DI CRISTO

 

“Capii allora concretamente cosa significasse la parola “testimonianza”, la sua fatica ed il suo fascino. E mi resi conto che la testimonianza diventa vera e vissuta, quando si fa un sincero sforzo di comunicarla. Non c’è esperienza senza testimonianza. Non c’è testimonianza che rimanga chiusa a se stessa”

 

   Inizialmente, nei miei primi anni a Gerusalemme, il mio contatto con le realtà non cattoliche e non cristiane si limitava ad un semplice incrociarsi per strada con ebrei, musulmani, cristiani di altre denominazioni, alla presa di coscienza delle diverse tradizioni che, in un modo o nell’altro, influivano sulla vita dell’antica città. Non ci furono incontri personali particolari, a parte i soliti episodi più o meno simpatici, di cui tutti gli abitanti di Gerusalemme hanno esperienza: chi ti benedice, chi ti maledice, chi ti sputa addosso, chi ti ferma per parlarti… Tutto sommato la mia vita trascorreva tranquilla dentro i conventi. Non ebbi, insomma, particolari occasioni di “dialogo”, come diciamo oggi. Stavo e vivevo dentro il mondo che da sempre era stato mio: cristiano, cattolico, religioso. Avevo le mie domande, mi davo le mie risposte.

   Le cose cambiarono quando fui inviato a studiare all’università ebraica di Gerusalemme. Quella fu la prima vera esposizione, il primo vero contatto con una realtà a me totalmente diversa ed estranea. Studiavo Bibbia e mi trovavo perciò nel Dipartimento di Bibbia dell’Università, dove erano tutti religiosi, chi più e chi meno. In quel periodo ero l’unico cristiano in tutto il Dipartimento. Dopo le prime inevitabili difficoltà, nacquero vere amicizie. Nelle relazioni e nelle lunghissime discussioni che facevamo mi resi conto che non avevamo un linguaggio comune. Non mi riferisco alla lingua parlata, ma al modo di pensare, ai concetti. Nel parlare della mia fede – perché era quasi e solo esclusivamente di questo che si parlava con me – non riuscivo a far passare praticamente nulla e non perché non avevo le parole, ma perché eravamo di due mondi diversi: eucarestia, trinità, incarnazione, perdono, famiglia, vita sociale, ecc. Lo stesso concetto di messianicità, che io credevo fosse assodato, è assai diverso, come è completamente diversa la lettura della storia. L’Antico Testamento, che sempre diciamo ci accomuna, in realtà viene letto e vissuto in maniera diversa e non ci unisce poi così tanto.

   Poco alla volta capii che più che la mia riflessione su Cristo, a loro interessava la mia esperienza di Cristo. La mia riflessione non parlava, non diceva niente, la mia esperienza sì.

   I miei compagni erano per lo più coloni, provenienti cioè dai cosiddetti insediamenti, occupati da Israele, o comunque legati a quel mondo. La loro esperienza di fede e la lettura della Bibbia li aveva portati a scelte forti, anche discutibili. Qual’era la mia? Non c’era alcuna sfida od ostilità nel loro atteggiamento, ma semplice e sincera curiosità. Di fronte alla quale ero inizialmente piuttosto impacciato. Già: qual’era la mia esperienza di Cristo e come parlarne in maniera comprensibile e credibile? Fino ad allora ero sempre vissuto in ambiente cristiano ed ecclesiale e il mio modo di essere rifletteva quel mondo. Ma era anche evidente che insieme allo sforzo di comunicazione andava fatto anche uno sforzo di purificazione delle proprie motivazioni. Capii allora concretamente cosa significasse la parola “testimonianza”, la sua fatica ed il suo fascino. E mi resi conto che la testimonianza diventa vera e vissuta, quando si fa un sincero sforzo di comunicarla. Non c’è esperienza senza testimonianza. Non c’è testimonianza che rimanga chiusa a se stessa.

   Quel periodo segnò per me una sorta di rifondazione della mia vocazione. Il contatto – se volete il dialogo – con il mondo ebraico mi aveva spinto a rileggere la mia esperienza, a confrontarla con quella di altre persone, a condividerla in qualche modo in maniera che prima non conoscevo. Parlavo di Cristo a persone che non lo accettavano come Signore. Eppure questo non solo non ci divideva, ma anzi rafforzava il nostro legame. Non potrò mai dimenticare la lettura continua del Nuovo Testamento, che facevamo insieme nei pomeriggi o nelle sere. Alcuni venivano anche da lontano per non perdere quegli incontri. E non ero io a spingere per incontrarsi. Io piuttosto li subivo, almeno inizialmente. Quasi ad ogni pagina mi veniva chiesto: “cosa vuol dire, cosa ti dice, perché…” e mi trovavano sempre un parallelo concettuale nella letteratura rabbinica, e poi ascoltavo le loro impressioni, mi commuovevo alla loro commozione. Quando qualche volta mi permettevo amicalmente di fare qualche battuta un po’ critica su questioni di chiesa, forse anche inconsciamente come captatio benevolentiae, li imbarazzavo. Loro amavano Israele. Io dovevo amare la chiesa. Le mie questioni interne non le dovevo discutere con loro. La testimonianza non era più solo un mio comandamento, ma una loro necessità. Mi veniva in un certo senso ‘imposta’ dalla loro amicizia.

   È dunque sul terreno del reale che ho incontrato i miei amici. E ho anche scoperto che l’amicizia è quell’esperienza che ti riporta al reale, a ciò che sei, che ti costringe semplicemente ad essere te stesso. Quest’esperienza di incontro con persone radicalmente diverse, seguito poi da altri incontri di diverso genere, ma di uguale intensità, ha trasformato il mio rapporto con Gesù. Da allora non sono cambiate le cose da fare, ma il mio rapportarsi ad esse. Quegli incontri mi hanno provocato a prendere in maniera del tutto nuova una decisione personale in relazione a Gesù. In questo senso posso dire che grazie a quegli amici, ho incontrato in maniera nuova e più intima Gesù.

    Come incontro oggi Cristo? Non sempre sono pronto all’incontro. Ma so quali sono i miei punti fermi: la Parola e la preghiera, il Luogo e le persone. Insieme. Il rapporto con il Luogo richiama continuamente all’Evento di cui le Scritture ci parlano, rendendolo una memoria vicina, concreta. La relazione con le persone ti costringe a certificare la verità della tua esperienza. Le relazioni in Terra Santa sono terribilmente ferite. Ma proprio stando li dentro, dentro quelle relazioni, trovi la quotidiana provocazione al rapporto con Cristo e tutto allora diventa concreto, difficile, eppure necessario: perdono, gratuità, libertà, carità, moderazione, pazienza, accoglienza… diventano una necessità. Negarti a quegli atteggiamenti, sarebbe un negarsi a Lui.

    In conclusione, come Francescani di Terra Santa, noi facciamo più o meno quello che fanno tutti gli altri: preghiamo, studiamo,  insegniamo, facciamo scavi, custodiamo i luoghi, accogliamo gente, costruiamo case, lavoriamo, facciamo affari, vendiamo e compriamo …. Ma il senso di ciò che facciamo non è in ciò che facciamo, ma nella possibilità che ne viene di amare la vita dell’uomo, sapendo appunto che ogni vita è possibilità della Presenza di Dio. È sacramento di un incontro. Il fine non è il prodotto, ma è la relazione, l’incontro: è il Vangelo della presenza, è lo stare lì, essere lì. Dall’incontro con questa terra riceviamo la grazia del dovere di un’esperienza reale di Cristo, perché qui le parole non bastano. O forse perché qui le parole sono troppe, e nessuno ci crede più. Ciò che resta, invece, è l’esperienza concreta di un andare fino in fondo alla propria umanità, al di là dell’apparenza, in un non facile cammino di verità. Quindi facciamo più o meno quello che fanno tutti gli altri, e non siamo né migliori, né peggiori di tutti gli altri. Abbiamo solo questa certezza, che il Signore continua a camminare dentro la storia dell’uomo, che rimane una storia faticosa, ma abitata e perdonata. E quindi preziosa.

   Ci stiamo con il gusto di chi vuole portare in tutto ciò che fa la novità unica della nostra fede, che è la salvezza, e una salvezza personale, che tocca ogni uomo, in particolare. Ci stiamo, perciò, tenendo la porta aperta, come aperta era la casa di Pietro che ha accolto il Signore Gesù. Apriamo a Dio la porta del reale, e cioè diamo a Dio ciò che spesso l’uomo non ha il coraggio di dargli, e cioè il proprio dolore, il proprio peccato, il proprio bisogno di salvezza. E con la tenacia e la speranza di chi vuole vedere il compimento di questa salvezza, vuole vedere l’alba di Cafarnao anche lì dove sembrerebbe ancora notte”.

 

  Fonte:

© Copyright Custodia Francescana di Terra Santa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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