Tutti i
giornali hanno dato notizia di un articolo apparso sul numero di
ottobre-novembre della Biblical Archaeology Review in cui un noto
studioso francese, André Lemaire, informava sulla scoperta
dell'iscrizione aramaica: «Giacomo, figlio di Giuseppe, fratello di
Gesù», incisa sul lato di un'urna funeraria databile del I sec. d.C.
e appartenente a una collezione privata.
In
attesa di una documentazione più ampia e specifica (la rivista in
questione, anche se settoriale, è divulgativa), l'attenzione s'è
spostata sull'antica questione dei «fratelli» di Gesù. Ricostruiamo
gli antefatti storici della questione, partendo da un paio di passi
marciani. Gesù passa dal suo villaggio, Nazaret. È sabato e va da
buon ebreo in sinagoga ove tiene un discorso che impressiona tutti.
Scattano subito le reazioni tipiche di un piccolo paese e lo stupore
si trasforma in ironia e sospetto: «Da dove gli vengono queste doti?
E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come
quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio
di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E
le sue sorelle non stanno qui con noi?» (Mc 6,2-3).
Fin
dalle origini cristiane ci si è interrogati proprio sull'identità di
questi «fratelli e sorelle» rispetto ai quali Gesù sembra prendere
le distanze anche in un'altra occasione. Un giorno, infatti, gli
comunicano: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle
stanno fuori e ti cercano!». E Gesù: «Chi è mia madre e chi sono i
miei fratelli?». Poi, dopo aver girato lo sguardo sugli uditori,
continua: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi fa la volontà di
Dio, costui è per me fratello, sorella e madre» (Mc 3,31-35). Anche
lo storico giudaico Giuseppe Flavio (I sec.) nella sua opera
Antichità giudaiche (XX, 200) parla di Giacomo, responsabile della
Chiesa di Gerusalemme, come di un «fratello di Gesù detto il
Cristo». Una prima e antica identificazione di questi «fratelli»
appare in uno scritto apocrifo (cioè non accolto nel Canone delle
Sacre Scritture) composto nel II secolo, il cosiddetto Protovangelo
di Giacomo. In esso Giuseppe, al momento del matrimonio con Maria,
confessa: «Ho figli e sono vecchio, mentre lei è una ragazza!»
(9,2). I «fratelli» di Gesù sarebbero per quest'opera
«fratellastri», nati da un precedente matrimonio di Giuseppe.
Sempre
nel II secolo un autore cristiano di origine palestinese, un certo
Egesippo, nelle sue Memorie parla di «parenti» di Gesù che furono
processati dai Romani sotto l'imperatore Domiziano, quindi sul
finire del I secolo. Questa tesi fu accolta anche dal famoso
traduttore latino della Bibbia, san Girolamo, che nei «fratelli» e
nelle «sorelle» di Gesù vide in pratica i cugini, cioè gli
appartenenti al clan familiare di Maria. Egli sostenne questa tesi
nell'opera De perpetua virginitate polemizzando aspramente contro un
tale Elvidio, suo contemporaneo (IV secolo), che affermava trattarsi
invece di figli avuti da Maria e Giuseppe successivamente rispetto a
Gesù, tesi sostenuta anche da alcuni esegeti moderni. Uno degli
argomenti addotti era la frase del Vangelo di Luca in cui si dice
che Maria «diede alla luce il suo primogenito», Gesù (2,7). È, però,
da notare che il termine «primogenito» ha di per sé valore giuridico
e sottolinea i diritti biblici connessi alla primogenitura.
Curiosamente in un documento aramaico del I secolo si parla di una
madre (di nome Maria essa pure) che morì dando alla luce «il suo
figlio primogenito».
L'esegesi storico-critica moderna ha fatto notare poi che nell'aramaico
o nell'ebraico il termine «fratello» ('aha' e 'ah) indica sia il
fratello, sia il cugino, sia il nipote, sia l'alleato: nella Genesi
Abramo chiama il nipote Lot «fratello» (13,8), come fa Labano col
nipote Giacobbe (29,15). Inoltre l'espressione «fratelli del
Signore» nel Nuovo Testamento (Atti 1,14; 1Corinzi 9,5) designa un
gruppo ben definito, quello dei cristiani di origine giudaica legati
al clan nazaretano di Cristo. Essi costituirono una specie di
comunità a sé stante, dotata di una sua autorevolezza al punto tale
da poter proporre un proprio candidato come primo «vescovo» di
Gerusalemme, Giacomo (Atti 15,13; 21,18). Nel brano sopra citato
(Marco 3,31-35) Gesù sembra ridimensionare i loro privilegi e
ridurli all'orizzonte più generale e più significativo della fedeltà
alla volontà del Signore. Per altro essi non sono mai chiamati, com
e Gesù, «figli di Maria». A questo punto, però, entra in scena la
nostra iscrizione ove si avrebbe «figlio di Giuseppe» e quindi si
inviterebbe a considerare Giacomo come fratello carnale di Gesù,
magari come figlio avuto da Maria dopo aver generato Gesù.
Prescindendo dal discorso teologico sulla verginità di Maria,
attestata dalla fede cristiana antica, e rimanendo nell'ambito
puramente storico-critico, bisogna essere in realtà molto cauti. Lo
stesso Lemaire riconosce che «tenendo conto del numero di abitanti
di Gerusalemme (ca. 80.000) e dell'onomastica dell'epoca, vi
potevano essere almeno una ventina di Giacomo che avevano un padre
chiamato Giuseppe e un fratello denominato Gesù», trattandosi di
nomi comunissimi. Supponendo pure che l'espressione «fratello di
Gesù» - piuttosto inattesa in un'epigrafe funeraria - sia stata
introdotta propr io per rimandare a Cristo, figura nota, non si
potrebbe però storicamente escludere né la tesi della paternità solo
legale di Giuseppe nei confronti di Gesù, paternità attestata dal
Vangelo di Matteo, né la tesi di una precedente prole di Giuseppe,
attestata dall'antica tradizione apocrifa.
DALL'AVVENIRE DI DOMENICA 24 NOVEMBRE 2002 - pag. 19