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Le controversie in Galilea

    Il ministero di Gesù in Galilea, cominciato con successi rilevanti, giunge ad una fase delicata e veramente difficile per lui e per la sua comunità.

   Io cito spesso il Vangelo di Marco in questo cammino di ricerca sulla storicità di Gesù, perché è il più arcaico dei vangeli canonici, e quindi il più vicino al Gesù originale. Ed è proprio Marco a presentare cinque controversie la cui storicità non può essere messa in dubbio, anche se appare probabile che queste dispute possano essere avvenute in vari momenti della vita pubblica del Maestro e che, quindi, Marco le abbia raccolte e messe insieme nella sua narrazione.

   La prima controversia, avvenuta a Cafarnao, la città di Gesù, è attestata anche da Matteo e Luca (Cfr. Mt 9,1-8; Lc 5,17-26).

   “Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dov’egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono il lettuccio su cui giaceva il paralitico.

   Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati». Seduti là erano alcuni scribi che pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?».  Ma Gesù, avendo subito conosciuto nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate così nei vostri cuori? Che cosa è più facile: dire al paralitico: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati, ti ordino - disse al paralitico - alzati, prendi il tuo lettuccio e và a casa tua».  Quegli si alzò, prese il suo lettuccio e se ne andò in presenza di tutti e tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!»” (Mc 2,3-12).

   Secondo alcuni studiosi la discussione tra Gesù e gli scribi sarebbe stata inserita solo successivamente nel racconto del miracolo. Secondo un’altra ipotesi, invece, l’unità dell’episodio è storicamente valida, nel senso che insieme al miracolo della guarigione del paralitico, è presente anche il dialogo di Gesù con gli scribi.

   Alla scena sono presenti gli scribi ed i dottori della Legge. Per loro la frase di Gesù: “Ti sono rimessi i peccati” ha il valore di una bestemmia, perché solo Dio può togliere i peccati. E invece, con la guarigione del paralitico Gesù dimostra che Dio è con Lui.

   Ma veniamo alla seconda controversia:

  "Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli li ammaestrava. Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Egli, alzatosi, lo seguì.  Mentre Gesù stava a mensa in casa di lui, molti pubblicani e peccatori si misero a mensa insieme con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi della setta dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Come mai egli mangia e beve in compagnia dei pubblicani e dei peccatori?».    Avendo udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori»(Mc 2,13-17; Cfr. Mt 9,9 ss.; Lc  5,27-28 ss.).

   Questo brano evangelico, come quello precedente, è pure certificato dalla triplice attestazione dei vangeli sinottici, anche se io, ovviamente, preferisco il testo di Marco. A dare alla pericope una indubbia validità storica è non solo la molteplice attestazione, e cioè il fatto che essa sia presente in tutti e tre i vangeli sinottici, ma anche il fatto che Gesù mangi con i peccatori e con i pubblicani, gli esattori delle tasse considerati grandi peccatori agli occhi del popolo e dei farisei.

   Non è assolutamente pensabile, né per un rabbino, né per un profeta, titoli entrambi attribuiti a Gesù, mangiare con i peccatori ed i pubblicani. Questo atto del Maestro, narrato dai Vangeli Sinottici, ha una valida garanzia della sua autenticità storica (Cfr. Pius-Ramon Tragan, La Preistoria dei Vangeli, tradizione cristiana primitiva, Ed. Servitium, 86). 

   Se poi, a questi criteri se ne aggiunge un altro, quello di coerenza, manifestato dalla concordanza tra i qriteri precedenti: quello della concorde narrazione sui tre vangeli e quella della discontinuità del comportamento di Gesù rispetto all'ambiente religioso ebraico, abbiamo una fondata testimonianza della storicità di questo comportamento aperto, amichevole, di Gesù verso i peccatori.

   Data, allora, una certa garanzia dell’attendibilità storica del racconto evangelico, passiamo al suo contenuto. Per gli scribi ed i farisei, il fatto che Gesù, considerato Rabbi ed uomo pio, mangi con i pubblicani ed i peccatori suona indubbiamente come un pugno nell’occhio, un fatto paradossale e scandaloso. Ma essi non hanno il coraggio di affrontare il Maestro, e allora se la prendono con i suoi discepoli che, a loro volta, lo confidano a Gesù.  La sua risposta non si fa attendere: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mc 2,17; cfr. Matteo 9,12-13).

   Di fronte a quest’atteggiamento del Maestro, i farisei reagiscono a modo loro, affibbiandogli due titoli spregiativi: “Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori” (Mt 11,19).       Crediamo di trovarci, in questo contesto, di fronte a degli epiteti realmente scaturiti dal cuore dei farisei. E’ certo che queste parole offensive nei confronti di Gesù non possono essere state create dai discepoli, né dagli evangelisti, né dalle primitive comunità cristiane.

  Ciò che preme a noi, in questa ricerca storica, è cercare il vero volto di Gesù, quello autenticamente vissuto duemila anni fa. E questi concetti espressi qui sono abbastanza plausibili del Gesù storico, mostrandocelo, nella fase centrale della sua missione, quando egli rivolge l’attenzione ai pubblicani e ai peccatori. Nessuno viene escluso dal regno di Dio. Quella di Gesù è un’escatologia di perdono, più che di giudizio “(Cfr. Pius-Ramon Tragan, La Preistoria dei Vangeli, tradizione cristiana primitiva, Ed. Servitium, 92). 

  Non appare difficile vedere, in questo contegno assolutamente originale, sublime, misericordioso, il volto del «Dio ricco di misericordia» (Ef 2,4).

  “...Divenendo per gli uomini modello dell’amore misericordioso verso gli altri, Cristo proclama con i fatti ancor più che con le parole quell’appello alla misericordia, che è una delle componenti essenziali dell’«ethos del Vangelo». In questo caso non si tratta solo di adempiere un comandamento o una esigenza di natura etica, ma anche di soddisfare una condizione di capitale importanza, affinché Dio si possa rivelare nella sua misericordia verso l’uomo: «I misericordiosi... troveranno misericordia» (Giovanni Paolo II, Enciclica Dives in Misericordia II, 3).

   La terza controversia verte sul digiuno, una pratica divenuta ascetica e formalista al tempo di Gesù. E’ molto probabile che siano stati i discepoli di Giovanni Battista a muovere l’obiezione sulla mancanza di questa pratica nella vita della comunità di Gesù. Anche se poi i farisei hanno perseverato su questa accusa che non ha toccato, più di tanto, il Rabbi di Nazareth:

   "Ora i discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Si recarono allora da Gesù e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?».  Gesù disse loro: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare.  Ma verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno. Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un vestito vecchio; altrimenti il rattoppo nuovo squarcia il vecchio e si forma uno strappo peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino spaccherà gli otri e si perdono vino e otri, ma vino nuovo in otri nuovi»" (Mc 2,18-22; cfr. Mt 9,14-17; Lc  5,33-39).

   Gesù risponde sostenendo che i suoi discepoli non sono tenuti a digiunare, in quanto lo sposo è con loro.  Infatti non si può digiunare in un banchetto di nozze e, nel mondo ebraico, il banchetto è una vera Festa (cfr Ger 16,9); una grande festa che può durare finanche una o due settimane. Certamente gli interlocutori di Gesù non comprendono appieno la portata della sua affermazione in riguardo allo “Sposo”, immagine che Gesù, in modo sottinteso, afferma di identificare, assimilando, nel contempo, i suoi discepoli agli invitati alle nozze.

   Gesù s’identifica nell’immagine dello Sposo. Dieci volte, nei Vangeli, Gesù si presenta con quest’attributo Divino, perché è un tema molto presente nella Bibbia, particolarmente nei libri profetici.  Osea vede la storia degli ebrei come una storia d’amore, sponsale: quella di Dio (Sposo) per il suo popolo, Israele (sposa).  Un filone che sarà toccato anche da Geremia, Ezechiele, Isaia; e che pone plasticamente in risalto l’amore e la tenerezza di Dio Sposo con Israele sposa.  E’ uno dei temi di fondo di tutta la Storia della Salvezza, se è vero che non solo Gesù ha fatto sua l’immagine dello Sposo, rivendicando in filigrana la sua Divinità, in parallelismo con il rapporto nuziale Dio-Israele, ma che tutta la Cristianità vede ormai il rapporto con lui, come un rapporto sponsale, un rapporto d’amore nella forma più pura, spirituale e sacramentale. E la mistica ha dato un grande contributo a questo tema, sviluppando in modo sublime la riflessione del libretto biblico dell’amore: Il Cantico dei Cantici.

   Gesù continua : “verranno i giorni in cui sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno”.  In questa frase che qualche studioso considera come un commento posteriore della comunità cristiana primitiva (cfr. Giuseppe Segalla, Le controversie Galilaiche, in Storia di Gesù, Ed. Rizzoli, vol. 3, 876.), è evidente il riferimento alla passione e morte, cui Gesù allude velatamente.

   In realtà Gesù stesso ha digiunato (Mc 4,2; Lc 4,2), raccomandando questa pratica come mezzo per rafforzare la preghiera (Mt 17,21; cfr At 13,3; 14,23). La differenza del digiuno richiesto da Lui rispetto a quello praticato dai discepoli del Battista e dai farisei, sta nella non ostentazione di tale pratica, come invece avviene nel mondo religioso giudaico.

   La quarta controversia scaturisce da un gesto compiuto dai discepoli di Gesù in giorno di sabato, lo Shabbat, giorno in cui ci si astiene dal lavoro.

   In giorno di sabato Gesù passava per i campi di grano, e i discepoli, camminando, cominciarono a strappare le spighe. I farisei gli dissero: «Vedi, perché essi fanno di sabato quel che non è permesso?».  Ma egli rispose loro: «Non avete mai letto che cosa fece Davide quando si trovò nel bisogno ed ebbe fame, lui e i suoi compagni? Come entrò nella casa di Dio, sotto il sommo sacerdote Abiatàr, e mangiò i pani dell’offerta, che soltanto ai sacerdoti è lecito mangiare, e ne diede anche ai suoi compagni?». E diceva loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato» (Mc 2,23-28; cfr. Mt 12,1-8; Lc 5,33-39).

   Quella di Gesù è una comunità itinerante, un gruppo di persone che attraversa in lungo ed in largo la Palestina, in modo particolare la Galilea. In questa intensa attività itinerante non sempre capita di essere ospitati da amici e persone disposte a dar da mangiare a Gesù ed ai discepoli che sono con lui. Certe volte il gruppo soffre la fame e per sfamarsi ricorre alla frutta degli alberi che incontrano lungo il cammino, oppure si pone a spigolare nei dei campi di grano.  Consuetudine permessa dalla Scrittura, questa; fuorché di sabato, che è il giorno in cui non bisogna lavorare, né scrivere, né viaggiare, né camminare per molto. Il gesto dei discepoli di Gesù, di prendere le spighe e mangiarne i grani, è equiparato al “mietere e trebbiare”, “due lavori esplicitamente contemplati tra i 39 proibiti in giorno di sabato. Quindi l’intervento dei farisei aveva carattere ammonitorio. Proprio perché la violazione del sabato è proibita con la minaccia della lapidazione (Sanhedrin 7,4), bisogna avvertire l’interessato di modo che si fosse sicuri che agisse «deliberatamente»”(Cfr. Giuseppe Segalla, Le controversie Galilaiche, in Storia di Gesù, Ed. Rizzoli, vol. 3, 876.).

   Anche qui Gesù si pone in antitesi rispetto alla prassi giudaica, replicando con la citazione di un altro passo biblico nel quale si ricorda di Davide che trovandosi nel bisogno si sfama mangiando i pani dell’offerta del tempio insieme ai suoi compagni. Cosa proibita, ovviamente, perché soltanto i sacerdoti possono mangiare tali pani. Nell’idea di Gesù, come si evince anche dal brano presentato, «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato». 

   Anche se nel mondo ebraico qualche rabbino aveva già preso posizione contro l’abuso delle norme restrittive sullo Shabbat, il sabato, Gesù osteggia apertamente tale istituzione (oltre al brano sopra citato cfr. pure: Lc 13.15 ss.; 14,5; Gv 5,10 ss. Etc.), attaccando perfino le fondamenta teologiche del sabato allorché pronuncia queste parole rivoluzionarie: “Mio Padre lavora sempre” (Gv 5,17), affermando, quindi, che il Padre Celeste, lavora sempre, anche di sabato.

   Quest’atteggiamento di Gesù mostra una discontinuità del suo sentire con la mentalità religiosa ebraica. Un sentimento che non può essere spiegato con una riflessione dell’evangelista o delle primitive comunità, ma solo con il reale comportamento del Nazareno. Questa considerazione, unita alla tradizione quasi conforme dei sinottici e del quarto vangelo, conferisce al comportamento di Gesù qui considerato, delle valide attendibilità storiche.

   Infine, il termine “Figlio dell’uomo” utilizzato da Gesù è, come afferma Giuseppe Segalla, riferito all’essere umano e non al titolo Cristologico del Figlio dell’uomo. Infatti “in aramaico  «figlio dell’uomo» può significare semplicemente «uomo»; e «signore» si riferiva all’uomo come padrone del sabato. L’uomo, quindi, non è signore solo della creazione compiuta nei primi sei giorni, ma anche del sabato, creato da Dio al settimo giorno. Tutto è creato per l’uomo, anche il sabato. La comunità cristiana, però, sostituirà presto questo detto di Gesù dal significato antropologico a quello cristologico, interpretando «Figlio dell’uomo» e «Signore» come titoli specifici riferiti a Gesù, e tali da giustificare la sua sovranità sul sabato (Cfr. Giuseppe Segalla, Le controversie Galilaiche, in Storia di Gesù, Ed. Rizzoli, vol. 3, 880.).

    La quinta controversia riguarda una guarigione operata da Gesù in giorno di sabato e riportata da tutti e tre i vangeli sinottici, anche se noi, qui, preferiamo la versione di Marco:

   "Entrò di nuovo nella sinagoga. C’era un uomo che aveva una mano inaridita, e lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato per poi accusarlo. Egli disse all’uomo che aveva la mano inaridita: «Mettiti nel mezzo!».  Poi domandò loro: «E‘ lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?». Ma essi tacevano. E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse a quell’uomo: «Stendi la mano!». La stese e la sua mano fu risanata.  E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire" (Mc 3,1-6; Cfr Mt 12,9-14; Lc 6,6-11).

   E’ lo Shabbat, il Sabato, giorno in cui il lavoro è vietato, così com’è proibito perfino assistere un malato oppure guarirlo.  All’uomo che ha la mano inaridita, Gesù chiede di mettersi in mezzo all’assemblea raccolta nella sinagoga. Poi, chiede a tutti se è lecito, in giorno di sabato, “Fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?”. I farisei e gli Erodiani (quest'ultimi sono persone politiche che sostengono il regime d’Erode), non rispondono alla provocazione.

   In Matteo sono i farisei a chiedere a Gesù se è “permesso curare di sabato”. Luca preferisce seguire, invece, la versione di Marco, la più antica, quella che abbiamo letto, omettendo però, al pari di Matteo, il duplice sentimento di Gesù di fronte all’atteggiamento dei farisei. Solo in Marco noi troviamo la seguente affermazione: “E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori...”.

   Un chiaro indizio dei reali sentimenti provati da Gesù nei confronti dei farisei e che Marco ha manifestato senza remore, al contrario degli altri evangelisti che si sono preoccupati di sfumare tale impulso nella redazione dei loro vangeli.

   L’episodio è considerato, dagli studiosi, come un apoftegma, vale a dire: “una forma particolare di racconto miracoloso che appare collegato con una solenne affermazione di Gesù: un detto importante a livello cristologico e soteriologico” (Cfr. Pius-Ramon Tragan La Preistoria dei Vangeli, tradizione cristiana primitiva, Ed. Servitium, 119) (Altri apoftegmi sono presenti nei seguenti brani: Lc 13,10-17; 14,1-6).

   Alcuni studiosi considerano tale tipo di racconti come elementi non storici. Secondo loro, i miracoli narrati in essi, come quello della guarigione della mano inaridita, altro non sarebbero che un’illustrazione creata dalla comunità palestinese, da utilizzare all’interno della polemica con i farisei (Cfr. Pius-Ramon Tragan La Preistoria dei Vangeli, tradizione cristiana primitiva, Ed. Servitium, 119).

   D’altra parte a noi interessa scoprire il Gesù che sta dietro i Vangeli, quello storico, realmente vissuto duemila anni fa. E se il miracolo della guarigione della mano arida può lasciare qualche dubbio negli studiosi, il detto di Gesù collegato a tale episodio è sicuramente verosimile, autentico, anche perché in aggiunta a quanto detto ora, esso è testimoniato dalla triplice attestazione dei tre evangelisti, di cui Marco è sicuramente quello più primitivo. Sommando, poi, un’altra considerazione appoggiata al criterio della discontinuità, nel senso che l’atteggiamento di Gesù è manifestamente polemico verso il Sabato, usanza fortemente giudaica, abbiamo, qui, un chiaro, evidente indizio della storicità delle parole pronunciate dal Maestro.

   E allora possiamo dire, con Bruno Maggioni, che l’ultima controversia, quella relativa all’osservanza del sabato, “ci porta ancor più al cuore della questione. Per i farisei l’osservanza del sabato era uno dei precetti divini più chiari, più indiscussi, quasi la tessera di riconoscimento del vero credente. Gesù, con il suo gesto di guarigione, afferma che la salvezza dell’uomo è al di sopra dell’osservanza del sabato. E’ una proclamazione del valore assoluto dell’amore” (Bruno Maggioni, Nuovo Testamento, in Introduzione alla Storia della Salvezza, 202).

   La guarigione della mano malata è, quindi, un’evidente provocazione nei confronti della casta religiosa ebraica. Un atteggiamento di rottura verso l’establishment religioso e politico di Israele, rappresentato qui dai farisei e dagli Erodiani. Ed è per questo che subito dopo i farisei escono dalla sinagoga, insieme con gli erodiani, per congiurare contro di lui.

   

ALLA SCOPERTA DI GESU' DI NAZARETH

 

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