GESU'
NELLA
ARCHEOLOGIA

Per Gentile Concessione della Custodia di
Terra Santa
L’Archeologia ci parla del Gesù storico
Contributo al Convegno ISSR 2009
«Alla
riscoperta del Gesù storico» (Brescia 8/10/2009)
Pierbattista Pizzaballa ofm
Custode di Terra Santa
1)
Il dato archeologico come fonte storica
La ricerca del Gesù storico, è giustificata e guidata da un
evento fondamentale, che è anche il fondamento stesso della
fede cristiana. Questo evento storico, l’incarnazione del
Figlio di Dio, si situa nel tempo e nello spazio per mezzo
di due coordinate che corrispondono alla storia ed alla
geografia di una piccola regione del Medio Oriente, durante
gli anni del primo imperatore romano Ottaviano Augusto.
Questa regione, lunga, «da Dan a Bersabea» (Gdc 20,1) poco
più di 240 Km e larga poco più di 120 Km, corrisponde a
quella che i romani chiamavano Syria Palestina. La
Palestina storica (con qualche puntatina in Fenicia, nella
Decapoli, in Trangiordania e in Egitto), costituisce dunque
lo scenario entro il quale, circa due millenni or sono,
visse ed insegnò un ebreo di nome Gesù da Nazareth.
La ricerca «di» Gesù è indissolubilmente abbinata alla
ricerca «su» Gesù. «Su» e «di» Gesù di Nazaret, ci parlano
primariamente gli scritti canonici, redatti subito a ridosso
degli eventi, cristallizzando la memoria di alcuni testimoni
oculari. Intorno a Lui ruotano le frammentarie testimonianze
apocrife, riflesso della ricerca e degli orientamenti
dottrinali delle prime comunità cristiane sorte, fino al IV
secolo d.C., in ambienti culturali così differenti e
talvolta contrapposti: i giudeo-cristiani di Palestina, gli
ebioniti della Siria, i nazarei sulle rive del Giordano, i
mandei iracheni, gli elcasaiti di Arabia, i marcionisti del
Ponto, i basilidiani egiziani e tutti gli esponenti dello
gnosticismo. Accennano a Lui e ai primi seguaci poche altre
fonti antiche extracristiane (Svetonio, Vita
Caludii XXIII, 4; Vita Neronis XVI, 2, Tacito,
Annales, XV, 44, Flavio Giuseppe, Antiquitates
Iudaicae XX, 200). Ma c’è un documento
privilegiato, unico, che annulla la mediazione del tempo
intercorso tra noi e l’uomo Gesù, proiettandoci direttamente
nel suo spazio: il reperto storico, il dato archeologico.
Certo, in quanto dato scientifico, con un suo intrinseco
valore documentale, il dato archeologico è soggetto ad una
esegesi, ad una interpretazione storiografica, ad una
mediazione culturale, talora inficiata dalle categorie o
precomprensioni degli studiosi che se ne occupano, ma rimane
pur sempre una fonte, un dato, un documento, a disposizione
di ogni possibile tentativo di ricostruire, attraverso di
esso, il personaggio storico Gesù di Nazareth e il suo
ambiente vitale; anzi, per essere più precisi, “nel” suo
ambiente vitale oggettivo.
L’Archeologia, intesa come scienza storica, ebbe proprio in
Terra Santa, durante il governo mandatario Britannico una
delle prime palestre dove essa affinò la sua metodologia. Da
allora si sono succedute a ritmo costante le scoperte
piccole o clamorose, occasionali o sistematiche che, in
qualche modo hanno apportato un tassello, una tessera in più
per la ricomposizione dell’affascinante mosaico sul rabbino
itinerante di nome Yeshua – questo il suo nome in lingua
semitica – nato nella «città di Davide» a Betlemme di Giudea
e vissuto in un villaggio marginale della Galilea chiamato
Natzereth. Segni e documenti materiali del passaggio di
questo predicatore continuano a venire alla luce, ad
esempio, sulle coste del Lago di
Tiberiade, il Mare di Galilea, come un po’ pomposamente lo
chiamano i vangeli. Dal fango delle sue coste sono riemersi
i resti lignei di una barca e ancore litiche, pietre da
attracco, moli, pesi per le reti, strumenti che rimandano
all’attività dei pescatori del tempo, il mestiere dei suoi
primi seguaci. Le strade, i tracciati da lui percorsi, ad
esempio nella valle del Giordano, ci sono noti, ed alcuni
sono ancora in uso, come la salita di Maale’ Adumim. È anche
possibile ricostruire i suoi spostamenti nella Gerusalemme
erodiana del tempo: da Betania scendendo il monte detto
degli Ulivi, l’attraversamento del torrente Cedron sul
ponte, l’entrata nelle mura urbiche con le sue differenti
cinte, le piscine di Bethesda presso la porta delle pecore e
la grande piscina di Siloe, a oriente del tempio.
L’imponente mole in conci di pietra rosata del tempio di
Erode il Grande, in quei giorni ancora in via di
ultimazione, con le botteghe dei cambiavalute, i quartieri
con le abitazioni dei sadducei, nella città alta. E ancora,
i luoghi dei suoi ultimi giorni: il giardino del Getsemani,
la Fortezza Antonia sul fianco Nord del Tempio, il Palazzo
di Erode con le sue torri inglobate nelle mura orientali, il
Gologota all’esterno del circuito murario, l’adiacente
antica zona di cave estinte adibita a sepolcreto, dove fu
eseguita la condanna e gli fu data sepoltura.
La continua scoperta di nuovi elementi – qui un condotto
fognario, lì un ramo dell’acquedotto, poco oltre una strada
a gradini, i resti di un palazzo, un ossario graffito in
un’area cimiteriale – delineano con sempre maggiore
nitidezza il «plastico», l’assetto topografico, della città
di Gerusalemme.
Vi sono poi scoperte che hanno propiziato in maniera
determinante nell’ultimo mezzo secolo la ricerca sul
contesto storico-religioso del ministero di Gesù: l’ambiente
giudaico del I secolo. È
indubbio, in tale senso, il progresso e lo stimolo apportato
alla conoscenza delle fonti antiche giudaiche ed
ellenistiche – che costituiscono l’ambiente
storico-culturale del Nuovo Testamento – dalla pubblicazione
dei rotoli del Mar Morto o dei papiri di Nag Hammadi, due
biblioteche miracolosamente preservatisi per il clima secco
dell’ambiente desertico.
Oggetti di uso comune, ceramica da cucina, vasi di pietra
per le abluzioni, lucerne e lucernieri, semplici unguentari
di terracotta, aryballoi di vetro trasparente,
preziosi alabastra per i profumi, macine biconiche
di basalto per la macinatura del grano, mole e frantoi
oleari… pavimenti di pietra delle case, le soglie
monolitiche, i tetti di legno e fango, i forni per il pane
giornaliero, vengono portati alla luce nelle campagne
archeologiche di quest’area di Levante.
La massa di tasselli a disposizione per ricomporre il puzzle
è impressionante. Negli ultimi anni, specie in ambito
accademico americano, vi sono stati diversi tentativi di
sistematizzazione e di utilizzo del dato archeologico come
fonte di comprensione.
2)
L’impiego dell’archeologia nelle tappe della ricerca del
Gesù storico
Un esauriente excursus sull’utilizzo
dell’archeologia nelle tappe dalla ricerca sul Gesù storico
è stato recentemente offerto da Sean Freyne, al quale qui mi
rifaccio brevemente (cfr. Sean Freyne, “Archaeology and
Hystorical Jesus”, in J. Charlesworth, ed., Jesus and
Archaeology, Cambridge 2006).
Quando si pose la questione liberale del Gesù storico (Old
Quest 1778-1906), l’esplorazione archeologica della
Palestina era solo all’inizio. Viaggiatori, ricercatori e
topografi gettavano le basi per la toponomastica e per la
localizzazione dei siti biblici dell’Antico e Nuovo
Testamento e nel 1865, da un gruppo di biblisti e sacerdoti,
fu costituito il Palestine Exploration Fund (PEF),
allo scopo di investigare l’archeologia, la geografia, gli
usi e costumi, la cultura, la geologia e la storia naturale
della Terra Santa. (Il PEF era connesso all’Ufficio
britannico della Reale Ingegneria e tra i suoi più eminenti
studiosi annoverò: C. Warren, O. Kitchner, T.I. Lawrence, K.
Kenyon, A. Stanley. Ampie relazioni furono pubblicate nel
monumentale PEF Quaterly Statement). Nessuno degli
autori protagonisti della Old Quest, pur avendo
avuto il merito di approfondire lo studio critico delle
fonti documentarie, rivolse attenzione né al contesto
storico, né alle fonti archeologiche, sebbene, alcuni come
Ernest Renan (E. Renan, Vie de Jésus, 1863), si
riferirono romanticamente al paesaggio della Terra Santa
come ad un «quinto vangelo». L’approccio demitologizzante di
Rudolf Bultmann (Jesus, München-Hamburg 1926; 19652)
e seguaci, non ammettendo continuità tra il Gesù della
storia e il Cristo del kérygma, tralasciarono
deliberatamente ogni interesse per la cultura materiale e
sociale di Gesù e dei primi cristiani. Durante la fase
intermedia della ricerca, talora denominata No Quest
(1921-1953), solo due studiosi, i tedeschi Albrecht Alt
(+1956) e Joachim Jeremias (1900-1979), entrambi residenti
in Palestina, avevano rivolto l’attenzione alla geografia
fisica e umana della Terra Santa, inserendosi appieno nella
via maestra tracciata da Gustav Dalman (1855-1941) con i
suoi sette volumi de Arbeit und Sitte in Palästina
(Lavoro e costumi della Palestina). I loro approcci
al NT, pionieristicamente attenti all’ambiente, al
milieu palestinese, intesi come chiavi interpretative
per la comprensione dei detti e delle parabole di Gesù, non
ebbero sufficiente seguito.
La prospettiva migliorò nel 1953 con con la celebre
conferenza di Marburgo di Ernst Käseman che, di fatto,
inaugurò la New Quest (1953-1985) della ricerca.
Con la sua affermazione sulla necessità di mantenere la
natura storica dell’annuncio, Käseman, nella dinamica della
risposta di fede, rivendicò la convergenza essenziale tra la
proclamazione «su» Gesù e la proclamazione «di» Gesù, cioè,
in altri termini, la continuità tra il kérygma e i
fatti storici della vita di Gesù.
Stabilendo il criterio di «originalità» o «differenza», in
base al quale la tradizione «di» Gesù, (nel più ampio ambito
delle tradizioni «su» Gesù), è da considerarsi autentica
quando «non sia riconducibile al giudaismo o ascrivibile al
cristianesimo antico», introduceva la possibilità per
l’archeologia del giudaismo del secondo tempio e per
l’archeologia paleocristiana di essere chiamate in causa.
I tempi per un coinvolgimento dell’archeologia nel
dibattito, non erano, tuttavia ancora maturi e non lo
saranno neanche agli inizi degli anni ’80 col sorgere della
terza corrente della ricerca (Third Quest),
definita «un vero e propro rinascimento» degli studi su Gesù
(M.J. Borg, «A Rainassance in Jesus Studies», in
Theology Today, 45(1988), 280-292). A fronte delle
numerose pubblicazioni dei reports preliminari o
delle relazioni finali sui singoli scavi archeologici nella
regione, di siti anche direttamente connessi con la vita e
l’attività di Gesù, mancavano gli studi organici di
elaborazione e interpretazione dei dati. La grande mole di
materiale pubblicato, con gli innumerevoli repertori
numismatici, epigrafici stratigrafici, ceramici,
architettonici, iconografici, ecc., rimaneva di volta in
volta isolata perché circoscritta nell’ambito specialistico
degli addetti ai lavori e spesso distaccata dal contesto
generale. Senza un approccio sistematico più articolato e
globale, che organizzasse tali informazioni entro una
griglia storica o sociale, tutta la messe complessa dei dati
emersi dagli scavi, rimaneva purtroppo preclusa alla
maggioranza dei biblisti che non avrebbero potuto
servirsene. Alcuni solitari tentativi, in tal senso furono
intrapresi, per esempio 1978 da Eric e Carol Meyers con
James Stange nella pubblicazione del survey
sull’Alta Galilea e il Golan, seguito nel 1981 da
Archaeology, the Rabbis & Early Christianity dove si
intavolava una discussione con storici del Giudaismo antico
e del Cristianesimo antico, senza peraltro ottenere
immediata risonanza. Qualche anno prima dal 1972 al 1975 si
pubblicavano i risultati monografici delle prime fortunate
campagne di scavo a Cafarnao, coronate con la scoperta della
tradizionale casa di Simon Pietro, a cura dei professori
Virgilio C. Corbo e Stanislao Loffreda, Emanuele Testa e
August Spijkerman che presentavano gli edifici, la ceramica,
i graffiti e le monete del villaggio. Ma, anche in questo
caso, attenzione e energie furono assorbite dagli scavi, che
saranno in corso fino agli anni novanta (per poi essere
ripresi nel 2000), e dallo studio dei materiali, impedendo
un’ auspicata opera di sintesi.
All’interno della Third Quest, gli studi, invece
che hanno avuto indubbie ripercussioni per la loro influenza
sull’approccio al Gesù storico, furono, tra gli altri,
quelli di E. P. Sanders (Jesus and Judaism 1985) e
Geza Vermes (Jesus the Jew. A Historian’s Reeading of
the Gospels, London, 1973; Jesus and the World of
Judaism, London 1983), che invitavano a guardare al
mondo del Giudaismo del I secolo, nel quale Gesù poteva
essere indagato e compreso.
La ricerca, com’è noto, fu alimentata dal provocatorio
Jesus Seminar fondato da Robert Funk e John Dominic
Crossan, dagli inizi degli anni ’80, i cui risultati furono
pubblicati in Forum (dal 1985 al 1994). Anche in
questi studi, tuttavia, principalmente concentrati sulle
considerazioni letterarie delle tradizioni orali, come è
stato rilevato dalla critica, l’archeologia non è affatto
considerata tra i metodi della ricerca del Gesù storico,
sebbene, nei suoi ultimi lavori, lo stesso J. D. Crossan si
riferisca all’archeologia della Galilea nel periodo romano
antico (J.D. Crossan, The Birth of Christianity:
Discovering What Happened in Years Immediately after the
Execution of Jesus, New York 1998).
La Galilea, difatti, intesa come il contesto privilegiato
nel quale si colloca il Gesù storico, viene nevralgicamente
a trovarsi al centro delle indagini, tanto dell’archeologia
quanto delle discipline sociologiche. Uno sguardo ai titoli
di maggior successo lo conferma facilmente.
Sulla scorta dei sociologi G.I. Lensky e J. Kautsky, che, in
periodi diversi, si sono occupati delle stratificazioni
sociali nell’impero rurale e delle lotte di classe nella
prospettiva della sociologia storica (G.I. Lensky, Power
and Privilege, A Teory of Social Stratification, New
York 1966; J. Kautsky, The Politics of Aristocratic
Empire, Chapel Hill 1982), diversi autori della
Third Quest hanno organizzato i dati storici e
archeologici a disposizione all’interno di uno schema
socio-economico. Tra coloro che usano il modello
Lensky-Kautsky, oltre a J.D. Crossan (The Historical
Jesus. The Life of a Mediterranean,
Edinburgh 1991) va citato R. Horsley (R. Horsley,
Archaeology, History and Society in Galilee. The social
Context of Jesus and the Rabbis, 1996; Galilee:
History, Politics, People 1995, tradotto in taliano con
Galilea. Storia, politica, popolazione,
Brescia, 2006). I risultati raggiunti da Crossan e Horsley,
sono molto importanti ma evidenziano l’insufficienza di un
metodo nel quale il modello adottato finisce per prevalere
sul dato; come osserva Freyne: Crossan e Horsley «non
prestano sufficiente attenzione a quei dati che potrebbero
contraddire le loro posizioni (…) [tali posizioni]
sembrerebbero quindi predeterminate sulla base della scelta
del modello da adottare». D’altra parte, come sostiene
Horsley, è vero anche il contrario, che gli archeologi della
Galilea sono generalmente privi di un solido background
antropologico e socio-economico, quindi le loro
ricostruzioni si rivelano anacronistiche e preconcette.
Insomma, il dibattito è attualmente in corso, e verte ancora
sul metodo più idoneo con il quale fare uso delle evidenze
materiali offerte dall’archeologia nella ricostruzione del
Gesù storico; un tentativo in questo senso può essere
considerato quello di Thomas E. Levy, con il suo emblematico
The Archaeology of Society in the Holy Land (London
1995). Gli archeologi dunque si stanno addentrando nel
terreno delle scienze sociali. Mentre i biblisti cominciano
a utilizzare i dati offerti dall’archeologia. Ad esempio un
parziale uso dei dati archeologici si registra nei tre
volumi del fondamentale studio di John P. Meier (Meier J.P.,
Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico: I.
Le radici del problema e della persona, Brescia
2001 (orig. 1991); 2. Mentore, messaggio e miracoli,
2002 (orig. 1994); 3. Compagni e antagonisti, 2003
(orig. 2001).), il quale scrive testualemente: «Negli anni
‘90, la terza ricerca ha tentato di essere più sofisticata
nella sua metodologia, più autocosciente e più autocritica
nell’affrontare le precomprensioni e gli orientamenti di un
dato autore, e più determinata a scrivere storia, invece di
una teologia o cristologia nascoste. La terza ricerca
beneficia delle recenti scoperte archeologiche, di una
migliore conoscenza della lingua aramaica e del contesto
culturale della Palestina del I secolo e di una concezione
variegata del giudaismo (o giudaismi) intorno al trapasso
delle epoche, nonché di nuove intuizioni offerte
dall’analisi sociologica e dalla teoria letteraria moderna».
(J.P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il
Gesù storico. 2: Mentore,
messaggio e miracoli, 7-8).
I migliori tentativi in
questo campo sono stati quelli di James Charlesworth del
Princeton Theological Seminar («Research on the
Historical Jesus Today: Jesus and the Pseudepigrapha, the
Dead Sea Scrolls, the Nag Hammadi Codices, Josephus, and
Archaeology», in PSB 6(1985), 95-115; «The Jesus of History
and Archaeology of Palestine», in Jesus within Judaism:
New Light from Exciting Archaeological Discoveries, ABRL 1,
New York-London 1988, 103-130; «Archaeology, Jesus and
Christian Faith», in J.H. Charlesworth, ed., What
Has Archaeology to Do with Faith?, Philadelphia 1992,
1-22) e naturalmente quelli dello stesso Sean Freyne (Jesus,
a Jewish Galilean, London 2004, in italiano Gesù
ebreo di Galilea. Una rilettura del Gesù
storico, Cinisello Balsamo 2006), che applicano ai dati
i modelli, i metodi e le teorie delle scienze sociali.
Costoro hanno a ragione sottolineato che gli storici del
«Gesù nel contesto ebraico» non possono non tenere in
considerazione le evidenze archeologiche allo stesso modo
che le evidenze letterarie.
Grande successo hanno riscosso le due conferenze
internazionali di studi sulla Galilea nel 1989 e nel 1996
che hanno riunito insieme archeologi, storici dell’antichità
e studiosi di letteratura (L. Levine ed., The Galilee in
Late Antiquity, New York, 1992; E. Meyers ed.,
Galilee through the Centuries: Confluence of Culture,
Winona Lake 1999).
Un ulteriore momento di svolta nella ricerca può essere
considerato il seminario sull’archeologia del NT e il Gesù
storico di Chicago del 1994 (Society for Biblical
Literature Seminar Papers, Atlanta 1994).
Il convegno ha evidenziato come l’attuale ricerca sul Gesù
storico sia guidata dall’approccio «laico nordamericano
piuttosto che da quello religioso tedesco», dove politica,
economia e lotta di classe, il contesto economico e sociale
del giudaismo e dell’ellenismo del I secolo, vengono
considerati più importanti della religione per la
valutazione di Gesù e del suo messaggio (Freyne, 68). Al
convegno fu inoltre proposto un metodo, alternativo a quello
di Horsley e Crossan, definito dall’autrice Marinane Sawicki,
«Archeologia della mentalità galilaica» che implica le tre
tappe di analisi, analogia e ipotesi.
Mentre il dibattito contemporaneo è concentrato sui tre
aspetti riguardanti le culture, le classi e i generi, sono
comparse le opere di Jonathan Reed, Archaeology and the
Galilaen Jesus: a Re-examination of the Evidence,
Harrisburg 2000; J. D. Crossan e J. Reed, Excavating
Jesus: Beneath the Stones, Behind the Texts, New York
2001 e Mark A. Chancey, Greco-roman Culture and the
Galilee of Jesus, Cambridge 2005, tutti, naturalmente,
riguardanti la Galilea. Ad essi è da aggiungere D. Flusser,
The Sage from Galilee, 2007.
3)
Le principali scoperte archeologiche per la comprensione del
Gesù storico
Nel 2006 è stato pubblicato il volume Jesus &
Archaeology, che in oltre settecento pagine, raccoglie
saggi di eminenti studiosi impegnati nel vivo della ricerca.
Nella sua introduzione il curatore James H. Charlesworth («Jesus
Research and Archaeology: A New Perspective», pp. 11-63),
che per altro è l’editore dei Rotoli del Mar Morto, cerca
nuovamente di rispondere alla questione su «quanto e in
quali modi l’archeologia possa essere importante nella
ricerca di Gesù» (p. 11).
Ripropone così una sorta di classifica di sette evidenze
archeologiche, considerate fondamentali per la comprensione
del Gesù storico (J.H. Charlesworth, Jesus within
Judaism: New Light from Exciting Archaeological Discoveries,
ABRL 1, New York-London 1988).
Alla settima posizione egli pone l’identificazione
delle sinagoghe che datano prima del 70 d.C., che
comprendono quelle di Gerico, di Gamla, e quelle di Masada e
dell’Erodion, entrambe rinnovate dagli zeloti durante la I
rivolta giudaica antiromana. L’esistenza di edifici
sinagogali, prima della distruzione del tempio, era messa in
discussione. Ad esse occorre aggiungere l’edificio
sinagogale venuto alla luce pochi mesi fa a Magdala e datato
agli inizi del I sec. d.C. e il primo edificio romano antico
scoperto sotto la sinagoga bizantina di Cafarnao. Il
sommario di Mc: «Andava predicando nelle loro sinagohe» (Mc
1,39) e la descrizione della liturgia sinagogale di Luca (Lc
4,14-30) acquistano significativi ambienti di comprensione.
Alla sesta posizione si collocano le mura e le porte
della Gerusalemme erodiana, che aiutano a comprendere la
topografia della città santa, a localizzare chiaramente il
Golgota, e a valutare l’estensione della popolazione di
Gerusalemme, quantificabile tra da 25.000 (J. Jeremias,
Jerusalem in the Time of Jesus, 31; 83-84), 35.000 (J.
Wilkinson, «Jerusalem its water system an population» in PAQ
106 (1974), 33-51), e 40.000 (M.Broshi, “Extimating the
Population of Ancient Jerusalem”, BAR 4 (1978), 10-15),
comunque meno della cifra di 120.000 abitanti, riportata da
Flavio Giuseppe.
Alla quinta posizione è da collocare il monte del
Tempio di Gerusalemme, raso al suolo dalle truppe di Tito
nel 70 d.C. ma che, al tempo di Gesù era in via di
ultimazione con le sue monumentali «belle pietre» (Mc 13,1).
Gli archeologi ne hanno scoperto gli ingressi con la porta
duplice e triplice a sud. Hanno riportato alla luce, così
come sono stati distrutti dai romani, i monumentali resti ad
ovest che comprendono una strada pavimentata affiancata dai
negozi e le fondazioni di due archi, uno detto di Robinson
che supportava una scalinata rampante dalla strada, e un
altro a campata più larga, quello di Wilson, che collegava
direttamente il monte del tempio alla città alta. Si conosce
la disposizione del «portico detto di Salomone» ed ora anche
altre vie gradinate che vi salivano da Est, cioè dalla
piscina di Siloe. Conoscendo l’articolazione architettonica
del tempio risulta facile immaginare in esso gli spostamenti
di Gesù ed anche collocare alcuni episodi del vangelo, come
la cacciata dei venditori (Gv 2,15).
Alla quarta posizione troviamo la piscina di Bethesda
(oggi il santuario di S. Anna), dove in epoca erodiana (e
poi adrianea, nel II sec. d.C.) aveva sede un santuario di
Asclepio, il dio della medicina, con un culto, attestato da
alcune sculture, iscrizioni ed oggetti votivi, che permette
di dare una veste di plausibilità all’episodio del
paralitico di Gv 5,1-18 ambientato alla «piscina probatica».
Alla terza à si colloca il Pretorio che, essendo il
luogo dove sedeva a giudicare il Governatore, viene
collocato dagli studiosi o presso la fortezza Antonia, allo
spigolo Nord-Ovest della spianata del Tempio, oppure
(secondo i più) all’interno del palazzo di Erode con una
spiazzo lastricato con grosse pietre, il lithostroton,
e un posto elevato, gabbatha (Gv 19,13), che
potrebbe corrispondere ad una torre.
Alla seconda posizione si trovano i resti umani,
raccolti in un ossario di pietra che riporta inciso il nome
di Yohanan ben Hagkol, scoperto in una grotta a nord di
Gerusalemme. Si tratta di reperti ossei preziosi perché
illustrano la tecnica della crocifissione usata dai romani
del I secolo che, almeno in questo caso, prevedeva la
legatura delle mani alla trave orizzontale e l’inchiodatura
dei piedi con un unico chiodo di ferro e un tassello di
legno. Le gambe risultano spezzate, una di netto, mentre
l’altra ha le ossa frantumate.
Alla prima posizione, la più significativa, è la prova
che Gesù sia stato crocifisso sulla roccia del Golgota che
ora si trova all’interno del S. Sepolcro, sulla quale c’è
consenso tra gli archeologi. «Negli ultimi cinquanta anni
gli archeologi hanno scavato, dentro, sotto e vicino al S.
Sepolcro e sono state trovate tombe tagliate nella roccia e
databili a prima del 70 d.C. Di un certo interesse il
ritrovamento di una iscrizione latina, Domine Ivimus,
che accompagna l’immagine di una nave oneraria, con l’albero
maggiore abbassato. L’immagine graffita a carbone fu trovata
negli anni Settanta del Novecento sotto la cappella Armena,
in una zona coperta dalle fabbriche costantiniane e ad esse
anteriore. Dagli studiosi viene oggi interpretata come un
ricordo lasciato presso il Golgota, da un pellegrino
“romano” o latino, che ringrazia per il buon esito del
viaggio: «Signore, siamo arrivati», del resto il testo
latino richiama l’incipit del Salmo 122, che è il cantico
classico del pellegrinaggio a Gerusalemme.
L’articolo di Charlesworth è anche l’occasione per un
aggiornamento della lista (pp. 49-55) che, dovrebbe ormai
comprendere anche altri soggetti, di estremo interesse per
la ricerca di Gesù, come alcuni nuovi ritrovamenti di
installazioni rurali a Nazareth, i resti del villaggio di
Kirbeth Cana, le costruzioni tardo-ellenistiche e
antico-romane di Et-Tell, dagli scavatori ritenuti i resti
di Bethsaida Julia, il reperto ligneo della barca del
Kinnereth, il magnifico porto di Cesarea Marittima, la Tomba
di Erode all’Herodion, e i resti del teatro e soprattutto lo
scavo della magnifica piscina di Siloe a Gerusalemme.
Infine Charlesworth ricorda i tre punti cruciali del
dibattito sul Gesù storico che, «in ordine di importanza
sono: l’identificazione della casa di Pietro a Cafarnao,
l’iscrizione di Theodotus relativa ad una sinagoga di
Gerusalemme e la datazione del teatro di Sefforis» (p. 49).
4)
Il contributo degli archeologi francescani alla ricerca del
Geù storico
Gli studiosi dello Studium Biblicum Franciscanum,
che oggi è Facoltà di Scienze Bibliche e Archeologia
di Gerusalemme, si sono occupati di archeologia del NT già
dai primi anni del 1900, per la necessità di far precedere
ad ogni ricostruzione o restauro dei santuari che la
Custodia di Terra Santa ha in cura, una precisa indagine
archeologica.
Le ricerche degli archeologi francescani hanno interessato i
luoghi più significativi della storia terrena di Gesù. I
nomi di questi siti sono immediatamente evocativi per il
lettore del vangelo, lo storico di antichità cristiane e lo
studioso della Bibbia. Tra i protagonisti di questa ricerca,
bisogna ricordare gli studiosi:
– Gaudenzio
Orfali, che ha scavato le basiliche del Getsemani
(1919-1920) e la sinagoga di Cafarnao (1921-1925);
– Prosper
Viaud che ha condotto ricerche presso la chiesa crociata di
Sant’Anna a Sefforis (1908) e nell’area della basilica di
Nazareth (1890-1910);
– Silvester
Saller, che ha diretto i primi scavi al Memoriale di Mosé
sul Monte Nebo e alla città di Nebo in Giordania
(1933-1937), e poi presso i resti paleocristiani di Betania
con la tomba di Lazzaro (1949) e presso il santuario di San
Giovanni ad ‘Ain Karem (1941-1942).
–
Bellarmino Bagatti, anch’egli impegnato negli scavi del Nebo
(1933-1937), ma soprattutto a Nazaret, dove ha scoperto le
antichissime testimonianza di culto cristiano presso la
Grotta dell’Annunciazione (1956-1970), a Tabgha, dove ha
individuato la cappella delle Beatitudini descritta da
Egeria (1935), ad ‘Ain Karem, patria di Giovanni Battista,
dove ha studiato il santuario della Visitazione di Maria ad
Elisabetta (1937); inoltre, si è occupato della Tomba della
Vergine nella valle del Cedron a Gerusalemme (1972), di
Emmaus Qubeibeh (1940-1944), dell’area del Cenacolo di
Gerusalemme (1980), e delle Grotte di san Girolamo sotto la
basilica della Natività di Betlemme (1948; 1963-1964).
– Virgilio
Canio Corbo, che ha condotto numerose indagini archeologiche
di diversi monasteri del deserto di Giuda (1951-1952), ha
lavorato sul Monte Nebo (1963), ha diretto scavi alla
fortezza erodiana di Macheronte, dove Antipa decapitò il
Battista (1978-1982), alla reggia fortezza dell’Herodium
presso Betlemme (1962-1967), alla Grotta degli Apostoli al
Getsemani (1956), ai resti dell’Ascensione sul Monte degli
Ulivi (1959-1963), nella città romana di Magdala (1971-1977)
e soprattutto all’interno del Santo Sepolcro (1961-1982) e
al villaggio di Cafarnao (1968-1986), dove ha scoperto la
casa di Simon Pietro.
– Stanislao
Loffreda che ha condotto scavi a Tabgha (1968) e a Cana di
Galilea (1969), ed ha affiancato V. Corbo per le campagne di
Macheronte, Magdala e soprattutto di Cafarnao, dove ha anche
diretto i recenti scavi tra il 2000 e il 2004;
– Eugenio
Alliata, che ha condotto scavi con Bagatti al Cenacolo, a
Nazareth e a Betlemme; ha lavorato in Giordania sul Monte
Nebo, nei monasteri della Valle, a Madaba, ad Umm er-Rasas
(1976-2000) e ha diretto gli scavi di Cana di Galilea
(1999).
– Michele
Piccirillo, di recente prematuramente scomparso (2008),
indubbiamente il più noto tra gli archeologi dello
Studium Biblicum, che si è principalmente occupato
degli scavi in Transgiordania (dal 1973 al 2008): Macheronte
(1978-1982), Monte Nebo (dal 1973), Madaba (1982), Umm
er-Rasas (dal 1986), studiando i mosaici di tutta la
regione, compresa la Carta Musiva di Madaba, dei quali è
considerato esperto mondiale. M. Piccirillo è stato un
fecondo divulgatore, ma anche direttore scientifico di
importanti mostre e membro di diverse accademie scientifiche
in tutto il mondo. Si deve a lui la scoperta di «Betania
oltre il Giordano» (Gv 1,28), nel wadi Kharrar, il luogo
dove Gesù fu battezzato dal Battista.
Sono
attualmente impegnati nel campo archeologico Carmelo
Pappalardo sul Monte Nebo e ad Umm er-Rasas e Stefano De
Luca a Magdala e a Cafarnao.
I risultati
di ognuno degli scavi ora citati, sono pubblicati in
Liber Annuus, la rivista annuale dello SBF, e nelle
collane monografiche: Collectio Maior e
Collectio Minor, dove anche vengono pubblicati gli
studi a carattere biblico.
5) Focal points: Nazareth Cafarnao e
Magdala
Per soffermarci nel ristretto ambito dell’archeologia nella
Galilea, che, da quanto visto sopra, rappresenta il contesto
privilegiato della ricerca contemporanea sul Gesù storico,
vorrei brevemente richiamare i principali risultati degli
scavi condotti dalla CTS a Nazareth, a Cafarnao ed a Magdala,
in relazione al Gesù storico.
Nazaret. Quasi tutti gli scavi nel sottosuolo dei
santuari di epoca crociata (XI-XIII), hanno dimostrato che
questi edifici, spesso magnifici, sorsero sul luogo esatto
di precedenti chiese bizantine (IV-VI sec.). Ciò è stato
visto per il Santo Sepolcro, per il Getsemani, per i due
santuari di ‘Ain Karem, in parte per il Cenacolo e per
Betlemme, eccetera, ed è chiaramente riscontrabile anche a
Nazareth. In base a questo fenomeno, (generalmente valido
fino ad oggi), gli esperti parlano di «luoghi di culto a
continuità di vita».
A Nazareth, poi, al disotto, dei mosaici bizantini del V
sec, sono state rintracciate attestazioni di culto più
antiche, cioè alcuni resti murari e ottantadue elementi
architettonici. Queste pietre da taglio, comprendenti basi e
rocchi di colonne, conci ed imposte di arco, per la loro
forma rimandano agli edifici sinagogali del II-III secolo.
Sull’intonaco di alcuni di essi, B. Bagatti identificò
graffiti alcuni simboli ed iscrizioni in greco, tracciati
dai primi pellegrini cristiani. Tra i disegni, figurano,
croci, barche e un
personaggio portacroce (forse il
Battista). Tra le scritte vi sono nomi propri, preghiere, e
la celebre invocazione Ch[aire] Maria, considerata
la più antica attestazione epigrafica di culto mariano.
Nella successione di questi edifici, medievale, bizantino e
romano, i costruttori ebbero sempre cura di comprendere nel
piano architettonico anche una grotta scavata nella roccia
tenera naturale del posto.
Questa grotta, che è venerata come luogo dell’Annunciazione
(Lc 1,26-38), è quanto resta di una abitazione antica
all’interno di un modesto villaggio. Di questo villaggio,
alle spalle della grotta venerata, l’archeologo ha potuto
riportare alla luce altre abitazioni, con forni, canali e
cisterne per l’acqua, vasche per il bagno, silos e depositi
per lo stoccaggio dei prodotti agricoli, anelli per legare
gli animali e pressoi per il vino e l’olio, assieme a molto
materiale di uso comune, come vetri, pentole, bicchieri e
vasi di ceramica che indicano il periodo in cui esso era
abitato, cioè tra il I e il II sec. Si tratta, dunque, di un
pezzo di vita quotidiana che ci riconduce direttamente
indietro al tempo di Gesù, nel villaggio dove egli visse
(Nazareth) e presso il luogo da sempre venerato nel ricordo
di sua madre Maria.
Spetta adesso alla nuova archeologia sociale, analizzare
questi dati di scavo, che immediatamente rimandano ad una
vita rurale, agricola, piuttosto modesta, collegandosi ad
altre discipline e alle nuove informazioni ricavate da altri
scavi nel comprensorio, per poter tracciare un quadro
sociale, quanto più esaustivo possibile, della Nazareth del
Nazareno.
Nel percorso a ritroso nel tempo, mi sembra importante
evidenziare un aspetto significativo. Quando l’archeologo si
trova dinanzi ad edifici sacri, egli sa che le loro pietre
sono il prodotto o l’espressione di un impegno comunitario,
di coloro, cioè, che le hanno cavate, trasportate, lavorate,
assemblate, decorate, restaurate, ecc. Una chiesa
paleocristiana, pertanto, prima ancora che essere un
santuario memoriale di un avvenimento o di una presenza, è
così segno visibile e straordinario della fede delle
comunità cristiane locali che l’hanno costruita.
In altri termini anche se
l’archeologo in Terra Santa scava un monumento, egli finisce
per incontrare delle persone. Anzi, talora, è proprio la
«mediazione ecclesiale» di queste persone, il loro impegno
per tramandare con un edificio la memoria di un avvenimento
della vita di Gesù, la garanzia sull’autenticità di un
posto. Va da se che la storicità di un luogo dipende dalla
quantità, dalla successione ininterrotta e dalla antichità
delle attestazioni ecclesiali e non ecclesiali, monumentali
o letterarie che lo riguardano.
Il principio si
chiarirà ulteriormente esaminando il caso di Cafarnao, ma
vorrei ancora notare che qualcosa di simile avviene per la
interpretazione dei testi evangelici da parte degli esegeti:
non sempre per loro è facile distinguere tra la mediazione
ecclesiale e il Gesù storico, tra il messaggio su
Gesù (kerygma) e il messaggio di Gesù (ipsissima
verba); ma, di nuovo, la mediazione ecclesiale
rappresenta una preziosa garanzia di autenticità.
Cafarnao.
Considerando il
ruolo che Cafarnao riveste nei racconti su Gesù dei vangeli,
e considerando che è il sito sul lago di Galilea più
estensivamente indagato (dal 1905 al presente), si comprende
come gli scavi del villaggio siano determinanti nella
ricostruzione del Gesù storico, del suo messaggio e delle
sue azioni.
«Lasciata Nazaret», dice Matteo «Gesù venne ad abitare a
Cafarnao… sulla via del mare» (4,12.15) che divenne così «la
sua città» (Mt 9,1). Il transito per il villaggio della
Via Maris, l’antica arteria che collegava l’Egitto a
Damasco, giustifica la presenza in loco di una stazione di
dogana (Mt 9,9; Mc 2,14; Lc 5,27) e di un distaccamento di
soldati guidati da un centurione (Mt 8,5ss; Gv 4,46; Mt
8,5ss), il quale anche avrebbe costruito la sinagoga (Lc
7,5), officiata dall’arcisinagogo Giairo (Mc 5,21-24.34-43;
Mt 9,18-19.23-26; Lc 8,40-42.49-56) e nella quale Gesù era
solito insegnare (Mc 1,21-22; Mt 7,28; Lc 4,31-32; Gv 6,
22-33.48-59) e talvolta guarire (Mc 1,23; Lc 4,33-37). Un
edificio sinagogale in basalto del periodo romano antico, è
stato scoperto con il lavoro degli archeologi V. Corbo e S.
Loffreda, al disotto del pavimento di una monumentale
sinagoga bizantina in pietra bianca (V-VI secolo d.C.), di
cui restano centinaia di elementi architettonici.
Moltissimi reperti
ritornati alla luce, rimandano alla vita quotidiana del
villaggio, i cui abitanti erano dediti all’agricoltura, come
indicano i numerosi utensili di basalto per macinare il
grano (Mc 2,23; Mt 12,1; Lc 6,1), per frangere le olive o
per pigiare l’uva. Altri, come i fratelli Andrea e Simone
(poi detto Pietro), e i figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni
(Mt 4,18-22; Mc 1,16-20), «erano pescatori». I cinque ora
ricordati vennero «chiamati» da Gesù mentre si trovavano
sulle barche di loro proprietà che gestivano in società di
pesca con dei dipendenti (Lc 5,1-11; Gv 21,1-11). Resti di
un molo e di diversi attracchi sono stati individuati sulla
costa che, fino ad oggi, è la più pescosa di tutto il Lago,
specie di notte (cfr. Lc 5,5), per le sorgenti di acqua
calda che vi si riversano da et-Tabgha, «la sorgente
Cafarnao», come riporta Flavio Giuseppe.
Dagli scavi del villaggio sono finora emersi dodici
complessi di case raggruppate in piccoli quartieri
delimitati da strade. Le case, per più famiglie dello stesso
clan, sono organizzate con diverse stanze di abitazione,
anche intercomunicanti (cfr. parabola dell’amico inopportuno
di Lc 11,1-13) disposte attorno ad un cortile centrale
scoperto, che solitamente è pavimentato in acciottolato di
pietra (cfr. parabola della donna che ha perduto la monetina
Lc 15,8-10) ed ospita le scale in muratura per salire sui
terrazzi. Il tetto a terrazza serviva a differenti scopi:
per dormire nelle serate calde, per far asciugare le reti,
per essiccare al sole i pesci o i frutti locali, come i
datteri di palma, ed era costruito con tronchi e foglie
impastate con fango pressato. Una tale tipologia costruttiva
si rivela importante, ad esempio, per comprendere l’episodio
del paralitico, portato a spalla da quattro barellieri sul
tetto tramite le scale del cortile, e di qui, da una
apertura praticata nell’incannicciato, calato col lettuccio,
alla presenza di Gesù nella casa di Pietro (Mc 2,3-12; Lc
5,17-26). Gesù era ospite stabile della casa che Pietro
condivideva con la suocera e con Andrea (Mc 1,29-31). Di
sera, dice il vangelo «gli portavano tutti i malati e gli
indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta»
(Mc 1,32-34; Mt 8,16-17; Lc 4,40-41). E continua: «Al
mattino si alzò quando era ancora buio e, uscito di casa, si
ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli
che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo,
gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro:
«Andiamocene altrove e per i villaggi vicini perché io
predichi anche là… E andò per tutta la Galilea, predicando
nelle loro sinagoghe.» (Mc 1,35-39). Ritornato a Cafarnao
dopo alcuni giorni «si seppe che era in casa» (Mc 2,1). «In
casa», senz’altra specificazione. La casa di Pietro e
Andrea, è notoriamente per i suoi contemporanei – come gli
esattori per la tassa del Tempio (Mc 17,24-27) – la
residenza pubblica di Gesù, il suo «quartier generale», il
centro di irradiazione del suo ministero in Galilea. In
questa casa Gesù, vive, guarisce, insegna (Mc 3,20), ed
istruisce i discepoli (Mc 4,10-11), come quella volta che lo
raggiunse da Nazareth una delegazione di parenti con Maria
(Mc 3,31-35).
L’archeologia ha identificato questa casa? Come? Nelle
descrizioni dei pellegrini medievali (e prima bizantini), il
ricordo della casa di Pietro risulta tramandato da una
chiesa. Ad esempio l’Anonimo viaggiatore che da Piacenza
raggiunse la Terra Santa nel 570, ricorda: «venimmo a
Cafarnao, nella casa del Beato Pietro, che attualmente è una
basilica». Nel 1968 Corbo e Loffreda intuirono che
l’edificio mosaicato a ottagoni concentrici, di cui
scopersero l’abside ad est, con all’interno un battistero,
potesse essere la «basilica» visitata dal Piacentino.
Rimossi così i bei mosaici del V sec. con che ricoprivano
l’ottagono centrale (con la raffigurazione di un pavone
nell’emblema), misero in luce, al disotto delle fondazioni,
un sala quadrangolare inframezzata da un arco mediano, di
circa sei metri di lato. Questa sala, pur danneggiata dalle
costruzioni successive, mostrava chiari segni di
venerazione. Il suo intonaco parietale, sui tre strati
sovrapposti, recava, infatti, resti di decorazione a pittura
policroma con motivi principalmente floreali e geometrici.
Su di essi, sorprendentemente, si potevano ancora leggere i
graffiti di alcuni simboli (come la barca e la croce) e
centinaia di iscrizioni, in lingua greca, aramaica, siriaca
orientale e forse anche latina. Dal tenore delle scritte,
prevalentemente preghiere o invocazioni liturgiche rivolte a
Cristo, appariva chiaro, che il luogo, era stato un
santuario cristiano, intensamente frequentato da pellegrini
giunti da differenti regioni nel III-IV secolo. Una di loro,
Egeria, visitata Cafarnao tra il 381 e il 384, annotava nel
suo diario di viaggio: «A Cafarnao, poi la casa del principe
degli apostoli [leggi Pietro] fu trasformata in chiesa [ma]
le sue pareti [originali] sono ancora oggi in piedi. Qui il
Signore curò il paralitico». La testimonianza di Egeria è
preziosa perché precisa di quale tipo di santuario si
tratti, cioè di una domus-ecclesia, una
casa-chiesa. Dice inoltre che, nonostante la trasformazione,
l’abitazione appartenuta a Pietro, conservava ancora in
piedi i suoi muri originali. Precisa infine che in questa
casa va ambientato l’episodio della guarigione del
paralitico, identificandola così come la casa del vangelo.
L’allargamento dello scavo poté chiarire con certezza, che
quella vista da Egeria nel IV secolo, fu solo l’ultima di
una serie di trasformazioni che interessarono la stanza
venerata. Ad esempio il pavimento venne rifatto in battuto
di calce, poi anche pitturato, per ben sei volte, a partire
dai primi anni del II secolo d.C., come attestano i
materiali rinvenuti tra uno strato e l’altro.
Oltre alla sala venerata, il santuario comprendeva anche un
poderoso muro di cinta (II secolo) che lo separava dal resto
del villaggio, e un corridoio con vestibolo di accesso.
Nonostante
queste trasformazioni, però, si sono fortunatamente
conservate le strutture murarie più antiche (I sec. a.C. – I
sec. d.C.): la sala venerata, in effetti, proprio come
diceva Egeria, con i muri a secco preservati in alzato per
oltre un metro e sessanta centimentri, risulta essere solo
una delle stanze di abitazione all’interno di una più ampia
casa polifamiliare, sviluppata attorno ad un cortile
centrale a forma di «elle» di cui restano oltre ai pavimenti
di pietra, anche la soglia monolitica di ingresso. Dalle
fonti ebraiche (Mishna) del II secolo siamo informati della
presenza a Cafarnao di una comunità di minim, cioè
eretici rispetto all’ebraismo ortodosso.
È molto probabilmente a
questa comunità di giudeo-cristiani residenti nel villaggio
che si deve l’iniziativa di aver
tramandato mediante un santuario (II sec.), poi trasformato
in domus-ecclesia (III-IV sec.), ed infine
in basilica a pianta centrale ottagona (V sec.), il ricordo
della casa di Pietro (I sec.). Ancora una volta, come si è
visto brevemente, l’autenticità o storicità di un luogo
(evangelico, in questo caso) è assicurata dalle attestazioni
ininterrotte del culto, manifestato sia dalla successione
degli edifici sacri che dai segni di venerazione e dalle
memorie lasciate dai pellegrini, svelate da un approfondito
e complesso lavoro di indagine storico/archeologica.
“Raramente nella storia dell’archeologia in Terra Santa i
riferimenti letterari ad un luogo sono stati così supportati
dalle prove archeologiche, come nel Caso di Cafarnao. Ciò è
particolarmente vero per i racconti dei primi pellegrini
riguardo alla casa di Pietro” (J.C.H. Laughlin “The
identification of the site”, in V. Tzaferis et alii,
Excavations at Capernaum Vol.1, Winona Lake 1989,
p.198).
Magdala. Vorrei brevemente
concludere ricordando il nostro presente impegno per la
città ellenistico-romana di Magdala, il cui scavo si sta
rivelando importante per la comprensione dell’ambiente
economico e sociale del Gesù storico e dei suoi seguaci.
Stefano De Luca ha ripreso l’indagine archeologica del sito
(2007-in corso) già oggetto delle campagne archeologiche di
V. Corbo e S. Loffreda (1971-1976). Il progetto, voluto
dalla Custodia di Terra Santa, mira a rendere agibili i
monumentali resti della città natale di Maria Maddalena,
comprendenti tra l’altro: una grande piazza a quadriportico
affacciata sul Cardo Maximus e la torre
idrica con i piloni di un acquedotto su di esso
successivamente impostati, una villa urbana mosaicata, un
completo complesso termale, assi viari secondari ortogonali
al principale (decumani), un sofisticato sistema
idrico e il monastero fortificato bizantino che rappresenta
l’ultima fase insediativa accertata (V sec.). Con lo scavo e
la conseguente riqualificazione del sito, si spera inoltre
di poter preservare l’area archeologica dai progetti edilizi
previsti nella zona da un piano regolatore sconsiderato.
Magdala, tra l’altro, fu teatro delle drammatiche vicende
della Prima Rivolta, culminate con la presa della città da
parte di Tito e Vespasiano nel 67 d.C., minutamente
descritte da Flavio Giuseppe (Guerra III, 462-505)
che capeggiava la resistenza.
Il nuovo scavo del Magdala Project nel 2007 si è
concentrato nel settore occidentale e ha esposto ricchi
quartieri abitativi in stato di crollo, organizzati in
maniera molto regolare attorno ad un decumanus.
Questo decumanus lastricato, e il Cardo
largo oltre 10 metri, costituiscono il tratto urbico della
già citata Via Maris, che Gesù e i suoi seguaci
dovettero percorrere nei loro spostamenti da e per Cafarnao.
Lo studio preliminare dei ritrovamenti sembra indicare che
la distruzione della città sia stata causata dal terremoto
del 363 d.C. che, a quanto pare, ne avrebbe segnato
l’abbandono. I livelli più antichi, con resti di abitazioni,
risalgono alla fondazione della città, cioè all’epoca
asmonea (II-I secolo a.C).
Nella campagna archeologica del 2008 è stata approfondita
l’indagine delle terme, mettendo in luce alcune piscine a
gradini che hanno restituito ricchi corredi di oggetti sia
di uso comune, sia tipici dell’uso termale. Ciò che si va
delineando è il quadro di una polis ricca e con
intense relazioni commerciali, certamente favorite dalla
posizione del suo porto. Infatti, presso la piazza a
quadriportico sono stati scoperti importanti resti di
strutture portuali con le fondazioni di una torre a
casematte, una muratura asmonea a bozze prominenti, rampe
per le barche, gradini, un bacino a “elle” intonacato e sei
blocchi da ormeggio con foro passante in situ. Si
tratta del più grande complesso portuale di epoca romana ad
oggi individuato sulle coste del Lago di Galilea.
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Santa