Sono gli ultimi «testimoni» viventi della Passione di Cristo, di quella
notte di preghiera, dell'agonia, dell'arresto? O furono messi a dimora negli
anni o nei secoli successivi?
GLI ULIVI
DEL GETSEMANI
Di
Simone Esposito
Quegli ulivi sono stati davvero testimoni della Passione di Cristo?
«La questione è molto controversa. Le fonti storiche non menzionano la presenza
delle piante fino al XV secolo, e questo lascerebbe pensare che gli alberi
originali siano stati abbattuti o bruciati in epoca precedente. Ma in realtà noi
sappiamo che fino al XIV secolo con Ambrogio Lorenzetti non esisteva una vera
cultura del paesaggio, e quindi potrebbe essere semplicemente stato ritenuto
superfluo sottolineare che nell'Orto degli Ulivi c'erano effettivamente degli
ulivi». La parola, quindi, alla scienza. «Non sarà semplice, anche perché la
metodologia che useremo è una novità assoluta».
Là, sul Monte
degli Ulivi a Gerusalemme, sono rimasti in otto. Antichissimi, forse
millenari. Per la tradizione e la devozione cristiana sono gli ultimi
«testimoni» viventi della Passione di Cristo, di quella notte di preghiera,
dell'agonia, dell'arresto.
Gli
otto ulivi del Getsemani, nel giardino che affianca la grotta
omonima e la basilica dell'Agonia, potrebbero davvero essere le
stesse piante presenti nell'Orto duemila anni fa. E non solo secondo
la devozione. Dato che le testimonianze storiche sono controverse,
l'onere della prova spetterà alla scienza. A farsene carico è un
progetto dell'associazione culturale Coltiviamo la pace in
collaborazione con l'Istituto per la valorizzazione del legno e
delle specie arboree del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) di
Firenze.
Il
professor Giovanni Gianfrate, studioso di olivicoltura mediterranea,
è il presidente di Coltiviamo la pace: «L'associazione è nata da un
progetto scolastico realizzato in un istituto agrario fiorentino. Da
lì è partito il nostro lavoro con la Terra Santa e in particolare
con Taybeh, l'antica Efraim, l'unico villaggio a tutt'oggi
completamente cristiano, dove ci sono ancora gli ulivi dell'VIII
secolo avanti Cristo citati dal profeta Osea. A Taybeh abbiamo
costruito un frantoio industriale e poi anche molte altre strutture
in collaborazione con l'arcidiocesi di Firenze, gemellata con la
parrocchia». E adesso il Getsemani. «È da quasi un anno che abbiamo
cominciato il progetto: studiare le otto piante dell'Orto degli
Ulivi per difenderle dalle malattie e dai possibili danni
dell'inquinamento, e per capire se sono veramente gli stessi ulivi
del tempo della Passione. Il tutto, naturalmente, con l'obiettivo di
sostenere le comunità cristiane di Terra Santa».
Il
lavoro di analisi è ancora in corso, ma c'è già qualche risultato.
Ci spiega Gianfrate: «Il primo passo è stato quello di definire il
profilo genetico delle piante. Per farlo, è stato necessario
prelevare campioni di radici e rami da quattro diversi punti di ogni
albero. Questo per capire se la chioma e le radici combaciano:
l'ulivo è una specie dove sono frequentissimi innesti e gemmazioni
di piante nuove su quella originale. Su questo punto la verifica è
ancora in atto. Quello che possiamo già dire riguarda l'aspetto
fito-sanitario». La salute degli otto ulivi, insomma. «Ebbene,
nonostante la normalità, in questi casi, sia la presenza di virus,
batteri e funghi, sulle piante del Getsemani non abbiamo trovato
nulla, nemmeno la comunissima "rogna dell'ulivo". È un fatto
eccezionale».
Naturalmente le indagini proseguiranno, anche perché resta da
verificare l'ipotesi più affascinante: quegli ulivi sono stati
davvero testimoni della Passione di Cristo? «La questione è molto
controversa. Le fonti storiche non menzionano la presenza delle
piante fino al XV secolo, e questo lascerebbe pensare che gli alberi
originali siano stati abbattuti o bruciati in epoca precedente. Ma
in realtà noi sappiamo che fino al XIV secolo con Ambrogio
Lorenzetti non esisteva una vera cultura del paesaggio, e quindi
potrebbe essere semplicemente stato ritenuto superfluo sottolineare
che nell'Orto degli Ulivi c'erano effettivamente degli ulivi». La
parola, quindi, alla scienza. «Non sarà semplice, anche perché la
metodologia che useremo è una novità assoluta».
Questa, in
effetti, è una sfida nella sfida. Il perché ce lo spiega il professor
Antonio Cimato del
Cnr di Firenze, uno dei massimi esperti mondiali di olivicoltura: «La
tecnica che vogliamo usare al Getsemani è frequente sulle piante forestali
ma non è mai stata sperimentata sulle piante da frutto». Di cosa si tratta?
«In pratica, bisogna prelevare un campione del midollo dell'albero, che si
trova esattamente al centro del tronco, e che è quindi la sua parte più
vecchia, per poi analizzarlo e datarlo. Questo sarà possibile su due-tre
ulivi, perché gli altri sono cavi internamente. Sono piante molto grandi e
irregolari, parliamo di 3-3,5 metri di diametro, quindi sarà necessario
prima realizzare su carta una sorta di mappa del tronco in modo da
intervenire poi con precisione chirurgica». E ciò come avverrà? «Penetreremo
all'interno con una cannula ad elica». Ci sono rischi? «Questo è il
problema: dobbiamo evitare assolutamente che dalle cellule morte presenti
sulla corteccia si propaghi verso l'interno una qualche infestazione. Per
impedirlo, stiamo lavorando a una soluzione chimica, contenente anche
paraffina, da iniettare nella cavità che creeremo e che, una volta riempito
il foro, si espanda fino a chiuderlo completamente». Una sorta di sutura
della ferita. «A fine mese faremo un test in Maremma su alcuni ulivi
centenari: vogliamo capire bene come muoverci e prevedere nel dettaglio
quello di cui avremo bisogno una volta lì».
Il viaggio,
continua Cimato, è imminente: «Io credo che andremo a Gerusalemme al più
tardi in giugno, in cinque, e con noi ci sarà anche il professor Raffaele
Testolin dell'Università di Udine, che si occupa di genetica agricola e ha
partecipato al progetto di tracciamento mondiale del genoma della vite (un
risultato di eccellenza della ricerca italiana ottenuto nel 2006 - ndr). Poi
invieremo i campioni a diversi laboratori italiani ed esteri. Potremmo avere
i risultati entro settembre, e la datazione dovrebbe avere un margine di
errore di cento, duecento anni al massimo».
Naturalmente tutto l'ambiziosissimo progetto ha il supporto della
Custodia di Terra Santa, che è proprietaria del giardino. In più,
nelle ultime settimane, si è aggiunto il sostegno della Copagri,
un'organizzazione professionale agricola legata alla Cisl. Il
presidente nazionale Massimo Verrascina si è impegnato
pubblicamente, il mese scorso, a finanziare il lavoro di ricerca. A
confermarcelo è il responsabile di Copagri Toscana, Francesco
Marino, incaricato per la questione: «Sì, è vero, abbiamo deciso di
"adottare" gli ulivi del Getsemani. Lo faremo attraverso una
pluralità di iniziative. La prima è un finanziamento di circa 20
mila euro che sarà definito entro quindici giorni al massimo. La
seconda è un campionato mondiale di potatura degli ulivi, un torneo
che organizziamo già da anni con successo in Toscana e che vogliamo
portare in Terra Santa coinvolgendo "potini" italiani, francesi,
spagnoli, turchi, israeliani e palestinesi. La terza è un festival
dell'olio di Terra Santa, per promuovere l'olivicoltura locale e
premiare le migliori produzioni confrontandole con un panel test.
L'idea è di dar vita alle due manifestazioni ai primi di maggio del
prossimo anno». E forse ci sarà anche un'ultima iniziativa: «Il
segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, che appoggia con entusiasmo
l'adozione, vorrebbe organizzare un pellegrinaggio».