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Gerusalemme

 

VERSO GERUSALEMME

LE PALME

LA PURIFICAZIONE DEL TEMPIO

LE DISPUTE NEL TEMPIO

IL TRIBUTO A CESARE

I SADDUCEI E LA RISURREZIONE

IL PRIMO COMANDAMENTO

L'OSTENTAZIONE DEGLI SCRIBI E L'OBOLO DELLA VEDOVA

LA PROFEZIA DEL TEMPIO ED IL DISCORSO ESCATOLOGICO

L'UNZIONE DI BETANIA

 

 

 


VERSO GERUSALEMME

   Siamo nell’anno trenta dell’era cristiana. Gesù si prepara a percorrere l’ultimo itinerario della sua predicazione. Quello che lo porterà a Gerusalemme. Per raggiungere la città santa ci sono due strade: la prima è quella che dopo aver attraversato la fertile Galilea, percorre la regione collinare della Samaria per giungere, dopo circa 70 chilometri, a Gerusalemme. 

   Un percorso che, stando ai Vangeli, Gesù ha intrapreso varie volte, trovandosi a contatto con i Samaritani, un’etnia formatasi dalla fusione di Israeliti e di coloni Assiri, che ripopolarono la Terra di Samaria in seguito alla deportazione seguita alla sua caduta, nel 722 a. C..  Un popolo in perenne contesa con Gerusalemme in riguardo al culto. Dei testi Biblici, i Samaritani accettano come ispirati solo i libri del Pentateuco, vale a dire, i primi cinque della Bibbia. 

   Diversamente dalla prima, la seconda strada segue,  la valle Giordano, costeggiando il corso del fiume fino all’oasi di Gerico. Sembra essere proprio questa la strada che Gesù percorre per raggiungere la regione montuosa della Giudea, anche se, mentre i Vangeli di Marco e Matteo attestano che “Partito di là, si recò nel territorio della Giudea e oltre il Giordano”(Mr 10,1; Cfr. Mt 19,1), in Luca leggiamo: “Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea”(Lc 17,1).

 

Gerusalemme sulla mappa di Madaba

 

   Gerusalemme è l’ultima tappa di un itinerario di predicazione che ha assorbito Gesù fino in fondo.  

   E’ consapevole, Gesù, che questo sia il suo ultimo viaggio? La risposta non può non essere affermativa. Per ben tre volte, nel periodo immediatamente precedente il viaggio verso Gerusalemme, secondo i Vangeli Sinottici, egli annunzia la sua Passione. La prima volta dopo la confessione di Pietro a Cesarea di Filippo (Mc 8,31.; Mt 16,21-23; Lc 9,22), la seconda volta dopo la Trasfigurazione (Mc 9,31.; Mt 17,22-23; Lc 9,43-45; Cfr. 7,1), la terza volta durante il viaggio verso Gerusalemme (Mc 10,32s.; Mt 20,17-19;  Lc 18,31-33). Si tratta di tre sommari della passione di Gesù, alla base dei quali “c’è una tradizione a sé stante, il cui argomento è il Figlio dell’uomo. Del Figlio dell’uomo si dice che sarà ucciso dopo tre giorni e risusciterà”(Gerd Theissen - Annette Merz, Il Gesù storico, Ed. Queriniana, 591).
   Visto e considerato che queste profezie della passione sono concordemente attestate dai Vangeli Sinottici, avendo quindi la garanzia della molteplice attestazione, avvalorata anche dal Vangelo secondo Giovanni, non si può mettere in dubbio l’idea che Gesù sia conscio del suo destino finale, come si è già accennato in altra parte del nostro discorso.

   Gesù percorre la Valle del Giordano seguito dai suoi discepoli. In realtà essi non sanno, o non riescono ad entrare ancora nell’idea che, nonostante la triplice profezia della passione, questo sarà l’ultimo viaggio del Maestro.

   A parte la lunga costruzione teologica del Vangelo di Luca che dedica molto spazio al viaggio di Gesù verso Gerusalemme, è lecito pensare che il viaggio del Maestro è più di un semplice spostamento. E’ un pellegrinaggio, anzi l’ultimo pellegrinaggio verso la città dove più volte si era recato con i suoi familiari da bambino e con i suoi discepoli da adulto.

   Durante questo pellegrinaggio, egli recita, insieme alla sua piccola comunità, i salmi di pellegrinaggio. Sono il salmo119 [120], 133 [134], 41 [42], 83 [84], 90 [91], ed il salmo 121 [122].

   Nel pensiero di Gesù, Gerusalemme è la città nella quale Egli compirà la sua missione di salvezza, il suo Esodo definitivo, la sua completa rivelazione. Egli sa che a Gerusalemme sarà rifiutato e messo a morte. L’evangelista Luca si preoccupa di evidenziare questo dato storico facendo “iniziare il viaggio verso Gerusalemme con un’allusione al terzo canto del Servo di Jahvè: «Compiendosi per lui il tempo del suo innalzamento, fece la faccia dura (Is 50,6-7) e si diresse verso Gerusalemme»(Lc 9,51)”

 

La valle del Giordano percorre la Palestina da nord al sud collegando il lago di Tiberiade con il mar morto. Lungo questa valle scende una delle strade che collegano la Galilea alla Giudea

Si ringrazia per l'autorizzazione alla pubblicazione delle foto a:

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   Intanto, mentre la strada carovaniera discende lentamente, lungo la valle del Giordano, il Rabbi di Nazareth ha ancora il tempo di pensare ai suoi amici, alla bellissima esperienza di comunione vissuta con essi, preoccupandosi  per loro e preparandoli gradualmente al momento doloroso del distacco e della prova.

 

 

LE PALME

 

   “Quando si avvicinarono a Gerusalemme, verso Bètfage e Betània, presso il monte degli Ulivi, mandò due dei suoi discepoli e disse loro: «Andate nel villaggio che vi sta di fronte, e subito entrando in esso troverete un asinello legato, sul quale nessuno è mai salito. Scioglietelo e conducetelo. E se qualcuno vi dirà: Perché fate questo?, rispondete: Il Signore ne ha bisogno, ma lo rimanderà qui subito». Andarono e trovarono un asinello legato vicino a una porta, fuori sulla strada, e lo sciolsero. E alcuni dei presenti però dissero loro: «Che cosa fate, sciogliendo questo asinello?».  Ed essi risposero come aveva detto loro il Signore. E li lasciarono fare. Essi condussero l’asinello da Gesù, e vi gettarono sopra i loro mantelli, ed egli vi montò sopra. E molti stendevano i propri mantelli sulla strada e altri delle fronde, che avevano tagliate dai campi. Quelli poi che andavano innanzi, e quelli che venivano dietro gridavano: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il regno che viene, del nostro padre Davide! Osanna nel più alto dei cieli! Ed entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici diretto a Betània”(Mc 11,1-11)(Cfr. Mt. 21,1-11; Lc 19,29-40; Gv 12,2-19).

   

Gerusalemme da sud est. Si riconosce la Chiesa della Dormizione di Maria

 

   L’ingresso solenne di Gesù in Gerusalemme è commemorato come il giorno delle Palme ed inaugura liturgicamente la settimana santa.

   La storia di quest’ingresso del Maestro nella città santa attraverso il monte degli Ulivi, è presente in tutti e quattro gli evangelisti, anche se noi, per i ben noti motivi dell’arcaicità del testo, abbiamo preferito la versione di Marco. Ma è interessante sottolineare alcune differenze nella narrazione del racconto. Infatti, Matteo e Giovanni enfatizzano l’episodio, presentandolo in maniera trionfalistica. Del resto “rispetto a Marco, nel Vangelo di Matteo l’elevatezza di Gesù è fortemente sottolineata”. 

   “La folla che andava innanzi e quella che veniva dietro, gridava: Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli! Entrato Gesù in Gerusalemme, tutta la città fu in agitazione e la gente si chiedeva: «Chi è costui?». E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nazaret di Galilea»”(Mt 21,9-11). 

   A parte il termine ebraico “Osanna” che significa: “Salva dunque” (Cfr. La Bibbia di Gerusalemme, nota 21,9, Ed. Dehoniane, pag. 2134), e che è presente anche nel racconto di Marco, l’appellativo “Benedetto” è rivolto, in Matteo e Giovanni, a Gesù stesso presentato come “Colui che viene nel nome del Signore”, mentre in Marco è rivolto al “Regno che viene, del nostro padre Davide”. C’è, quindi, una forte sottolineatura in Matteo e nel quarto evangelista.

   Nella redazione di Marco, quella testé proposta, “il carattere messianico di Gesù non è chiaro. Tutto si riduce a una fiammata d’entusiasmo, che si spegne prima ancora dell’ingresso di Gesù in città”(Giorgio Jossa, Il giorno delle Palme, in Storia di Gesù, Ed. Rizzoli, vol. 4, 1369). Theissen fa una precisazione importante quando sostiene che Gesù viene salutato con «Osanna» non dalla popolazione della città, bensì dai pellegrini che salgono con lui a Gerusalemme (Cfr. Gerd Theissen - Annette Merz, Il Gesù storico, Ed. Queriniana, 225).

   Tutti e quattro i vangeli canonici rilevano che l’ingresso di Gesù in Gerusalemme avviene in occasione della Pasqua Giudaica, in primavera, nel mese di Nisan che corrisponde ai mesi di marzo-aprile (Cfr. Dizionario enciclopedico della Bibbia e del mondo Biblico, Ed. Massimo, Milano, 527). L’anno in cui avviene la vicenda che stiamo trattando, è, con ogni  probabilità, l’anno 30 dopo Cristo, anche se non sono escluse ipotesi di altra datazione (Cfr. Gerd Theissen - Annette Merz, Il Gesù storico, Ed. Queriniana, 203).

   La domanda che noi ci poniamo ora è questa: l’entrata di Gesù in Gerusalemme, in groppa ad un asino, è un avvenimento comune, cui solo la fede della comunità ha attribuito un carattere messianico e trionfale, o è stato, al contrario, un episodio clamoroso di cui i discepoli si sono preoccupati di ridurre la portata rivoluzionaria? Dai dati in nostro possesso, quelli evidenziati nei Vangeli sinottici, emerge una realtà opposta. Innanzi tutto Gesù non sembra presentarsi, nella città Santa, con un grande spiegamento di forze. Anzi, come abbiamo detto prima, sono i pellegrini diretti a Gerusalemme a salutare gioiosamente, con lo sventolio delle Palme, il suo arrivo.

   Se avessero visto in lui un potenziale pericolo, i Romani sarebbero certamente intervenuti con uno spargimento di sangue. La mancanza di tale intervento, invece, dimostra come l’arrivo del Nazareno alla città Santa non è altro che un piccolo avvenimento pacifico, seppur con evidente impronta messianica, vista l’allusione all’immagine Messia presente nel profeta Zaccaria: “Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire i carri da E‘fraim e i cavalli da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare e dal fiume ai confini della terra”(Zc 9,9-10).

   Forse nel Vangelo di Marco che, ripetiamo, è il più antico, troviamo la risposta ai nostri perché. Marco, è molto sobrio. Non parla, come fa Matteo, dell’agitazione di cui sarebbe stata presa «tutta la città»(Cfr. Mt 21,10). Non chiama esplicitamente «Re» Gesù, come fanno Luca (Lc 19,38) e Giovanni (Gv 12,13). Non cita neppure chiaramente la profezia di Zaccaria che annunciava la venuta di un re di pace, quale si legge in Matteo (Mt 21,5) e Giovanni(Gv 12,5). Si limita a narrare i gesti di omaggio e le grida di entusiasmo di un piccolo gruppo di persone che accompagnavano Gesù (Mc 11,8-9). E neanche queste grida sono del tutto chiare. «Osanna!» (11,9) è un’acclamazione che ha perduto ormai da tempo il suo senso messianico; e «Benedetto colui che viene nel nome del Signore!»(11,9) è un saluto che può essere rivolto a qualunque pellegrino che venga a Gerusalemme. 

   Solo la terza acclamazione: «Benedetto il regno che viene, del nostro padre Davide!» (11,10) è chiaramente messianica. 

   Alcuni studiosi pensano che l’entrata di Gesù in Gerusalemme non sarebbe stata molto diversa da quella di qualsiasi altro maestro o rabbi. Solo col tempo, nella riflessione dei discepoli, l’episodio sarebbe stato interpretato ed ingigantito fino al punto in cui viene celebrato nelle nostre liturgie della Domenica delle Palme. Tuttavia, appare significativo ciò che scrive Marco nel suo vangelo e cioè che Gesù ha voluto dare  un significato messianico al suo ingresso in Gerusalemme. D’altro lato la dignità messianica di Gesù che qui si manifesta, non soltanto non corrisponde alle attese tra la gente, ma appare, in qualche modo, velata, misteriosa, in linea con la rivelazione di Gesù, così come appare in tutto il Vangelo di Marco.  Perciò la gente rimane interdetta, e l’entusiasmo si spegne rapidamente. Anche se si presenta come re pacifico e mansueto, quale era stato predetto dal profeta Zaccaria, non è questo, certamente, il tipo di Messia che corrisponda alle attese dei giudei.  

 

 

LA PURIFICAZIONE DEL TEMPIO

   Secondo il Vangelo di Marco, il secondo giorno di Gesù nella Città Santa, quello successivo alla sua entrata in Gerusalemme, è caratterizzato dall’avvenimento della cacciata dei mercanti e dei cambiavalute dal tempio. Dai vangeli di Matteo e Luca, invece, emerge un altro dato: la purificazione del tempio avviene nel giorno stesso delle Palme. 

   Giovanni, invece, situa la vicenda all’inizio del suo ministero.  

   La versione del vangelo di Marco potrebbe essere la più antica, anche la questione è ancora aperta.  E allora vediamo cosa ci dice, l’evangelista, circa questo momento importante e dirompente della presenza del Maestro in Gerusalemme:

   "Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. Ed insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!». L’udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutto il popolo era ammirato del suo insegnamento.     Quando venne la sera uscirono dalla città"(Mc 11,15-19; Cfr. Mt 21,12-13; Lc 19,45-46; Gv 2,13-17).

   Il primo atto che il Rabbi di Galilea compie dopo la sua entrata nella città Santa è il gesto profetico della purificazione del Tempio dalla presenza di mercanti e cambiavalute. A questo gesto seguirà, nei giorni successivi, la predizione della distruzione dello stesso Tempio, provocata, in Gesù, dalle espressioni di stupore e di meraviglia dei discepoli di fronte alla bellezza “delle pietre e delle costruzioni” (Mc 13,1). E’ allora che Gesù dirà: «Vedi queste grandi costruzioni? Non rimarrà qui pietra su pietra, che non sia distrutta»(Mc 13,2; Mt 24,2; Lc 21,6).

   Insomma sembra di capire che l’ostilità di Gesù, più che verso il Tempio in sé stesso, è rivolta verso il Potere religioso giudaico esercitato attraverso il Tempio. Un’ostilità che è recepita dalla classe sacerdotale dominante e dell’intero entourage religioso di Gerusalemme, dipendente economicamente dalle entrate dirette e dall’indotto di queste entrate. Sarà questa tensione a scatenare l’ira del Sinedrio contro Gesù? Forse sì. In fondo, all’aristocrazia del tempio non deve essere difficile muovere le masse di Gerusalemme contro questo Rabbi venuto dalla Galilea.

   Del resto, gridando apertamente, davanti a tutti, «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti? Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!», Gesù stesso si pone nella condizione di essere in forte attrito con la casta sacerdotale. Tanto è vero che, come annota Marco, «L’udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutto il popolo era ammirato del suo insegnamento». Non appare difficile vedere, in questo popolo ammirato dell’insegnamento di Gesù le masse genuine, le folle anonime della periferia agricola d’Israele massicciamente presenti per l’imminenza della Pasqua.

   Certamente non sono solo loro ad ascoltare, ammirate, l’insegnamento di Gesù. Anche nella città santa ci sono anime pie ed assetate di verità e di una religiosità autentica, come Nicodemo, nel cui cuore fa breccia la parola dirompente di questo profeta di Galilea.

   L’episodio della cacciata dei mercanti dal tempio mostra un Gesù diverso da quello che troviamo presente negli altri racconti evangelici, tanto che qualcuno si domanda: “Come si conciliano, soprattutto, quest’azione violenta di Gesù nel tempio, con l’immagine pacifica della sua predicazione in Galilea (v. in particolare il discorso della Montagna) e questa sua preoccupazione per la santità del tempio, con la sua indifferenza verso le regola di purità (Cfr Marco 7,15)? 

   L’episodio evangelico ha una sua storicità che sebbene sia stata messa in discussione da qualcuno si dimostra certamente attendibile.  Al di là d’ogni possibile interpretazione, Il comportamento di Gesù, che accelera certamente la decisione del Sinedrio di sbarazzarsi di lui, va spiegato alla luce dei testi profetici, molto presenti nella sua vita e, soprattutto, nei suoi sentimenti, nelle sue decisioni, nella sua volontà nel voler adempiere le Scritture per la realizzazione del Regno di Dio che postula non più questo tempio materiale e finito, ma il tempio spirituale del suo corpo.       

 

Plastico del Tempio di Gerusalemme, come era al tempo di Gesù

 

   

LE DISPUTE NEL TEMPIO

La parabola dei vignaioli omicidi

   Nella narrazione del Vangelo di Marco, il terzo giorno del pellegrinaggio di Gesù a Gerusalemme, quello che concluderà la sua ancor giovane esistenza, lo vede insegnare nel tempio ed affrontare delle dispute con i soliti farisei, gli erodiani, i sadducei e gli scribi.  Il fior fiore della classe politica e religiosa d’Israele si confronta con lui in alcune controversie, sul cui filone storico non vi può essere dubbio. In fondo, tutta la vita pubblica del Maestro è stata caratterizzata, sin dal ministero in Galilea, dai suoi incontri-scontri con la crema religiosa del mondo giudaico. Ma andiamo con ordine.

   La parabola dei vignaioli omicidi è narrata da tutti e tre i vangeli sinottici. La versione che noi vi proponiamo ora è quella di Marco:

   “Gesù si mise a parlare loro in parabole: «Un uomo piantò una vigna, vi pose attorno una siepe, scavò un torchio, costruì una torre, poi la diede in affitto a dei vignaioli e se ne andò lontano. A suo tempo inviò un servo a ritirare da quei vignaioli i frutti della vigna. Ma essi, afferratolo, lo bastonarono e lo rimandarono a mani vuote. Inviò loro di nuovo un altro servo: anche quello lo picchiarono sulla testa e lo coprirono di insulti. Ne inviò ancora un altro, e questo lo uccisero; e di molti altri, che egli ancora mandò, alcuni li bastonarono, altri li uccisero. Aveva ancora uno, il figlio prediletto: lo inviò loro per ultimo, dicendo: Avranno rispetto per mio figlio! Ma quei vignaioli dissero tra di loro: Questi è l’erede; su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra. E afferratolo, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna. Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e sterminerà quei vignaioli e darà la vigna ad altri. Non avete forse letto questa Scrittura: «La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri»? Allora cercarono di catturarlo, ma ebbero paura della folla; avevano capito infatti che aveva detto quella parabola contro di loro. E, lasciatolo, se ne andarono” (Mc 12,1-12; Mt 21,33-46; Lc 20,9-19).  

   E’ bene ricordare che Gesù non è avulso dal mondo ebraico, come qualcuno ha voluto sostenere in passato, estrapolando la sua personalità dall’ambiente vitale nel quale è vissuto.  Gesù è cresciuto e si è impregnato del pensiero, della cultura e della religiosità del suo popolo. Un fatto che dimostra come nella narrazione di questa parabola, la cui storicità considereremo fra poco, egli ha davanti agli occhi una profezia di Isaia (Is 5,1) e l’idea di una morte cruenta alla quale sa di andare incontro proprio qui, in quella Gerusalemme che uccide i profeti, come ribadisce questa narrazione che si avvicina più all’allegoria che alla narrazione parabolica. Infatti, come annota la Bibbia di Gerusalemme, “Ogni tratto del racconto ha un significato: il proprietario è Dio; la vigna, il popolo eletto, Israele (cf Is 5,1+); i servi, i profeti; il figlio, Gesù ucciso fuori dalle mura di Gerusalemme; i vignaiuoli omicidi, i giudei infedeli; l’altro popolo a cui sarà affidata la vigna, i pagani”(La Bibbia di Gerusalemme, N. 21,33-46, 2135 s.).

   Al centro del racconto c’è la vigna, immagine del popolo di Israele (Is 5,1) circondato dalla premura, dall’amore, dalla tenerezza di Dio raffigurato nell’immagine simbolica del padrone della stessa vigna.

   Gesù denuncia il tentativo delle autorità del tempio di farlo fuori. E lo fa cercando di far capire che la sua missione rientra nel Progetto stesso di Dio. Quel Disegno che i vignaioli omicidi mostrano di conoscere.

   “Questi è l’erede; su, uccidiamolo e l’eredità sarà nostra”. Ciononostante essi vogliono ucciderlo e lo faranno, cacciandolo fuori dalla vigna. Nel racconto c’è una chiara allusione alla morte violenta di Gesù sulla croce, fuori delle mura di Gerusalemme.  E’ quanto evidenzierà l’autore anonimo della lettera agli Ebrei, allorché scriverà che Gesù “per santificare il popolo con il proprio sangue “Soffrì fuori della porta”(Eb 13,12).

   A questo punto, nel terminare il racconto della parabola, Gesù interpella i suoi ascoltatori, provocandoli con una domanda la cui risposta sarà ancora una volta di condanna: “Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e sterminerà quei vignaioli e darà la vigna ad altri.  Non avete forse letto questa Scrittura: «La pietra che i costruttori hanno scartata è diventata testata d’angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri”.

   In queste parole è esplicitamente fatto riferimento al nuovo popolo che sarà erede delle promesse di Dio. E Gesù si presenta nell’immagine della pietra scartata dai costruttori, la pietra rifiutata da Israele, che sarà la pietra angolare del Nuovo Regno di Dio, non più riservato al solo popolo d’Israele, ma aperto a tutte le genti. Resta da vedere, ora, la genesi di questa parabola e quindi la sua ipotetica storicità.

   Secondo la parabola i nemici di Gesù cercano di catturarlo in quanto hanno capito che la parabola è stata raccontata proprio contro di loro. Ma, almeno per ora non possono farlo perché - come annota il Vangelo - avevano paura della folla.

    Da questo racconto emerge un dato significativo. Insegnando nel tempio ed attaccando apertamente le autorità giudaiche, Gesù dimostra di essere ormai proiettato verso una morte cruenta. Non solo, ma in coscienza mostra di essere consapevole di questa scelta intravista più volte nel suo ministero, sin dalla Galilea. Inoltre, questo ammonimento rientra negli ultimi tentativi che Gesù compie per dissuadere i giudei dall’ucciderlo.

 

IL TRIBUTO A CESARE

   Siamo nei giorni immediatamente precedenti l’arresto di Gesù.  Il clima che si respira a Gerusalemme e soprattutto nella cerchia del Tempio è carico di tensione. Il potere religioso cerca di trovare un pretesto per accusare il profeta di Nazareth. Lo si vuole compromettere politicamente. Del resto, come vedremo poi, quando tratteremo del Processo Romano, l’accusa di “sovvertimento politico” avrà un ruolo determinante negli interrogatori che precederanno la sua condanna amorte .

   “Gli mandarono però alcuni farisei ed erodiani per coglierlo in fallo nel discorso. E venuti, quelli gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi in faccia agli uomini, ma secondo verità insegni la via di Dio. E‘ lecito o no dare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare o no?».  Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse: «Perché mi tentate? Portatemi un denaro perché io lo veda».  Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». E rimasero ammirati di lui”(Mc 12,13-17).

   Questo brano, che appartiene al Vangelo di Marco è attestato anche da Matteo e Luca, anche se ci sono delle piccole variazioni tra i tre testi; ma la sostanza non cambia.

   Innanzi tutto c’è l’introduzione che concorda in tutte e tre le testimonianze dei vangeli Sinottici. Questi pongono l’accento sull’intenzione recondita dei farisei e degli Erodiani di cogliere Gesù in fallo. Ma per comprendere meglio la vicenda è importante riandare alla cornice storica e politica di essa. In seguito alla deposizione di Archelao, avvenuta nell’anno sesto dopo Cristo, la Giudea e la Samaria sono passate sotto l’amministrazione diretta di Roma, per cui le tasse vanno pagate direttamente al Potere romano. Ad opporsi a questa decisione è un conterraneo di Gesù: Giuda il Galileo, vissuto al tempo del Censimento. Da un lato egli sostiene la tesi della esclusiva sovranità di Dio, perciò non bisogna riconoscere nessun altro signore accanto a Dio. Dall’altro lato afferma che l’uomo ha il dovere di collaborare attivamente per instaurare la sovranità esclusiva di Dio. Insomma Giuda il Galileo invita il popolo ebreo a non pagare le tasse a Roma. Secondo quanto è scritto negli  Atti degli apostoli, muore di morte violenta (Cfr At 5,37), ma le sue idee latenti germineranno fino a portare alla rivolta Giudaica (68-73 d.C.) che culminerà con la distruzione del Tempio di Gerusalemme, avvenuta quarant'anni circa dopo la morte di Gesù.  Tutto questo dimostra come fossero ben presenti, al tempo di Gesù, le idee di Giuda il Galileo.

   Al tempo in cui trattiamo, quello cioè che precede l’arresto di Gesù e la sua condanna a morte,  è molto sentito il dilemma se pagare o no il tributo a Cesare.  E’ significativo che insieme con i farisei siano gli Erodiani, cioè i sostenitori di Erode, a formulare questa richiesta a Gesù. Infatti, come sostiene Gerd Theissen: in precedenza, prima cioè che Roma avocasse direttamente a sé la riscossione delle imposte, “I vassalli di famiglia erodiana si erano conquistate le grazie dell’amministrazione romana, essendo riusciti a risolvere il problema esplosivo dell’esazione fiscale. Il fatto che fossero loro a riscuotere le tasse, per versare poi un tributo ai Romani, evitava ai Giudei di pagare tributi direttamente a Roma.  In questo senso gli Erodiani nutrivano un interesse ‘nascosto’ verso il rifiuto di pagare le tasse a Roma basato su motivi radical-teocratici”(Gerd Theissen, Annette Merz, Il Gesù storico, Ed. Queriniana, 1999. 184).  Ecco perché sono essi, insieme ai farisei, a voler provocare una risposta di Gesù per un ritorno alla riscossione delle tasse tramite l’amministrazione di Erode. I farisei pure sono contrari alla riscossione diretta delle tasse da parte di Roma, condividendo l’idea teocratica di Giuda il Galileo, il quale aveva visto nel versamento di imposte all’imperatore un’infrazione del primo comandamento: “Non avrai altro Dio fuor che me” (Cfr. Gerd Theissen, Annette Merz, Il Gesù storico, Ed. Queriniana, 1999. 292)

   Si comprende, quindi, il doppio intento dei farisei e degli Erodiani: coinvolgere Gesù in una disputa politica nella quale in un modo o nell’altro possano metterlo in gravi difficoltà di fronte al popolo oppure di fronte all’autorità Romana.

   Dal Vangelo  di Marco si evince che Gesù non raccoglie la provocazione disilludendo l’intenzione perversa dei farisei e degli Erodiani, oltre a non accettare l’idea radicale di Giuda il Galileo. Per Lui non c'è incompatibilità tra la fede nel Dio unico e l’obbedienza all’imperatore. Per cui, ai suoi interlocutori che hanno chiesto se è giusto: “dare” il tributo a Cesare, egli risponde utilizzando al posto del verbo “dare”, il verbo “rendere”: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”(Mc 12,17).  Quindi Gesù non dice: “Date a Cesare quel che è di Cesare”, ma “Rendete a Cesare, restituite a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. E’ questo il senso della parola greca “apódote”.  Questo termine di “rendere”, “restituire” può indicare, secondo alcuni studiosi, il fatto che essendo ogni autorità, anche quella imperiale, permessa da Dio, pagare le imposte vuol dire anche obbedire a Dio. 

   Anni dopo questa vicenda Paolo di Tarso, nella sua lettera ai cristiani di Roma, scriverà: “ 

   "Ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite; poiché non c’è autorità se non da Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine stabilito da Dio. E quelli che si oppongono si attireranno addosso la condanna. I governanti infatti non sono da temere quando si fa il bene, ma quando si fa il male. Vuoi non aver da temere l’autorità? Fà il bene e ne avrai lode, poiché essa è al servizio di Dio per il tuo bene. Ma se fai il male, allora temi, perché non invano essa porta la spada; è infatti al servizio di Dio per la giusta condanna di chi opera il male. Perciò è necessario stare sottomessi, non solo per timore della punizione, ma anche per ragioni di coscienza. Per questo dunque dovete pagare i tributi, perché quelli che sono dediti a questo compito sono funzionari di Dio. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo, il tributo; a chi le tasse le tasse; a chi il timore il timore; a chi il rispetto il rispetto. Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge”(Rm 13,1-8).

   A Gesù preme l’Annuncio del Regno di Dio.  Eppure l’accusa di essere un sobillatore, un ribelle ai tributi da versare a Cesare, farà parte dei suoi capri d’accusa.

   A giustificare la storicità del brano è non solo il fatto che esso è presente in tutti e tre i Vangeli di Marco, Matteo e Luca. Ma anche nel Vangelo copto di Tommaso, un testo apocrifo a cui spesso abbiamo fatto riferimento. Infatti proprio al versetto100 di questo testo sta scritto: “Mostrarono a Gesù una moneta d’oro e gli dissero: «Gli agenti di Cesare esigono da noi le tasse». Egli risposte: «Date a Cesare ciò che è di Cesare, date a Dio ciò che è di Dio; e date a me ciò che è mio”(Luigi Moraldi, Vangeli apocrifi, Ed. Piemme, I edizione 1996, 232). Da notare il termine utilizzato da questo testo, che è il classico: “Date”, contrariamente ai Vangeli canonici che citano, invece, il verbo “Rendere”,  

   Chiudiamo, infine, con una ulteriore notizia in riguardo a questo celebre “Detto” di Gesù.

   L’archeologo e neotestamentarista tedesco, Benedikt Schwank ha dimostrato, qualche tempo fa, che questa conversazione  deve essersi svolta in greco(Benedikt Schwank, Ein grieschisches Jesuslogion, in N. Brox et Al. (edd), Anfänge der Theologie. Festschrift J. B. Bauer, Graz  1987, pp. 61-63, in Carsten Peter Thiede - Matthew D’Ancona, Testimone oculare di Gesù, Ed. Piemme, seconda Edizione 1996, 168).  Infatti tra il 37 a. C. ed il 67 d. C. non fu coniata in Palestina nessuna moneta che recasse un’iscrizione ebraica o aramaica. Il testo sulle monete era greco e raramente in Latino. In questo caso le monete provenivano da fuori la Palestina. “In questa scena, tuttavia, tutto ruota intorno alla legenda sulle monete fino alla pungente risposta di Gesù che non può essere tradotta, in nessun caso, in una forma aramaica egualmente efficace: “Date a Cesare quel che è di Cesare, date a Dio quel che è di Dio”. Questa moneta, che presentava il ritratto dell’imperatore Tiberio, era aborrita dagli ebrei ortodossi, poiché il ritratto stesso violava il secondo comandamento e la legenda conteneva il titolo di Cesare figlio del Divus Augustus, “il Dio (o il deificato) Augusto” (Carsten P. Thiede - Matthew D’Ancona, Testimone oculare di Gesù, Ed. Piemme, seconda Edizione 1996, 168).

   Si comprende, allora, come la scritta su questa moneta suonasse come una vera e propria bestemmia per ogni pio ebreo.

 

 

I SADDUCEI E LA RISURREZIONE DEI MORTI

   Subito dopo l’interrogativo sul tributo a Cesare, i Vangeli sinottici registrano un’altra controversia tra Gesù ed i Sadducei.  Come già è stato affermato altrove, contrariamente ai farisei che credono nella risurrezione dei morti, i Sadducei rifiutano tale idea.

   “Vennero a lui dei sadducei, i quali dicono che non c’è risurrezione, e lo interrogarono dicendo: «Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che se muore il fratello di uno e lascia la moglie senza figli, il fratello ne prenda la moglie per dare discendenti al fratello. C’erano sette fratelli: il primo prese moglie e morì senza lasciare discendenza; allora la prese il secondo, ma morì senza lasciare discendenza; e il terzo egualmente, e nessuno dei sette lasciò discendenza. Infine, dopo tutti, morì anche la donna. Nella risurrezione, quando risorgeranno, a chi di loro apparterrà la donna? Poiché in sette l’hanno avuta come moglie».

   Rispose loro Gesù: «Non siete voi forse in errore dal momento che non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio? Quando risusciteranno dai morti, infatti, non prenderanno moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. A riguardo poi dei morti che devono risorgere, non avete letto nel libro di Mosè, a proposito del roveto, come Dio gli parlò dicendo: Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e di Giacobbe? Non è un Dio dei morti ma dei viventi! Voi siete in grande errore»”(Mc 12,18-27).

   I Sadducei vogliono coinvolgere Gesù sul tema della risurrezione dei morti, molto caro ai farisei, cercando di metterlo in difficoltà con l’accenno alla legge del Levirato, termine latino, questo, che significa “fratello del marito”, cioè cognato.

   Nel popolo di Israele, come nella vita di altri popoli dell’antichità se un uomo sposato muore senza figli, il fratello più grande deve sposare la vedova per assicurare, con la conservazione del patrimonio, una discendenza al defunto: il nome e l’eredità dello stesso defunto spettano, quindi, al primo figlio nato da quest’unione (Cfr. Dizionario enciclopedico della Bibbia e del mondo biblico, Ed. Massimo, Milano, prima ed. 1986 pag. 445 s.).

   Una prassi che troviamo presente, tra l’altro, nel libro del Deuteronomio (Dt 25,6) ed in quello Rut (Rt 4,10).

   Certamente, dalla domanda insidiosa, formulata dai Sadducei a Gesù, si può pensare che in questo tempo si concepisca ancora il levirato così com’è riportato nel libro della Genesi (Cfr. Gn 38). Ma a noi interessa, in questo ambito, il tema della resurrezione dei morti, sul quale Gesù è direttamente interpellato dai Sadducei.  La domanda insidiosa, che essi pongono a Gesù, si riassume così: “Visto che, secondo la legge del Levirato, la donna è appartenuta a tutti e sette i fratelli, di quale di questi fratelli, sarà moglie nella risurrezione?”. 

   I Sadducei non credono alla risurrezione e quindi, per conto loro il problema non sussiste. Ma vogliono mettere in difficoltà Gesù su questa domanda alla quale Lui dà una risposta che delinea un'immagine della vita ultraterrena diversa da quella corporale, secondo le nostre categorie umane.   Egli eleva l’idea stessa della resurrezione dei morti da un ambito materiale e carnale ad un altro spirituale, ed utilizzando, come paradigma, la figura stessa degli angeli: “Quando risusciteranno dai morti, infatti, non prenderanno moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli”.  E si sa che nel mondo Biblico gli Angeli appartengono alla dimensione spirituale, e quindi sono esenti dai limiti e dai condizionamenti legati alla materialità dell’uomo.

   Dopodiché Gesù scende sullo stesso terreno preferito dei Sadducei: il libro del Pentateuco, e cioè i primi cinque libri della Bibbia, gli unici testi riconosciuti come ispirati, dai Sadducei.

   Partendo da questi libri, riconosciuti come sacri dai Sadducei, Gesù conferma la verità biblica della resurrezione, citando il secondo libro della Bibbia, l’Esodo, allorché Dio si rivela a Mosè che, giunto sul monte Oreb, ammira il fenomeno di un roveto che arde e non si consuma.   Ed è proprio dal roveto ardente che Dio dice a Mosè: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”(Es 3,6). “ Non è un Dio dei morti ma dei viventi! Voi siete in grande errore”(Mc 12, 27), sentenzia Gesù ponendo fine alla disputa.

   In pratica, se Dio afferma per ben tre volte di essere il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, questo significa che egli non può essere Dio di persone che non esistono più, che giacciono per sempre nella polvere, ma Dio di persone che sono vive e vere.

   Gesù stesso, con le sue parole, sostiene la convinzione che i patriarchi di Israele - Abramo, Isacco e Giacobbe - sono presso Dio come risorti (Mc 12,18ss.).

   E se all’inizio della rivelazione biblica non è stata pienamente percepita quest’idea di eternità, da parte dell’uomo, per cui è presente solo l’idea dello sheol, alla quale è fedele il partito dei Sadducei, il progredire della rivelazione di Dio ha permesso di sviluppare questo tema. E questo è avvenuto anche sia attraverso i Salmi (Sal 16,10-11; 49,16; 73,24), che con il  libro della Sapienza (Sap 3,1-9), fino ad essere pienamente sviluppato con la stessa resurrezione del corpo (Dn 12,2-3; 2 Mac 7,9 s.; 12,43-46; 14,46).

   L’affermazione di Gesù e la sua rivelazione della resurrezione dei morti è, quindi, l’ultimo stadio di questa rivelazione biblica.

 

 

IL PRIMO COMANDAMENTO

   Dopo aver risposto ai Sadducei è la volta di un esponente degli scribi, mettere alla prova Gesù in riguardo alla Torah, la Legge di Mosè. La parola scriba, dall’ebraico sofer (il corrispondente greco è grammatéus), indicava, prima dell’esperienza storica dell’esilio Babilonese, un funzionario reale, una specie di segretario incaricato della corrispondenza e forse della contabilità. Ma, al tempo di Gesù questa figura ha acquistato ancora più importanza, a livello religioso, in quanto chi riveste tale ruolo è specializzato nella trascrizione della Legge e dei testi relativi al culto”(Cfr. Scriba, in Dizionario enciclopedico della Bibbia e del mondo Biblico, Massimo editore, pp. 687. 1986).

   Logicamente, lavorando continuamente sui testi sacri, la figura dello Scriba è andata sempre più specializzandosi, fino ad essere considerata, già nell’immediato postesilio Babilonese, come un “Dotto”(Cfr Esdra 7,11).

   Nei Vangeli gli scribi sono spesso citati insieme ai farisei.  Nel brano che stiamo per leggere Gesù è interpellato su un tema che è posto al centro dell’etica cristiana: il comandamento dell’amore. Come avremo, ora, modo di vedere, c’è una piena concordanza, in questo ambito, tra uno scriba e lo stesso Gesù:

   “Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi». Allora lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v’è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici».  

   Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo”(Mc 12,28-34; Mt 22,34-40; Lc 10,25-27-28ss.).

   Nel rispondere allo scriba che gli chiede qual è il primo comandamento, Gesù non fa altro che riferire alla lettera quanto è riportato nel Pentateuco, la raccolta dei primi cinque rotoli dell’Antico Testamento, ed incluso nello Shema’ Israel, “Ascolta Israele”, che è la professione di fede del popolo ebraico: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze” (Dt 6,4-5), aggiungendo un secondo comandamento, simile al primo, l’amore del prossimo ed attingendo, ancora una volta, al Pentateuco, precisamente al libro del Levitico: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”(Lv 19,18).

   L’episodio è riportato da tutti e tre gli evangelisti Sinottici, e cioè: Matteo, Marco e Luca. Ma dei tre Matteo, “dimostrandosi forse più fedele al pronunciamento storico di Cristo, ne riporta la seguente parola conclusiva: “Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge di Mosè e l’insegnamento dei profeti”(Mt 22,40) (S. Dianich, Carità, in Nuovo Dizionario di Teologia, Ed. Paoline, 128).

   Tutte e tre le redazioni evangeliche di questo dialogo tra Gesù e lo scriba (Matteo e Luca lo chiamano “dottore della legge” n.d.a.) evidenziano la sintonia di idee tra Gesù ed il suo interlocutore. Ma ognuno lo fa con una diversa sfaccettatura, cosicché mentre in Matteo il dialogo si chiude con la frase di Gesù: “Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti” (Mt 22,40), in Marco, dopo la risposta dello scriba che riconosce la superiorità dell’amore rispetto ai sacrifici, Gesù lo elogia dicendo: “Non sei lontano dal regno di Dio”(Mr 12,34). 

   Infine, in Luca il dialogo avviene diversamente. Allo scriba che gli chiede come comportarsi per ereditare la vita eterna, Gesù risponde: “Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?”(Lc 10,26). E’ a questo punto che lo scriba, anzi il dottore della legge, risponde: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso” (Lc 10,27). A questo punto Gesù replica: “Hai risposto bene; fà questo e vivrai”(10,28).

   Nei versetti successivi Gesù stesso indicherà, al suo interlocutore, attraverso la parabola del buon samaritano, come va vissuto l’amore per il prossimo, anche quando questo non appartiene alla cerchia ristretta di Israele, anche quando è un “lontano”.

   Appare chiaro come in questo comandamento ci sia una gran concordanza tra Gesù e la tradizione giudaica. Del resto c’è una massima riportata nel Vangelo secondo Matteo: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti”(Mt 7,12).  Con questa espressione Gesù sintetizza tutto il contenuto della Bibbia, e cioè della Legge e dei Profeti. Una massima di condotta che già era conosciuta nell’antichità, specialmente nel giudaismo, anche se presentata in forma negativa (Tobia 4,15; lettera d’Aristea; targum di Levitico 19,18; Hillel, Filone d’Alessandria, etc) (Cfr. La Bibbia di Gerusalemme, Edizioni Dehoniane Bologna, sesta edizione, luglio 1985, pag. 2100, nota Mt 7,12). 

   Con la rivelazione e la letteratura cristiana questa massima avrà un senso positivo, reso quindi ancora più esigente per coloro che vogliono seguire Gesù.

 

 

DAVIDE ED IL CRISTO

   Varie volte, nei Vangeli, leggiamo che Gesù è chiamato “figlio di Davide”. 

   Nel Vangelo di Marco il cieco Bartimeo invoca così il Nazareno: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”(Mc 10,47; Cfr. Mt 20,29; Lc 18,38ss.). Nel Vangelo secondo Matteo, invece, la guarigione di un indemoniato cieco e muto da parte di Gesù provoca stupore nella folla che esclama: “Non è forse costui il figlio di Davide?”(Mt 12,23). Di fronte a questa esclamazione i farisei reagiscono malamente: “Costui scaccia i demòni in nome di Beelzebùl, principe dei demòni”(Mt 12,23).

   Il penultimo riferimento a Gesù, Figlio di Davide, è presente nella scena dell’entrata in Gerusalemme: “La folla che andava innanzi e quella che veniva dietro, gridava: Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!”(Mt 21,9).  

   Il brano che c’interessa ora è quello inquadrato, secondo la cronologia del Vangelo di Marco, nella settimana cruciale della vita di Gesù, e precisamente subito dopo che il Nazareno si è pronunciato sul primo comandamento:

   “Gesù continuava a parlare, insegnando nel tempio: «Come mai dicono gli scribi che il Messia è figlio di Davide? Davide stesso infatti ha detto, mosso dallo Spirito Santo: Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici come sgabello ai tuoi piedi. Davide stesso lo chiama Signore: come dunque può essere suo figlio?». E la numerosa folla lo ascoltava volentieri”(Mc 12,35-37. Cfr. Mt 22,41-46; Lc 20,41-45).

   Gesù conduce i suoi uditori, gli Scribi, su un tema molto importante della Storia di Israele: quello del Messia che deve venire, e lo fa partendo dalle parole iniziali del salmo 109 (110): “Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici come sgabello ai tuoi piedi”. Si tratta di un salmo messianico, nel senso che accenna all’Atteso di Israele, il Messia che deve venire, le cui prerogative, “la regalità universale ed il sacerdozio perpetuo, non scaturiscono da nessuna investitura terrestre”( Cfr. La Bibbia di Gerusalemme, nota 110, Ed. Dehoniane, pag. 1248).

   Partendo dalla constatazione di Davide che chiama il Messia con il titolo di “mio Signore”, Gesù vuole aiutare i suoi uditori a capire che il Cristo, che come sappiamo è l’equivalente greco di Messia, deve essere ben più grande del figlio di Davide che pure è considerato con tutti gli onori. Infatti, nelle stesse parole del Salmo, il Messia è chiamato ad essere alla destra di Dio, il posto più rilevante in assoluto nel Regno di Dio.  E, pur discendendo da Davide per le sue origini umane, come sembra voler dimostrare l’evangelista Matteo nella genealogia di Gesù, (cfr. Mt 1,1-17), il Messia ha un carattere divino che lo rende superiore allo stesso Davide che lo ha profetizzato (Cfr. La Bibbia di Gerusalemme, nota 22,45, Ed. Dehoniane, pag. 2138).

   In realtà  Gesù  intende ridimensionare David e, con lui, ridimensiona anche Israele e il suo ruolo storico, in quanto rivendica per il Messia una regalità non angustamente nazionalistica, ma divina e quindi universale”.  Egli smantella quelle che sono le idee, le speranze ebraiche in riguardo al Messia atteso, visto più come Figlio di Davide che come Pastore universale. Proprio gli scribi, coloro che insieme ai farisei sono attenti a scrutare le Scritture, dal confronto con alcuni testi sacri (Cfr. Salmi di Salomone, 2° libro di Esdra, 2° libro di Baruc) si attendono un Messia nazionalistico, restauratore della grandezza Davidica.  Le parole di Gesù, invece, conferiscono un valore ben più alto all’attesa messianica di Israele.

 

 

L’OSTENTAZIONE DEGLI SCRIBI E L’OBOLO DELLA VEDOVA

   Proseguendo nella sua catechesi, Gesù pone in evidenza il contrasto stridente tra l’ostentazione degli Scribi e l’obolo della vedova:

   “Diceva loro mentre insegnava: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave»”(Mc 12,38-40; Cfr. Mt 23,6ss.; Lc 20,45-47). 

   In questo logion, attestato anche da Matteo e Luca, si intravede la cornice geografica e sociale della predicazione del Maestro: il tempio di Gerusalemme, centro e cuore del culto giudaico. Tutta la vita culturale, politica e religiosa d’Israele ha qui il suo centro pulsante. Immaginiamo, allora, il prestigio che accompagna le figure degli scribi, i dottori della Legge, i sapienti della Scrittura Sacra.    Con loro vediamo i farisei che sono i pii, i religiosi, gli osservanti della Torah, la Legge di Mosè. Forse non tutti i farisei sono scribi(Cfr Mc 7,1), così come non tutti gli scribi si riconoscono nella corrente religiosa dei farisei.  Queste due categorie fanno parte del il fior fiore dell’ambiente sociale e religioso di Israele. Indubbiamente, anche per una loro vicinanza di vedute, vengono spesso accomunate nel giudizio negativo di Gesù.   

   Quello degli scribi e dei farisei è un vero partito religioso, molto influente, quindi. E’ bene precisare, però, che anche in mezzo a questi potenti ci sono alcuni che vivono sinceramente la loro religiosità, in perenne ricerca della verità e di un culto sincero, interiore, verso Dio. In mezzo a loro Gesù troverà anche qualche amico come Rabbi Nicodemo, un fariseo.

   Gesù è ormai consapevole del proprio destino e sembra accettarlo, ben sapendo che esso è irrimediabilmente segnato. E qui, nel cuore della religiosità ebraica, spara a zero sul culto falso e ipocrita di quelli che detengono il potere religioso, particolarmente gli scribi, i dottori della Legge, ed i farisei: “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave”. 

   Gesù attacca direttamente coloro che amano gli onori, come gli scribi ed i farisei, che amano farsi salutare sulle pubbliche piazze, o essere ai primi posti nelle assemblee.  Il messaggio di salvezza promulgato da lui, l’annuncio del Regno, quello che si rivolge soprattutto all’interiorità dell’uomo, al suo cuore, non è stato accettato proprio da loro che credono di essere i primi.

   Affiancando i tra racconti sinottici emerge un dato significativo. Mentre l’evangelista Luca si mostra fedele al testo di Marco, Matteo si dilunga in una lunga diatriba mostrando un Gesù che attacca lungamente gli scribi, associando alla condanna anche i farisei.  Certamente l’atteggiamento violento, da parte di Gesù, presente in tutto il capitolo 23 del testo di Matteo è dovuto anche al rapporto che l’autore di questo vangelo intrattiene con il giudaismo. In tal caso Matteo può aver maggiormente posto l’accento su affermazioni di condanna del Maestro.  Del resto egli scrive il suo Vangelo rivolgendosi ad una comunità giudeo-cristiana vicina a quelle pagano-cristiane, se non addirittura una comunità mista. E, confrontandosi con il giudaismo contemporaneo, questa comunità è interessata alla originalità della vita cristiana, e, insieme, è interessata a mostrare come il cristianesimo è il vero sviluppo della storia d’Israele. 

   Sembra di capire, allora, che, la maggiore vena polemica presente in Matteo rispecchi proprio l’esigenza delle Comunità cristiane a voler distaccarsi definitivamente dal Giudaismo per aderire alla nuova Legge proclamata da Gesù nel discorso della montagna.

   “E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere»”(Mr 12,41-44; cfr. Lc 21,1-4).

   La seconda parte della pericope evangelica mostra Gesù che si siede di fronte al tesoro. Si tratta, secondo la Mishna (raccolta della tradizione e dell’insegnamento rabbinico, n.d.a.), di tredici cassette delle elemosine, ubicate nel cortile detto delle donne, nelle quali mettere le offerte a favore del santuario.  

   E’ qui, probabilmente, anche se il testo non lo dice, che la povera vedova depone la sua piccola, umile offerta, per il Tesoro del Tempio. Un gesto che sfugge ai molti ma non a Gesù che la segue col suo sguardo amorosissimo.

   E allora Gesù, chiamati a sé i discepoli, dice loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere>>.

 

 

LA PROFEZIA DEL TEMPIO ED IL DISCORSO ESCATOLOGICO

   Anche se con diverse sottolineature, il discorso escatologico, o delle cose ultime, è presente in tutti e tre i Vangeli Sinottici. A differenza dell’evangelista Matteo che, nella trama narrativa, presenta in dissolvenza le immagini riguardanti la rovina del Tempio e di Gerusalemme insieme con quelle apocalittiche della fine del mondo, Marco si mostra più fedele al racconto primitivo, soffermandosi sulla caduta della Città Santa.

   “Mentre usciva dal tempio, un discepolo gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non rimarrà qui pietra su pietra, che non sia distrutta»"(Mc 13,1-2).

   Una delle più incantevoli vedute di Gerusalemme è indubbiamente quella di chi guarda la Città santa dalla cima del monte degli Ulivi. Da qui appare ancora più maestosa l’area sulla quale era costruito il Tempio. Un edificio sacro, la cui grandezza e solennità costituiva un motivo d’orgoglio da parte del popolo d’Israele. E allora si può capire quanto fosse importante e centrale il ruolo del Tempio nella vita religiosa di Gerusalemme e di tutto il popolo che si riconduce ad Abramo.

   Tutto questo non fa che rilevare, con maggiore evidenza, come certe espressioni di Gesù di fronte al tempio, ed alla gestione del sacro che avveniva in esso, siano effettivamente motivo di stupore e meraviglia per i suoi ascoltatori, fino ad incidere non poco sulle cause scatenanti della sua condanna a morte.  Infatti, come vedremo più in là nell’interrogatorio del Sinedrio a Gesù, gli verrà imputato di voler distruggere il Tempio: “Noi l’abbiamo udito mentre diceva: «io distruggerò questo tempio...»”(Mc 14,58).

   Sicuramente una profezia del genere contro il Tempio non può essere stata posta sulle labbra di Gesù in un secondo tempo. Si tratta di una presa di posizione troppo netta perché sia attribuita al pensiero delle Chiese primitive. Inoltre la polemica contro il Tempio s’adatta molto bene al periodo storico e sociale che precede la distruzione di Gerusalemme. Non a caso anche nella Comunità di Qumran c’è una forte presa di posizione contro il Tempio e, nello stesso tempo, contro la gestione della vita religiosa e cultuale che avviene in esso.

   Infine, una tale presa di posizione da parte di Gesù non potrebbe essere spiegata verosimilmente dopo gli anni settanta, quando ormai il Tempio non esiste più. La frase di Gesù va inquadrata, invece, nel periodo dell’attività pubblica, e precisamente negli ultimi giorni della sua missione, quindi ben lungi dall’idea di una distruzione di quella che era considerata come una delle sette meraviglie dell’antichità.

   L’atto col quale il Maestro di Nazareth annuncia la fine del Tempio è il normale proseguimento del gesto violento col quale ha scacciato i venditori del tempio, sfasciando, con l’aiuto dei suoi amici, le bancarelle dei cambiavalute, anche se solo nel quarto vangelo, quello di Giovanni, troviamo i due passi collegati.

   Le diverse recensioni sulla profezia del Tempio sono, tra l’altro, l’espressione dello stupore e della meraviglia che provoca Gesù nel dire che l’Edificio Sacro di tutti gli ebrei sarà distrutto. In tutti e tre i Vangeli Sinottici Gesù annuncia la distruzione del Tempio. Ciò nondimeno, in Marco c’è una precisazione. Davanti al Sinedrio Gesù è accusato, qualche giorno dopo la sua profezia sul tempio, di aver detto: “Io distruggerò questo tempio fatto da mani d’uomo e in tre giorni ne edificherò un altro non fatto da mani d’uomo”(Mc 14,58).

   Insomma, tutti e tre i Vangeli Sinottici concordano, seppure con qualche sfumatura, sul fatto che Gesù parli apertamente della distruzione del tempio.

   C’è un’ulteriore testimonianza che preciserebbe il contenuto di questa profezia ed è presente nel Vangelo apocrifo di Tommaso. Nella raccolta dei Detti contenuta in questo Vangelo, è presente anche quello relativo al futuro del Tempio, dove Gesù dice: “Distruggerò questa casa e nessuno potrà riedificarla” (Luigi Moraldi, I vangeli apocrifi, Vangelo copto di Tommaso, Ed. Piemme 1996. Prima edizione, 229). 

   C’è infine la testimonianza del quarto Vangelo, quello attribuito a Giovanni, secondo la quale l’autore spiritualizza il Detto di Gesù e lo riferisce alla vita stessa del Nazareno. Secondo l’evangelista Gesù provoca i suoi avversari dicendo: “Distruggete questo tempio e in tre giorni io lo riedificherò”. Nella prospettiva di Giovanni, il Tempio è Gesù stesso che allude alla sua morte ed alla risurrezione avvenuta dopo tre giorni.

   Supposto che la profezia di Gesù sul Tempio, sia storica, e cioè veramente attribuita alla sua persona, noi ci chiediamo ora: “A cosa veramente fa riferimento Gesù quando parla della distruzione del Tempio?”.

   Come già accennato, il mondo sociale, politico e religioso Palestinese del primo secolo, particolarmente quello degli anni 30 in poi, è in continua fibrillazione. Ad una perenne insoddisfazione dovuta al carattere fortemente nazionalistico del popolo ebraico, che mal sopporta il dominio di Roma, occorre aggiungere il crescente sentimento di attesa, da parte del popolo, ma particolarmente di alcuni gruppi religiosi come gli Esseni, di un imminente Regno Messianico. A ciò va aggiunta una sempre maggiore insoddisfazione, specialmente da parte delle classi più umili e povere, per come la Fede dei padri viene gestita  dallo strapotere dei partiti, come quello potente dei Sadducei, amico (volente o nolente) di Roma; o come quelli degli scribi, dei farisei, e degli Erodiani.     A rendere ancora più  effervescente la salsa politico-religiosa della società ebraica, ci sono, poi, le teste calde dei Zeloti, dei briganti, degli insofferenti ad ogni tipo di autorità.

   D'altra parte, a Qumran, presso il mar Morto, c’è una fiorente comunità religiosa che vive in fervente aspettazione del Giorno di Jahvé.  E’ una comunità in polemica con le istituzioni ufficiali del giudaismo e che tra l’altro considera, il Tempio di Gerusalemme, profanato da un sacerdozio indegno, infedele alla legge di Mosé e alle norme della vera liturgia” (S. Garofalo, Gerusalemme/Sion, in Nuovo Dizionario di Teologia Biblica, Ed. Paoline 1988, seconda edizione, pag. 589).

   Questo movimento di religiosi che risiedono nel deserto, vive l’attesa di una definitiva, apocalittica, Guerra Santa contro tutti i mali di questa terra.  E proprio per tale ragione i membri di questo movimento religioso, col quale il Battista e probabilmente lo stesso Gesù, come suo primo discepolo, sono venuti certamente in contatto, praticano un regime di estrema purezza religiosa, preparandosi, nel deserto, nella “perfezione della via” e nello “zelo per la legge per il giorno della vendetta”(Cfr. Robert Eisenman - Michael Wise, Manoscritti segreti di Qumran, Edizione Italia a cura di Elio Jucci, Ed. Piemme, X Edizione 1999, 12).

   In questo clima di perenne fibrillazione religiosa, sociale e politica, Gesù si trova ad operare, rinnovando dal di dentro la fede ebraica ed a conferire ad essa un Ethos, una norma di vita, che, sebbene sia anche presente nei libri sacri, con lui assume un valore assoluto, unico e originale. Se da una parte il suo insegnamento è vicino agli umili, ai derelitti, agli anawim, ai peccatori della società ebraica, dall'altra Egli affonda il dito sulla piaga di un mondo religioso vecchio, stantio ed asfittico, imprigionato dai mille tentacoli burocratici di una Legge che è più figlia della tradizione farisaica che dell'autentico spirito del Sinai. E allora Gesù annuncia con la fine del Tempio, l’epilogo della religiosità cultuale ebraica, il termine del potere sacerdotale del Tempio, la fine del vecchio mondo religioso ebraico fatto di ostentazione e di ipocrisia.

    Certamente, però, nel cuore dell'ebreo Gesù non c’è solo l’idea della distruzione, ma anche quella della rinascita, di una nuova catarsi, della rigenerazione della vita religiosa. Non sono pochi gli studiosi che pensano al Gesù storico come ad un Riformatore del mondo religioso ebraico, come ad un Rabbi che ha voluto imprimere alla Storia d’Israele una ventata di freschezza e di spiritualità, oltre che di universalità. Proprio come gli antichi profeti.

 

Panorama di Gerusalemme dal monte degli Ulivi

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   “Mentre era seduto sul monte degli Ulivi, di fronte al tempio, Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea lo interrogavano in disparte: «Dicci, quando accadrà questo, e quale sarà il segno che tutte queste cose staranno per compiersi?». Gesù si mise a dire loro: «Guardate che nessuno v’inganni! Molti verranno in mio nome, dicendo: “Sono io”, e inganneranno molti. E quando sentirete parlare di guerre, non allarmatevi; bisogna infatti che ciò avvenga, ma non sarà ancora la fine. Si leverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno terremoti sulla terra e vi saranno carestie. Questo sarà il principio dei dolori. Ma voi badate a voi stessi! Vi consegneranno ai sinedri, sarete percossi nelle sinagoghe, comparirete davanti a governatori e re a causa mia, per render testimonianza davanti a loro. Ma prima è necessario che il vangelo sia proclamato a tutte le genti. E quando vi condurranno via per consegnarvi, non preoccupatevi di ciò che dovrete dire, ma dite ciò che in quell’ora vi sarà dato: poiché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo. Il fratello consegnerà a morte il fratello, il padre il figlio e i figli insorgeranno contro i genitori e li metteranno a morte. Voi sarete odiati da tutti a causa del mio nome, ma chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato»“(Mc 13,3-13; cfr. Mt 24,3-14 Lc 21,7-18).

   In questa prima parte del discorso escatologico Gesù viene interpellato dai discepoli sul “come” e sul “quando” avverrà la fine di Gerusalemme. Ma, come si evince dal testo, egli non esaudisce la loro curiosità, ma li prepara ad affrontare sofferenze  di ogni specie. 

   L’evangelista Marco sembra tener presente, nella redazione di questo testo che ha già una base precedente, le sofferenze patite dalle comunità cristiane, come forse quella di Roma. E allora è probabile che abbia inserito proprio per queste comunità i seguenti versetti: “Ma prima è necessario che il Vangelo sia proclamato a tutte le genti. E quando vi condurranno via per consegnarvi, non preoccupatevi di ciò che dovrete dire, ma dite ciò che in quell’ora vi sarà dato: poiché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo”(Mc 13,10-11).

   Poi il discorso torna nuovamente sulla caduta di Gerusalemme, che secondo molti studiosi, nel momento in cui Marco scrive questo Vangelo, sarebbe già avvenuta, oppure sta accadendo or ora. Noi, invece, crediamo che questa profezia appartenga propriamente al Gesù storico ed al periodo culminante della sua missione. Non solo Marco potrebbe aver scritto il suo Vangelo molto prima del 70 d.C., ma l’idea di una caduta di Gerusalemme, del crollo del vecchio mondo e di un giorno apocalittico nel quale Dio si sarebbe manifestato nella gloria del Messia, è fortemente presente già nella prima metà del primo secolo. Anche nella storia antica, più volte Gerusalemme era stata verbalmente aggredita da profeti per aver rinnegato il suo Dio. Basta leggere le profezie di Ezechiele (Ez 9,9; 14,2) e Geremia (Ger 6,2-8; 39,16) per rendersene conto. Nella Comunità di Qumran del primo secolo, il tempo in cui vive ed opera Gesù, si vagheggia una nuova Gerusalemme con un nuovo tempio nel quale “poter rendere a Dio un culto correttamente ordinato”(S. Garofalo, Gerusalemme/Sion, in Nuovo Dizionario di Teologia Biblica, Ed. Paoline 1988, seconda edizione, pag. 590).

   C’è un testo significativo della Biblioteca di Qumran che merita attenzione in quanto ha dei paralleli stilistici con la “piccola apocalisse” del Nuovo Testamento, dove Gesù predice la distruzione di Gerusalemme:

   “[Vi sarà violenza e grandi [mali]. Oppressione verrà sulla terra. (I) Popoli faranno guerra] e (le) battaglie si moltiplicheranno tra le nazioni, [fino a quando si leverà il Re del popolo di Dio. Egli diverrà] il Re di Siria e dell’[Egitto. [Tutti i popoli lo serviranno], ed egli diverrà [gr]ande sulla terra. [ ...Tutti far]anno [pace] e tutti [lo] serviranno. Egli verrà chiamato [figlio del Gr]ande [Dio]; dal suo nome verrà designato”(Il Figlio di Dio)(4Q 246) in Robert Eisenman - Michael Wise, Manoscritti segreti di Qumran, Edizione Italia a cura di Elio Jucci, Ed. Piemme, X Edizione 1999, 68, ).

   Un testo che probabilmente Gesù conosce, e che dimostra come fosse presente in Israele (di cui Qumran rappresenta un interessante laboratorio religioso non del tutto separato dalla religiosità del popolo) l’idea di un cambiamento radicale della Storia  accompagnato dalla manifestazione gloriosa del Messia. Ma leggiamo quest'altro testo, tratto dal vangelo di Marco, e che respira fortemente l'attesa di questo cambiamento:

   “Quando vedrete l’abominio della desolazione stare là dove non conviene, chi legge capisca, allora quelli che si trovano nella Giudea fuggano ai monti; chi si trova sulla terrazza non scenda per entrare a prender qualcosa nella sua casa; chi è nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni! Pregate che ciò non accada d’inverno; perché quei giorni saranno una tribolazione, quale non è mai stata dall’inizio della creazione, fatta da Dio, fino al presente, né mai vi sarà. Se il Signore non abbreviasse quei giorni, nessun uomo si salverebbe. Ma a motivo degli eletti che si è scelto ha abbreviato quei giorni. Allora, dunque, se qualcuno vi dirà: “Ecco, il Cristo è qui, ecco è là”, non ci credete; perché sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno segni e portenti per ingannare, se fosse possibile, anche gli eletti. Voi però state attenti! Io vi ho predetto tutto.

   In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore e gli astri si metteranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. Dal fico imparate questa parabola: quando gia il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte.

   In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre. State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. E‘ come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!>> „(Mc 13,14-37; Mt 24, 15-51 Lc 21,20-36).

   I primi versetti di questo brano si riferiscono alla caduta di Gerusalemme che, secondo alcuni studiosi, tra cui quelli che appartengono all’esegesi di moda, avviene nel periodo in cui Marco scrive il suo Vangelo, quindi intorno al 69-70 d.C.  Gli avvertimenti sembrano proprio quelli adatti per le situazioni drammatiche che si vivono prima e dopo un assedio, anche se noi non condividiamo questa datazione “tardiva” del Vangelo di Marco. Certamente quando scrive il suo Vangelo, i discepoli di Gesù sono già sparsi per il mondo antico e non è improbabile che l'evangelista non sia al corrente di quadri drammatici e funesti che turbano profondamente il cammino delle giovani Chiese di Cristo. Quindi Marco può anche essere stato influenzato dalle drammatiche vicende storiche che si sono intrecciate con lo sviluppo delle prime Comunità cristiane, innestando le sue particolari riflessioni sul nucleo storico del discorso di Gesù, relativo alla fine del Tempio ed alla distruzione di Gerusalemme. Insomma il discorso escatologico, quello cioè delle cose ultime, mostra una grande complessità di temi incentrati sulla fine di Gerusalemme, sulla fine del mondo ebraico e, perché no, sulla fine del mondo attuale seguita dall’avvento del Messia. Questo è, in breve, il contenuto del discorso nel quale alle parole di Gesù si sono miscelate idee, espressioni e temi dei redattori evangelici.

   Alcuni studiosi pensano che Gesù si sia sbagliato nel credere ad una fine imminente del mondo. Del resto le parole di Gesù erano così sentite in alcune comunità cristiane, come in quella dei Tessalonicesi, gli abitanti dell’attuale Salonicco, che era  così viva l'attesa della fine del mondo che alcuni si rifiutavano di lavorare(2Tes 3,10).

   Noi, invece, ben sapendo quanto durature siano ancora le profezie di Gesù in riguardo al Tempio di Gerusalemme, a Cafarnao, a Corazin, a Betsaida, distrutte e non più ricostruite, diversamente da Tiro e Sidone, salvate nel suo giudizio (Cfr Mt 11,21; Lc 10,13), e che tuttora sono città vive ed abitate, vogliamo pensare che il discorso della fine, fatto da Gesù, sia rivolto solo a Gerusalemme, al Tempio ed alla fine del mondo ebraico, per per ogni pio ebreo, potrebbe equivalere alla fine di tutto, alla fine di ogni certezza, di ogni stabilità, all’inizio di quella che è e sarà per duemila anni l’odissea della Diaspora ebraica.

   Al pensiero di Gesù concernente la fine del mondo ebraico, seppure arricchito e reso iperbolico dal linguaggio apocalittico in voga nel suo tempo, i redattori evangelici hanno certamente aggiunto materiale proprio, nel quale hanno rielaborato le esperienze dolorose e drammatiche di molte Comunità cristiane primitive.

   Non bisogna dimenticare che Gesù ha fatto il discorso escatologico in prossimità della sua morte.  Egli ha voluto preparare i suoi amici e discepoli ad un futuro di sofferenza dietro il quale già si comincia a delineare il ritorno del Padrone. Il suo invito a vegliare non è che l’invito ai suoi amici, ai discepoli, ed a coloro che verranno dopo, a confrontarsi con il suo insegnamento e la sua Parola, senza perdere di vista il momento in cui Egli verrà. E finalmente sarà la fine del dolore e l’inizio della gioia. Sentimenti, questi, che saranno presenti nella Comunità degli apostoli alcuni giorni dopo questo discorso, quando faranno l’esperienza della morte e risurrezione del Signore.

 

L’UNZIONE DI BETANIA

     Siamo nelle ore immediatamente precedenti l’ultima Cena di Gesù con i suoi amici.  Ed il testo del Vangelo di Marco che introduce il capitolo 14, annuncia che mancano due giorni alla Pasqua e Gesù si trova al centro di un complotto ordito dai sommi sacerdoti e dagli scribi. Essi vogliono ucciderlo, ma non durante la Festa, per non provocare un tumulto di popolo. Questa intenzione di eliminare Gesù è presente in tutti i tre i Vangeli Sinottici. Non solo, ma anche il Vangelo di Giovanni che mostra dei validi caratteri di storicità in alcune su parti, concorda con Marco 14,1, in riguardo all’uccisione di Gesù. 

   A volere l'eliminazione del Rabbi di Galilea sono gli stessi sommi sacerdoti, certamente appartenenti al partito dei Sadducei, e gli anziani del popolo, come attesta Matteo (Mt 26,3). 

   In Luca sono i sommi sacerdoti e gli scribi, così come in Marco. Insomma, perlomeno in questi tre Vangeli, i Romani non vengono menzionati nel progetto ordito contro Gesù.

   E lui, Gesù, dove sta?  E’ a Betania, l’odierna El Azaryja, dove, secondo le testimonianze evangeliche di Marco e Matteo,  è invitato in casa di Simone il Lebbroso.  E qui facciamo parlare il brano evangelico di Marco, attestato in sostanza, anche da Matteo:

   “Mancavano intanto due giorni alla Pasqua e agli Azzimi e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di impadronirsi di lui con inganno, per ucciderlo. Dicevano infatti:  «Non durante la festa, perché non succeda un tumulto di popolo».  Gesù si trovava a Betània nella casa di Simone il lebbroso. Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul suo capo. Ci furono alcuni che si sdegnarono fra di loro:  «Perché tutto questo spreco di olio profumato? Si poteva benissimo vendere quest’olio a più di trecento denari e darli ai poveri!».  Ed erano infuriati contro di lei. Allora Gesù disse:  «Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un’opera buona; i poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre. Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto». Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai sommi sacerdoti, per consegnare loro Gesù. Quelli all’udirlo si  rallegrarono e promisero di dargli denaro. Ed egli cercava l’occasione opportuna per consegnarlo”(Mc 14, 1-11; Cfr. Mt  26,3-11)

   E’ doveroso precisare che, diversamente da Marco e Matteo, l’evangelista Luca registra un episodio analogo, avvenuto, però, in un luogo della Galilea, quindi a nord della Palestina, e nella casa di Simone il fariseo. Strana questa concordanza nel nome di colui che ospita Gesù e che potrebbe far pensare a qualche errore di ambientazione da parte di Luca, visto che Matteo e Marco sono concordi nell’ambientare il fatto a Betania, a sud della Palestina, ad un tiro di schioppo da Gerusalemme. La narrazione di Luca, però, ha il medesimo intreccio di quella di Matteo e Marco. Sono identici, nel nome, coloro che ospitano Gesù per pranzo,  così come il personaggio che unge Gesù è una donna – in Luca peccatrice, negli altri due non è definita tale. In Marco e Matteo c’è l’indignazione dei discepoli, per il valore del profumo. In Luca è Simone che si indigna. Eppoi la difesa della donna da parte di Gesù.

   Il quarto evangelista, invece, ambienta pure lui l’episodio a Betania, in una casa non specificata che potrebbe essere l’abitazione di Lazzaro e Marta. Anche qui giunge una donna, Maria di Betania, che unge i piedi di Gesù con un profumo preziosissimo, il Nardo, asciugandoli, poi, con i propri capelli. Stavolta chi si indigna è Giuda il traditore.

   Diversamente da Matteo e Marco che ambientano l’episodio due giorni prima della passione – mentre Luca lo situa durante il ministero di Gesù in Galilea, Giovanni presenta la scena sei giorni prima della passione del Maestro. Insomma, in un certo senso, il quarto evangelista è abbastanza conforme alla tradizione di Matteo e Marco. 

   Certamente siamo nell’imminenza della festa principale degli ebrei: la Pasqua e Gesù si trova al centro di un complotto macchinato dai sommi sacerdoti e dagli scribi, ormai decisi ad ucciderlo. Ma la loro intenzione di eliminare il Maestro di Nazareth è legata all’interesse di prendere Gesù senza incorrere nella furia popolare, come introduce l’evangelista Marco. Gesù si trova a Betania, una cittadina situata sul declivio orientale del monte degli Ulivi, e dista circa tre chilometri da Gerusalemme.  Mentre sta mangiando in casa di un certo Simone il lebbroso – come testimoniano Marco e Matteo - giunge una donna con un vasetto di alabastro contenente un profumo costosissimo. Appena si trova al cospetto del maestro, la donna versa il profumo, preziosissimo Nardo, sul suo capo. Ma “Ci furono alcuni che si sdegnarono fra di loro:  «Perché tutto questo spreco di olio profumato? Si poteva benissimo vendere quest’olio a più di trecento denari e darli ai poveri!».  Ed erano infuriati contro di lei. Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un’opera buona; i poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre. Essa ha fatto  ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità vi dico  che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto»( Mc 14,3-9).

   Marco non menziona il nome di coloro che si indignano per il fatto che questa donna ha speso tanti soldi per comprare il profumo di Nardo. Matteo, invece, fa capire che si tratta di alcuni discepoli.  Nel quarto Vangelo, quello scritto per ultimo e che è attribuito a Giovanni, a sdegnarsi è uno solo: Giuda Iscariota, quello che lo avrebbe tradito. Manco a farlo apposta, dopo le parole di Gesù, anche dal testo di Marco trapela il nome di Giuda Iscariota: “Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai sommi sacerdoti, per consegnare loro Gesù. Quelli all’udirlo si rallegrarono e promisero di dargli denaro. Ed egli cercava l’occasione opportuna per consegnarlo”(Mc 14, 10-11).

   Certamente Giuda Iscariota, che è quello che tiene la cassa della comunità itinerante di Gesù, non accetta che tanti soldi – trecento denari, con i quali si può pagare il salario per un anno di lavoro -  possano essere spesi per un profumo sparso sul capo del Maestro. Ma il gesto della donna è ben accetto dal Maestro ed è interpretato come un segno che anticipa la sua sepoltura.  Non a caso l’episodio viene inserito proprio all’inizio dell’evento della passione ed è utilizzato dagli agiografi, coloro che scrivono i Vangeli, per preparare gli ascoltatori della Parola alla contemplazione del mistero della passione e morte del Nazareno, come sembra confermare il testo di Matteo: “Perché infastidite questa donna? Essa ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi, me, invece, non sempre mi avete. Versando questo olio sul mio corpo, lo ha fatto in vista della mia sepoltura”(Mt 26,10-12).

   In una società profondamente maschilista e misogina, come quella ebraica, l’atteggiamento misericordioso verso la donna, non solo dimostra che per Gesù non esistono pregiudizi e discriminazioni di sorta, ma che, col suo gesto di tenerezza e di amore,  la donna di Betania anticipa simbolicamente i giorni della passione e morte del Rabbi di Nazaret, ungendo i suoi capelli con il profumo di Nardo, ma anche il suo cuore di profeta incompreso con un affetto che appartiene di diritto alla primogenitura dell’amore di Dio. Anche se questa si riversa su un’anima in pena o un’anima in peccato. Per Dio non esistono discriminazioni di sorta.

   L’atteggiamento storico di Gesù verso la donna dimostra che, nonostante tutti i pregiudizi, la donna ha un ruolo non marginale nel piano della  salvezza.  Un ruolo che non va sminuito. Un ruolo di servizio, di umiltà e di tenerezza. Un ruolo insostituibile che le appartiene di diritto.

 

   ALLA SCOPERTA DI GESU' DI NAZARETH

 

La storicità di Gesù Nazareth
Betlemme La Famiglia di Nazareth
Il primo annuncio Il luogo della Missione
La lingua parlata da Gesù I miracoli
Gesù il Profeta Gesù rivela il Padre
Gesù fa conoscere l'amore del Padre Il Buon Pastore
La Via della Croce La preghiera di Gesù
Il Padre nostro Gesù e le donne
Lasciate che i piccoli... Il nuovo Popolo di Dio
Gesù e Mammona Beati i poveri in spirito
Gesù e l'ambiente giudaico La psicologia di Gesù
L'elezione degli apostoli e dei discepoli La missione tra i pagani
Il "Figlio dell'uomo" Le parabole
Gesù, Maestro di sapienza Gesù e la Scrittura
La famiglia e il parentado Il suo "Pane"
Gesù esorcista Gesù di fronte ai peccatori
Le parabole della misericordia Le controversie Galilaiche
La crisi in Galilea La Trasfigurazione
Gerusalemme La Cena dell'addio
La Passione  Risurrezione - prima parte
Risurrezione - seconda  parte Gesù Cristo uomo Dio

 

 

 

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