
GESU'
NELLA MIA VITA
TESTIMONIANZE
Riportiamo alcuni passaggi significativi
Dell’intervento
del Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa,
al Meeting di Rimini (24 agosto 2011) e relativi alla sua
testimonianza di dialogo con gli ebrei
ESPERIENZA REALE DI
CRISTO
“Capii allora concretamente cosa significasse
la parola “testimonianza”, la sua fatica ed il suo fascino.
E mi resi conto che la testimonianza diventa vera e vissuta,
quando si fa un sincero sforzo di comunicarla. Non c’è
esperienza senza testimonianza. Non c’è testimonianza che
rimanga chiusa a se stessa”

Inizialmente,
nei miei primi anni a Gerusalemme, il mio contatto con le
realtà non cattoliche e non cristiane si limitava ad un
semplice incrociarsi per strada con ebrei, musulmani,
cristiani di altre denominazioni, alla presa di coscienza
delle diverse tradizioni che, in un modo o nell’altro,
influivano sulla vita dell’antica città. Non ci furono
incontri personali particolari, a parte i soliti episodi più
o meno simpatici, di cui tutti gli abitanti di Gerusalemme
hanno esperienza: chi ti benedice, chi ti maledice, chi ti
sputa addosso, chi ti ferma per parlarti… Tutto sommato la
mia vita trascorreva tranquilla dentro i conventi. Non ebbi,
insomma, particolari occasioni di “dialogo”, come diciamo
oggi. Stavo e vivevo dentro il mondo che da sempre era stato
mio: cristiano, cattolico, religioso. Avevo le mie domande,
mi davo le mie risposte.
Le cose cambiarono quando fui
inviato a studiare all’università ebraica di Gerusalemme.
Quella fu la prima vera esposizione, il primo vero contatto
con una realtà a me totalmente diversa ed estranea. Studiavo
Bibbia e mi trovavo perciò nel Dipartimento di Bibbia
dell’Università, dove erano tutti religiosi, chi più e chi
meno. In quel periodo ero l’unico cristiano in tutto il
Dipartimento. Dopo le prime inevitabili difficoltà, nacquero
vere amicizie. Nelle relazioni e nelle lunghissime
discussioni che facevamo mi resi conto che non avevamo un
linguaggio comune. Non mi riferisco alla lingua parlata, ma
al modo di pensare, ai concetti. Nel parlare della mia fede
– perché era quasi e solo esclusivamente di questo che si
parlava con me – non riuscivo a far passare praticamente
nulla e non perché non avevo le parole, ma perché eravamo di
due mondi diversi: eucarestia, trinità, incarnazione,
perdono, famiglia, vita sociale, ecc. Lo stesso concetto di
messianicità, che io credevo fosse assodato, è assai
diverso, come è completamente diversa la lettura della
storia. L’Antico Testamento, che sempre diciamo ci accomuna,
in realtà viene letto e vissuto in maniera diversa e non ci
unisce poi così tanto.

Poco alla volta capii che più
che la mia riflessione su Cristo, a loro interessava la mia
esperienza di Cristo. La mia riflessione non parlava, non
diceva niente, la mia esperienza sì.
I miei compagni erano per lo più
coloni, provenienti cioè dai cosiddetti insediamenti,
occupati da Israele, o comunque legati a quel mondo. La loro
esperienza di fede e la lettura della Bibbia li aveva
portati a scelte forti, anche discutibili. Qual’era la mia?
Non c’era alcuna sfida od ostilità nel loro atteggiamento,
ma semplice e sincera curiosità. Di fronte alla quale ero
inizialmente piuttosto impacciato. Già: qual’era la mia
esperienza di Cristo e come parlarne in maniera
comprensibile e credibile? Fino ad allora ero sempre vissuto
in ambiente cristiano ed ecclesiale e il mio modo di essere
rifletteva quel mondo. Ma era anche evidente che insieme
allo sforzo di comunicazione andava fatto anche uno sforzo
di purificazione delle proprie motivazioni. Capii allora
concretamente cosa significasse la parola “testimonianza”,
la sua fatica ed il suo fascino. E mi resi conto che la
testimonianza diventa vera e vissuta, quando si fa un
sincero sforzo di comunicarla. Non c’è esperienza senza
testimonianza. Non c’è testimonianza che rimanga chiusa a se
stessa.
Quel periodo segnò per me una
sorta di rifondazione della mia vocazione. Il contatto – se
volete il dialogo – con il mondo ebraico mi aveva spinto a
rileggere la mia esperienza, a confrontarla con quella di
altre persone, a condividerla in qualche modo in maniera che
prima non conoscevo. Parlavo di Cristo a persone che non lo
accettavano come Signore. Eppure questo non solo non ci
divideva, ma anzi rafforzava il nostro legame. Non potrò mai
dimenticare la lettura continua del Nuovo Testamento, che
facevamo insieme nei pomeriggi o nelle sere. Alcuni venivano
anche da lontano per non perdere quegli incontri. E non ero
io a spingere per incontrarsi. Io piuttosto li subivo,
almeno inizialmente. Quasi ad ogni pagina mi veniva chiesto:
“cosa vuol dire, cosa ti dice, perché…” e mi trovavano
sempre un parallelo concettuale nella letteratura rabbinica,
e poi ascoltavo le loro impressioni, mi commuovevo alla loro
commozione. Quando qualche volta mi permettevo amicalmente
di fare qualche battuta un po’ critica su questioni di
chiesa, forse anche inconsciamente come captatio
benevolentiae, li imbarazzavo. Loro amavano Israele. Io
dovevo amare la chiesa. Le mie questioni interne non le
dovevo discutere con loro. La testimonianza non era più solo
un mio comandamento, ma una loro necessità. Mi veniva in un
certo senso ‘imposta’ dalla loro amicizia.
È dunque sul terreno del reale
che ho incontrato i miei amici. E ho anche scoperto che
l’amicizia è quell’esperienza che ti riporta al reale, a ciò
che sei, che ti costringe semplicemente ad essere te stesso.
Quest’esperienza di incontro con persone radicalmente
diverse, seguito poi da altri incontri di diverso genere, ma
di uguale intensità, ha trasformato il mio rapporto con
Gesù. Da allora non sono cambiate le cose da fare, ma il mio
rapportarsi ad esse. Quegli incontri mi hanno provocato a
prendere in maniera del tutto nuova una decisione personale
in relazione a Gesù. In questo senso posso dire che grazie a
quegli amici, ho incontrato in maniera nuova e più intima
Gesù.
Come incontro oggi Cristo? Non
sempre sono pronto all’incontro. Ma so quali sono i miei
punti fermi: la Parola e la preghiera, il Luogo e le
persone. Insieme. Il rapporto con il Luogo richiama
continuamente all’Evento di cui le Scritture ci parlano,
rendendolo una memoria vicina, concreta. La relazione con le
persone ti costringe a certificare la verità della tua
esperienza. Le relazioni in Terra Santa sono terribilmente
ferite. Ma proprio stando li dentro, dentro quelle
relazioni, trovi la quotidiana provocazione al rapporto con
Cristo e tutto allora diventa concreto, difficile, eppure
necessario: perdono, gratuità, libertà, carità, moderazione,
pazienza, accoglienza… diventano una necessità. Negarti a
quegli atteggiamenti, sarebbe un negarsi a Lui.
In conclusione, come Francescani di Terra Santa, noi
facciamo più o meno quello che fanno tutti gli altri:
preghiamo, studiamo, insegniamo, facciamo scavi, custodiamo
i luoghi, accogliamo gente, costruiamo case, lavoriamo,
facciamo affari, vendiamo e compriamo …. Ma il senso di ciò
che facciamo non è in ciò che facciamo, ma nella possibilità
che ne viene di amare la vita dell’uomo, sapendo appunto che
ogni vita è possibilità della Presenza di Dio. È sacramento
di un incontro. Il fine non è il prodotto, ma è la
relazione, l’incontro: è il Vangelo della presenza, è lo
stare lì, essere lì. Dall’incontro con questa terra
riceviamo la grazia del dovere di un’esperienza reale di
Cristo, perché qui le parole non bastano. O forse perché qui
le parole sono troppe, e nessuno ci crede più. Ciò che
resta, invece, è l’esperienza concreta di un andare fino in
fondo alla propria umanità, al di là dell’apparenza, in un
non facile cammino di verità. Quindi facciamo più o meno
quello che fanno tutti gli altri, e non siamo né migliori,
né peggiori di tutti gli altri. Abbiamo solo questa
certezza, che il Signore continua a camminare dentro la
storia dell’uomo, che rimane una storia faticosa, ma abitata
e perdonata. E quindi preziosa.
Ci stiamo con il gusto di chi
vuole portare in tutto ciò che fa la novità unica della
nostra fede, che è la salvezza, e una salvezza personale,
che tocca ogni uomo, in particolare. Ci stiamo, perciò,
tenendo la porta aperta, come aperta era la casa di Pietro
che ha accolto il Signore Gesù. Apriamo a Dio la porta del
reale, e cioè diamo a Dio ciò che spesso l’uomo non ha il
coraggio di dargli, e cioè il proprio dolore, il proprio
peccato, il proprio bisogno di salvezza. E con la tenacia e
la speranza di chi vuole vedere il compimento di questa
salvezza, vuole vedere l’alba di Cafarnao anche lì dove
sembrerebbe ancora notte”.
Fonte:
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Santa