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EDITORIALE |
Un film molto discusso.....
UN NUOVO FILM SU GESU'
GLI EBREI NON FURONO I COLPEVOLI...
Ancora non arriva in Italia, ma già fa discutere. Il clamore, le proteste e le discussioni che sta provocando negli Stati Uniti, l'esordio del film The Passion di Mel Gibson, si alternano allo straordinario successo che sta riscuotendo in 2800 sale cinematografiche Americane.
A me non interessa indagare sugli effetti del film nell'opinione pubblica Americana, quanto piuttosto guardarlo con gli occhi del cristiano e dell'appassionato della persona di Cristo, soprattutto della sua scelta redentrice. Quella che ancora pochi riescono a capire.
Ma qui interessa anche precisare che ancora una volta gli ebrei corrono il rischio di di essere accusati come gli uccisori di Cristo. Solo chi vive nell'ignoranza biblica, teologica e storica può pensare una cosa del genere.
Storicamente, è bene precisare una volta per sempre che il popolo di Israele non è assolutamente responsabile della morte di Cristo. La responsabilità va attribuita al potere sacerdotale, e precisamente al partito dei Sadducei, di cui Anna soprattutto, e poi il sommo sacerdote Caifa, erano a capo. Un partito politico, alleato dei Romani ed inviso al popolo Israelita. Gli stessi scribi e farisei, che hanno sempre avversato Gesù durante la sua missione, non hanno inciso molto nella decisione della condanna a morte. Anzi, alcuni di essi, tra i più influenti, come Rabbi Nicodemo, hanno sostenuto Gesù. Non a caso i farisei erano avversari politici e religiosi dei Sadducei. Questi ultimi, che negavano quasi tutta la tradizione biblica, ad eccezione del Pentateuco (i primi cinque libri della Bibbia), negavano anche l'idea della risurrezione.
Il partito dei sadducei aveva un grande potere nel tempio di Gerusalemme ed in tutta la Giudea. E ciò grazie al tempio ed alla persona del sommo sacerdote, capo della nazione e presidente del Sinedrio, il tribunale religioso dove i sadducei godevano di grande autorità, contrapponendosi all'altro grande partito dei farisei. Essi rappresentavano quasi esclusivamente l'aristocrazia sacerdotale, ma non è detto che fossero tutti sacerdoti, tutti aristocratici e residenti in Gerusalemme. Però si ritiene che avessero seguaci e simpatizzanti anche in altre classi sociali (Cfr. L. Moraldi, Giudaismo, in Nuovo Dizionario di Teologia Biblica, ed. Paoline, p. 700). E poiché avevano un rapporto di mutua collaborazione con il dominatore romano, erano ben attenti ad intervenire la dove c'era il rischio di agitazioni politiche e di nuovi movimenti religiosi che potessero turbare l'establishment. (Sul rapporto tra Gesù ed i Sadducei Cfr. Gesù e l'ambiente giudaico del suo tempo).
Voglio richiamare quanto dice la Dichiarazione Nostra Aetate, del 28 ottobre 1965:
"E se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo"(Dichiarazione Nostra Aetate sulle Relazioni della Chiesa con le Religioni non-cristiane, 28 ottobre 1965).
Teologicamente, giustamente il cardinale Egan ha dichiarato: «Gli ebrei non hanno colpa nella morte di Gesù. Egli ha dato la vita per noi, nessuno gliel’ha tolta. Questa è la vera dottrina cristiana». (Cfr: La via della croce - Le ore della passione)
Perciò è ora di finirla imputando agli ebrei le colpe della morte di Cristo. Anzi, è bene ricordare che la prima comunità cristiana era di origine ebraica. I cristiani del Cenacolo di Gerusalemme erano ebrei; i discepoli di Gesù erano ebrei; la sua stessa famiglia era ebrea. E se, visitando la Palestina, riusciamo ancora a trovare delle reliquie del passaggio di Gesù lo dobbiamo a questa sua prima comunità, chiamata propriamente "della Circoncisione". Sono stati loro a custodire e preservare luoghi come la grotta della Natività, quella dell'Incarnazione, la Domus Ecclesiae di Cafarnao, e tanti, tantissimi siti segnati dalla Divina Presenza del loro Maestro.
"THE PASSION" di Mel Gibson
Ho visto qualche scena del film ed ho subito pensato che qualcosa, Mel Gibson, se lo poteva risparmiare. Come la scena del chiodo che si infigge nella carne di Cristo. So che è stata questa scena traumatica, enfatizzata al massimo, a provocare l'infarto in una spettatrice Americana.
Sono d'accordo con Zeffirelli nel deprecare il troppo sangue esibito. Effettivamente chi vede questo film può correre il rischio di uscirne choccato, traumatizzato. Ma forse proprio questo è quello che l'autore ha voluto fare. E, in fondo, non gli do torto. Troppe volte la passione di Cristo è stata presentata in maniera astorica e cinematografara; in maniera quasi pulita, in modo da non scandalizzare troppo la sensibilità degli spettatori.
Gibson, invece, ha presentato tutto NUDO E CRUDO. Così come avvenne duemila anni fa. E se in America la reazione del pubblico ha portato a degli autentici choc emotivi, a movimenti di conversione e di purificazione, vuol dire che quella passione e morte ha scavato profondamente, nel cuore della gente, seminando ancora una volta un Bene assoluto. Un Bene che si chiama Gesù. Un Bene che ha fatto una libera scelta, quella di affrontare la passione, la crocifissione e la morte, per il bene degli uomini: "Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo"(Gv 10,17-18).
Forse anche in Italia il film desterà una grande impressione? Forse si, perché tutto quello che avviene in America, per un certo conformismo culturale avviene anche da noi. Ma anche perché, oltre ad essere stato girato molto bene - come ha affermato il regista Zeffirelli in un talk di La7, è destinato a scuotere le coscienze cauterizzate di noi, cristiani tiepidi di questo inizio millennio. Scuotere, battere e provocare in noi un autentico choc emotivo su un evento che troppe volte abbiamo filtrato attraverso l'oleografia religiosa. Un evento salvifico ma estremamente doloroso. Un fatto doloroso ma estremamente salvifico.
Finalmente possiamo guardare in faccia a cosa avvenne, in quel giorno, fuori dalle mura di Gerusalemme. Un uomo insanguinato. Un uomo crocifisso. Un uomo che aveva scelto di essere lui stesso la realizzazione di un antico oracolo profetico: "Ecco, il mio servo avrà successo, sarà onorato, esaltato e molto innalzato. Come molti si stupirono di lui tanto era sfigurato per essere d'uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell'uomo così si meraviglieranno di lui molte genti; i re davanti a lui si chiuderanno la bocca, poiché vedranno un fatto mai ad essi raccontato e comprenderanno ciò che mai avevano udito. "(Is 52,13-15).
"Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada; il Signore fece ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca.
Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo; chi si affligge per la sua sorte? Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, per l'iniquità del mio popolo fu percosso a morte.
Gli si diede sepoltura con gli empi, con il ricco fu il suo tumulo, sebbene non avesse commesso violenza né vi fosse inganno nella sua bocca.
Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà la loro iniquità.
Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori."(Is
53,3-12)
Ad un certo momento della sua missione, Gesù si
è trovato di fronte ad una scelta di fondo: da una parte la prospettiva di una
missione contrassegnata dalla Potenza e dalla gloria. Una missione volta alla
cacciata dei Romani dalla Terra di Israele ed alla restaurazione di una
monarchia Davidica. Dall'altra
l’opzione che rifiuta la prospettiva della potenza, dell’apparenza, della
ricchezza, del trionfo, per essere perfettamente in sintonia con l’agire di
Dio, che non è assolutamente il pensare e l’agire degli uomini, perché “i
miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie
oracolo del Signore”(Is 55,8), come ci dice il Signore per bocca di Isaia.
Noi possiamo intuire il tempo in cui Gesù si è mostrato
decisamente consapevole del fatto che la sua missione sarebbe stata pienamente segnata
dall’incomprensione e dal dolore. Incomprensione ed avversità nei suoi nemici; incomprensione e diffidenza che
avvertite finanche nei suoi amici e che sono culminate nello scandalo del suo fallimento
umano, preparazione silenziosa e misteriosa a quel trionfo Divino avvenuto
con la Pasqua di risurrezione.
Il momento in cui davanti a Gesù si
è prospettata limpidamente l’immagine del Figlio
dell'uomo sofferente, di biblica memoria, è stato quello di Cesarea di Filippi.
Prima di Cesarea sono state le folle a fraintendere il ruolo di Gesù,
interpretando la sua come una missione di potenza e di gloria.
Essi non hanno capito. E come essi molti
discepoli di Gesù non capirono. Molti cristiani non capirono. Molti uomini
non capirono. Tuttora non abbiamo
ancora capito il perché di quella scelta difficile, cruenta e dolorosa da parte
di Gesù.
Non
abbiamo accettato. Non abbiamo lasciato entrare lo Spirito di Dio nei nostri
cuori assetati di orgoglio, di potenza, di trionfi, di gloria. Non abbiamo
compreso e continuiamo a non recepire, a non ricevere l’insegnamento sublime
di un Dio Infinito. Del Dio delle Galassie e degli universi,
dell’Infinitamente grande che vuole comunicarsi a noi che siamo
l’infinitamente piccolo. E quale via privilegiata, per farlo, se non quella
dell’umiltà, della piccolezza, del servizio, dell’umiliazione, del dolore,
della morte più ignominiosa su un legno di croce.
Dobbiamo
finalmente sentire l’esigenza di ritrovare il nostro essere, già troppe volte
ubriacato dal benessere, dalla voglia di Potere, dalla ricchezza, dal denaro,
dalla lussuria, dall’uso egoistico della nostra vita, disinteressandoci agli
altri.
Di
fronte a quest'uomo sofferente all'inverosimile dobbiamo avere anche noi il
coraggio di lasciarci traumatizzare, scuotere e scavare profondamente dal suo
messaggio di amore. Dobbiamo avere anche noi
il coraggio di dire No al male, No
al consumismo, No alla ricerca assoluta della ricchezza, No alla gloria. Si a
Dio. Si all’uomo autentico e sincero che è nascosto in un angolo dentro di
noi. Si ad una vita che non sia apparenza ed inganno, ma silenziosa
testimonianza di bene; di un bene vissuto per coloro che sono attorno a noi.
Donato Calabrese