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I  PADRI DELLA CHIESA

San Bernardo da Clairvaux (Chiaravalle)

(1090 - 1153)

    Nato a Fontaines dall'alta nobiltà Borgognona nel 1090, Bernardo rivela precocemente grande talento, delicati costumi, genuina pietà e profonda inclinazione alla vita contemplativa.

    La Pasqua del 1112, a ventidue anni, si fa monaco, insieme a trenta nobili compagni, tra cui quattro fratelli e uno zio conquistati all'ideale della vita monacale, bussa alla porta di Cîteaux (Cistercium in latino, da cui cistercensi) entrando, così, a far parte di tale comunità e favorendo una fioritura rapida del monastero.

    All'età di 25 anni lo mandano a fondare un altro monastero a Clairvaux, campagna disabitata, che diventa la Clara Vallis(Chiaravalle) sua e dei monaci. . Qui diviene abate dirigendo il monastero, per 38 anno, con saggezza e fermezza, fino alla sua morte, che sarà il 20 agosto 1153.

   Uomo dalla mortificazione severa e dall'isolamento claustrale, Bernardo sa immergersi nei misteri della contemplazione, fondando la mistica cristocentrica medioevale.

   La sua mistica ha un'intonazione prevalentemente pratica ed etica, piuttosto che teoretica e speculativa; si fonda tutta sulla volontà e sull'affetto («in tantum cognoscitur Deus in quantum amatur) ». Al centro di essa sta la considerazione e l'imitazione dell'Uomo-Dio nella sua passione. Con travolgente ardore Bernardo esalta l'intimità del rapporto nuziale dell'anima con Cristo, il Verbum Dei. Egli è anche il più grande predicatore del medioevo. I suoi scritti principali, che qui devono venir ricordati, sono: De consideratione Libri V (cfr. § io6, 5), il piccolo trattato De diligendo Deo e le 86 omelie sul Cantico dei Cantici.

   Nell'ambiente culturale che circonda Bernardo sono nati anche i begli inni Jesu dulcis memoria e Salve caput cruentatum. Pieni di profonda interiorità e di unzione sono anche gli scritti, derivati evidentemente dai Padri greci, del benedettino, poi cistercense, Guglielmo di S. Thierry 26, presso Reims (m. 114.9),

   Bernardo da Chiaravalle è spesso costretto, dalle necessità del tempo, a uscire in mezzo alla vita pubblica, esercitando un influsso immenso e talvolta decisivo, in una serie di vicende importanti, come paciere nello scisma papale (Anacleto II contro Innocenzo II), quale propugnatore di una vera riforma ecclesiastica in opposizione alle fanatiche tendenze riformatrici di Arnaldo da Brescia, quale difensore della purezza della fede di fronte a deviazioni teologiche (Abelardo) e all'eresia (pietrobrusiani), quale predicatore di penitenza e della crociata, quale consigliere di papi (come Eugenio III), di sovrani e di vescovi; è insomma in un certo modo «per decenni, anche senza corona, il sovrano d'Europa del suo tempo» (Hampe).

   In tutta questa sua attività però egli non mira alla potenza politica della Chiesa, ma al dominio spirituale del Regno di Dio sulla terra, da raggiungersi attraverso il libero sviluppo delle forze della fede.

  Bernardo non ha reticenze nel denunciare apertamente certe manchevolezze della Curia pontificia e ad ammonire gli ecclesiastici a reagire contro la tendenza a una vita sempre più mondana.

   E' soprattutto merito di san Bernardo se l'ordine dei Cistercensi diviene nel secolo 12° l'ordine più eminente del mondo cristiano.

(Per tutto questo: Cfr. K. Bihlmeyer – H. Tuechle, Storia della Chiesa, 1-L’antichità cristiana, Ed. Morcelliana, VI ed., 1973, 249-251 e 282.

    

Dai «Discorsi sul Cantico dei Cantici» di san Bernardo, abate (Disc. 61, 3-5; Opera omnia 2, 150-151).

   Dove ha abbondato il delitto, ha abbandonato ancor più la grazia
  

   Dove trovano sicurezza e riposo i deboli se non nelle ferite del Salvatore? Io vi abito tanto più sicuro, quanto più egli è potente nel salvarmi. Il mondo freme, il corpo preme, il diavolo mi tende insidie, ma io non cado perché sono fondato su salda roccia. Ho commesso una grave peccato; la coscienza si turberà, ma non ne sarà scossa perché mi ricorderò delle ferite del Signore. Infatti «è stato trafitto per i nostri delitti»(Is 53,5). Che cosa vi è di tanto mortale che non possa essere disciolto dalla morte di Cristo? Se adunque mi verrà alla memoria un rimedio tanto potente ed efficace, non posso più essere turbato da nessuna malattia per quanto maligna.
   E perciò è evidente che ha sbagliato colui che disse: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono»(Gn 4, 13). Il fatto è che non era membro di Cristo, né gli importava nulla dei meriti di Cristo. Così non se li attribuiva come propri e non diceva suo quello che era realmente suo come doveva fare, essendo il membro tutta cosa del capo.
   Io invece, quanto mi manca, me lo approprio con fiducia dal cuore del Signore, perché è pieno di misericordia, né mancano le vie attraverso le quali emana le grazie.
   Hanno trapassato le sue mani e i suoi piedi, e squarciato il petto con la lancia; e attraverso queste ferite io posso «succhiare miele dalla rupe e olio dai ciottoli della roccia»(Dt 32, 13), cioè gustare e sperimentare quanto è buono il Signore (cfr. Sal 33, 9).
   Egli nutriva pensieri di pace ed io non lo sapevo. «Infatti chi conobbe il pensiero del Signore? O chi fu il suo consigliere?» (cfr. Rm 11, 34). Ora il chiodo che è penetrato, è diventato per me una chiave che apre, onde io possa gustare la dolcezza del Signore. Cosa vedo attraverso la ferita? il chiodo ha una sua voce, la ferita grida che Dio è davvero presente in Cristo e riconcilia a sé il mondo. La spada ha trapassato la sua anima e il suo cuore si è fatto vicino (cfr. Sal 114, 18; 54, 22), per cui sa ormai essere compassionevole di fronte alle mie debolezze.
   Attraverso le ferite del corpo si manifesta l'arcana carità del suo cuore, si fa palese il grande mistero dell'amore, si mostrano le viscere di misericordia del nostro Dio, per cui ci visiterà un sole che sorge dall'alto (cfr. Lc 1, 78).
   E perché le viscere non dovrebbero rivelarsi attraverso le ferite? Infatti in qual altro modo se non attraverso le tue ferite sarebbe brillato più chiaramente che tu, o Signore, sei soave e mite e di infinita misericordia? Nessuno infatti dimostra maggior amore che quando dà la sua vita per chi è condannato a morte.
   Mio merito perciò è la misericordia di Dio. Non sono certamente povero di meriti finché lui sarà ricco di misericordia. Che se le misericordie del Signore sono molte, io pure abbonderò nei meriti.
    Ma che dire se la coscienza mi rimorde per i molti peccati? «Dove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5, 20). E se la misericordia di Dio è eterna, io pure canterò per l'eternità le misericordie del Signore (cfr. Sal 88, 2). E che ne è della mia giustizia? O Signore, mi rammenterò soltanto della tua giustizia (cfr. Sal 10, 16). Infatti essa è anche mia, perché tu sei diventato per me giustizia da parte di Dio.

 

 

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