
Nato
ad Aosta nel 1033, da nobile famiglia, ed educato dai Benedettini, Anselmo
entra nel monastero dei Benedettini di Le Bac in Normandia, dove, nel 1063
succede, come priore, al maestro Lanfranco di Pavia, e nel 1078 a Erluino
nella carica di abate.
Nel 1093 viene nominato arcivescovo di Canterbury in
Inghilterra.
Anselmo è uno dei più importanti precursori di quella corrente della teologia medievale che avrà il suo maggiore rappresentante in
san Tommaso d'Aquino. Tutta la sua teologia mira allo scopo della
giustificazione razionale della fede. Nell'opera
Perché un Dio uomo?, di cui riporto alcuni brani, Anselmo applica
tale metodo al dogma stesso dell'Incarnazione del Figlio di Dio.
Poiché l'opera di Anselmo, Perché un Dio uomo?,
è impostata in maniera dialogica, ho scelto solo qualche brano, anche
se ce ne sono tanti altri che avrebbero meritato di essere inseriti. Per
chi vuole consultare tutta l'opera, basta andare sulle pagine del sito
al quale mi sono riferito:
http://www.monasterovirtuale.it/s_anselmo.html

Da
«Perché un Dio uomo? » di sant`Anselmo d'Aosta (Libro I: par 8 - 9 -
10).
LIBRO
1
Par.
8
Noi affermiamo senza il minimo dubbio che la natura divina è impassibile e non può decadere dalla propria altezza né faticare nel compiere quello che vuole. Diciamo però che il Signore Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo, una sola persona in due nature e due nature in una sola persona. Perciò, quando diciamo che Dio subisce qualche umiliazione o infermità, non lo riferiamo alla sublimità della natura impassibile, ma alla debolezza della natura umana che egli portava in sé; e così non si capisce come vi siano delle ragioni contro la nostra fede.
Usando questo linguaggio, non intendiamo abbassare la natura divina, ma indicare che unica è la persona di Dio e dell'uomo. Quindi noi intendiamo l'incarnazione non abbassamento di Dio, ma esaltazione della natura umana.
Par. 9
Non trovando in lui peccato alcuno, Dio non costrinse Cristo a morire. Questi però subì spontaneamente la morte non perché l'obbedienza gli imponesse di abbandonare la vita, ma perché lo spingeva a osservare la giustizia; e in tale osservanza egli perseverò sì fermamente da incontrare la morte.
Si può anche dire che il Padre gli comandò di morire, in quanto gli comandò una cosa dalla quale gli venne la morte. E' in questo senso che egli fece come il Padre gli comandò (cf Gv 14, 31), bevve il calice che gli diede (cf Gv 18, 11), si fece obbediente fino alla morte (cf Fl 2, 8) e imparò l'obbedienza da ciò che patì (cf Eb 5, 8), cioè fino a qual punto bisogna obbedire.
La parola "didicit" può essere presa in due sensi. Può significare: "fece imparare agli altri" oppure: "egli imparò anche per esperienza quello che la sua coscienza già sapeva".
Quando poi l'Apostolo, dopo aver detto: "Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte, anzi fino alla morte di croce"(Fl 2, 8),
aggiunge: "Per questo anche Dio lo ha sovranamente esaltato e gli ha dato un nome che è sopra ogni altro nome" (Fl 2, 9) - quasi riecheggiando l'espressione di David: "Berrà dal torrente per via, e rialzerà il capo" (Sal 110, 7) - non intende dire che Gesù non avrebbe potuto affatto giungere a questa esaltazione se non per l'obbedienza di morte e che tale esaltazione non gli fu data se non per questa
obbedienza. Tant'è vero che, prima di patire, Gesù stesso disse che tutto gli era stato dato dal Padre (cf Lc 10, 22) e che tutte le cose erano sue (cf Gv 16, 15).
L'Apostolo intende dire solamente che Gesù, insieme con il Padre e con lo Spirito Santo, aveva disposto di non mostrare al mondo la sublimità della sua onnipotenza se non per mezzo della morte. Era stato stabilito che ciò non si sarebbe effettuato se non per mezzo di quella morte: quindi, siccome avviene per mezzo di essa, non è inesatto dire che avviene a causa di essa.
Avviene per esempio che noi intendiamo fare una cosa, ma ci proponiamo insieme di farne prima un'altra che ci serva di strumento per compierla. Finita questa, che volevamo eseguita per prima, ci mettiamo a compiere quella cui è diretta la nostra intenzione. In tal caso non si sbaglia dicendo che noi la compiamo perché è già stata fatta quella che ne ritardava il compimento; perché era già prestabilito che quella non sarebbe stata fatta se non per mezzo di questa.
Si usa perciò un modo di dire assai meno improprio quando si
dice che Cristo è stato esaltato perché subì la morte, in quanto aveva
decretato di realizzare per mezzo di essa e dopo di essa la propria
esaltazione.
Si può interpretare anche questo passo nella stessa maniera con
cui spieghiamo quello in cui si legge che il Signore "cresceva in grazia
e in sapienza davanti a Dio" (Lc 2, 52): non era così, ma egli si
comportava come se così fosse. Similmente è stato esaltato dopo la morte
come se questa fosse la causa dell'esaltazione.
Quando poi dice: "Sono venuto per fare non la mia volontà,
ma quella di colui che mi ha mandato" (Gv 6, 38), è come quando dice:
"La mia dottrina non è mia" (Gv 7, 16). Quello che non ha da se
stesso ma da Dio, non lo deve tanto dire suo quanto di Dio.
Ora nessun uomo ha da se stesso la dottrina che insegna o la volontà retta, ma da Dio. Quindi Cristo non venne a fare la sua volontà ma quella del Padre, perché la volontà retta di cui era in possesso non proveniva dall'umanità ma dalla divinità.
La frase: "Dio non ha risparmiato il suo proprio Figlio, ma lo ha sacrificato per tutti noi" (Rm 8, 32) significa solo che non l'ha liberato. Si trovano infatti molti esempi simili nella Sacra Scrittura. E quando il Cristo dice: "Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice;
tuttavia non quello che voglio io ma quello che vuoi tu" (Mt 26, 39) e: "Se non è possibile che si allontani da me questo calice, senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà" (Mt 26, 42), parlando della propria volontà intende designare il naturale desiderio di benessere per il quale la carne umana rifugge dal dolore della morte; parlando invece della volontà del Padre non intende dire che il Padre preferisca la morte alla vita del Figlio, ma che il Padre non vuole la riabilitazione dell'umanità senza che l'uomo compia un atto tanto grande quale è quella morte.
Poiché la ragione non poteva chiedere quello che nessuno poteva dare, il Figlio dice che il Padre vuole la sua morte, e che egli stesso preferisce subirla piuttosto che l’umanità non sia salva. Come se dicesse: dal momento che non vuoi la riconciliazione del mondo in un altro modo, dico che perciò stesso tu vuoi la mia morte. Sia fatta quindi la tua volontà, cioè venga la mia morte così che il mondo sia riconciliato con te.
Spesso infatti diciamo che uno vuole una cosa in quanto non ne vuole un'altra che, voluta, gli impedirebbe di fare quello che egli dice di volere; per esempio diciamo che uno spegne il lume per il fatto che non vuole chiudere la finestra da cui entra l'aria che spegne il lume. Dunque il Padre volle la morte del Figlio nel senso che non volle salvare il mondo per un'altra via, cioè, come ho detto, senza che l'uomo compisse una cosa così grande. E questo, per il Figlio che voleva la salvezza degli uomini, equivaleva - dal momento che nessun altro lo poteva fare, - al comando di morire.
Perciò egli fece come il Padre gli comandò (Gv 14, 31) e, obbediente fino alla morte (Fl 2, 8), bevve il calice che il Padre gli diede (Gv 18, 11).
Par. 10
Si può intendere anche nel senso che, dando al Figlio quella pia volontà per cui questi volle morire per la salvezza del mondo, il Padre gli ha dato, senza però costringerlo, il comando (cf Gv 14, 31) e il calice della passione (cf Gv 18, 11); e che non lo risparmiò, ma lo immolò per noi (cf Rm 8, 32) e volle la sua morte; e che lo stesso Figlio fu obbediente fino alla morte (cf Fl 2, 8) e imparò l'obbedienza da quanto patì (Eb 5, 8).
Infatti, come non aveva nella umanità la volontà di vivere secondo giustizia, ma dal "Padre della luce, da cui discende ogni grazia eccellente e ogni dono perfetto" (Gc 1, 17), così non poté avere se non dal Padre quella volontà che gli fece volere la morte in vista della realizzazione di un bene così grande. E come si può dire che il Padre, dando la volontà, attira, così si può giustamente dire che egli spinge.
Come il Figlio dice del Padre: " Nessuno viene a me se il Padre non lo attira " (Gv 6, 44), così avrebbe potuto dire: "Se non lo spinge". E avrebbe pure potuto dire: nessuno corre alla morte per il mio nome, se il Padre non lo spinge o attira. Siccome si dice che ognuno è attirato o spinto dalla volontà verso ciò che costantemente vuole, non è inesatto dire che Dio, il quale dà tale volontà, attira o spinge. In questa spinta o attrazione non c'è la necessità della violenza, ma la spontanea e amata fermezza della buona volontà ricevuta (da Dio). Dunque non si può negare che il Padre, dandogli quella volontà, ha tratto o spinto il Figlio a morire. Perché non poter dire allora, per la medesima ragione, che gli ha dato il comando di sostenere spontaneamente la morte e consegnato il calice che questi non doveva bere contro voglia? (cf Gv 14, 31; 18,11).
Se giustamente diciamo che il Figlio non si risparmiò ma si immolò di spontanea volontà (cf Rm 8, 32), perché non si potrebbe rettamente dire che il Padre, dal quale ebbe quella volontà, "non lo ha risparmiato, ma lo ha sacrificato per noi " (cf Rm 8, 32) e volle la sua morte?
Anche in questa maniera, conservando spontaneamente e
costantemente la volontà ricevuta dal Padre, il Figlio fu a lui "obbediente fino alla morte" (Fl 2, 8) e "imparò da ciò che patì l'obbedienza" (Eb 5, 8), cioè quanto sia grande il compito imposto dall'obbedienza. Perché l'obbedienza è semplice e vera solo quando la natura razionale osserva la volontà ricevuta da Dio, non per forza ma spontaneamente.
Ci sono anche altre maniere giuste di intendere che il Padre volle la morte del Figlio, ma queste possono bastare.
Infatti, come diciamo che uno vuole quando determina un altro a volere, così pure diciamo che uno vuole quando approva quello che un altro vuole. Per esempio, quando vediamo che uno vuole ardentemente affrontare delle molestie per realizzare un progetto buono che gli sta a cuore, sebbene ci sia in noi il desiderio che egli sopporti quelle molestie, tuttavia noi non amiamo o vogliamo queste, ma la sua volontà.
Così pure siamo soliti dire che chi può evitare una cosa, e non la evita, vuole quella cosa. Poiché dunque la volontà del Figlio piacque al Padre e questi non gli impedì di volere o effettuare ciò che voleva, giustamente si afferma che volle che il Figlio subisse una morte sì pia e utile, pur non amando le sue sofferenze.
Quando il Figlio disse che il calice non poteva passare senza che egli lo bevesse (cf Gv 18, 11), non intendeva dire che gli era impossibile evitare la morte, pur volendolo, ma che - come fu detto - era impossibile salvare il mondo in un altro modo, e che egli voleva fermamente piuttosto morire che non salvare il mondo.
Disse quelle parole per insegnare all'umanità che il mondo non poteva essere salvato che con la sua morte, e non per indicare che non poteva in modo alcuno evitare la morte. Tutto quello che si dice di lui (nella Scrittura) e somiglia alle frasi riportate, deve essere spiegato così da credere che egli è morto non perché costretto, ma per libera volontà.
Era infatti onnipotente e di lui si legge che "è stato offerto perché volle" (Is 53, 7). Egli stesso poi dice: " Io sacrifico la mia vita, per nuovamente riprenderla. E nessuno me la può togliere; ma la do io da me stesso; e ho il potere di darla, e il potere di prenderla di nuovo" (Gv 10, 17-18). E' dunque assolutamente sbagliato dire che è stato costretto a fare quello che invece compie di sua volontà e per suo potere.